L’intento persecutorio e discriminatorio del datore di lavoro nelle condotte mobbizzanti e il risarcimento del danno da lesione della professionalita’ del lavoratore

Cons. Stato, sez. III, 14 marzo 2014, n. 1279

 

La ricorrenza di un'ipotesi di mobbing va esclusa quante volte la valutazione complessiva dell'insieme di circostanze addotte (ed accertate nella loro materialità), pur se idonea a palesare elementi o episodi di conflitto sul luogo di lavoro, non consente di individuare, secondo un giudizio di verosimiglianza, il carattere unitariamente persecutorio e discriminante nei confronti del complesso delle condotte poste in essere sul luogo di lavoro

E’ in primo luogo necessaria, quindi, la prova di un sovrastante disegno persecutorio, tale da piegare alla sue finalità i singoli atti cui viene riferito. D’altra parte, determinati comportamenti non possono essere qualificati come costitutivi di una fattispecie di mobbing, ai fini della pronuncia risarcitoria richiesta, qualora emerga una ragionevole ed alternativa spiegazione al comportamento datoriale.

Il danno non patrimoniale alla professionalità non può essere considerato in re ipsa, nella mera potenzialità lesiva della condotta integrante mobbing, essendo onere del dipendente dimostrare tale danno quale, ad esempio, un ostacolo alla carriera, oltre che il nesso causale con l’inadempimento datoriale.

 

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 452 del 2012, proposto da: 
-OMISSIS-, rappresentato e difeso dall'avv. ***, con domicilio eletto presso l’avv. *** in ***; 

contro

Ministero dell'Interno, -OMISSIS-, rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura generale dello Stato, domiciliataria in Roma, via dei Portoghesi n. 12; 

per la riforma

della sentenza del T.A.R. CAMPANIA - NAPOLI: SEZIONE VI n. 03357/2011, resa tra le parti, concernente accertamento fenomeno di -OMISSIS-relativo a fattispecie di -OMISSIS- professionale - ris.danno

 

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno e -OMISSIS-;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Visto l'art. 52 D. Lgs. 30.06.2003 n. 196, commi 1 e 2;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 16 gennaio 2014 il Cons. Angelica Dell'Utri e udito per la parte appellata l’avvocato dello Stato ***;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

1.- Con atto inoltrato per le notifiche il 23 dicembre 2011 e depositato lunedì 23 gennaio 2012 il signor -OMISSIS-, -OMISSIS-della -OMISSIS-, ha appellato la sentenza 23 giugno 2011 n. 3357 del TAR per la Campania, sede di Napoli, sezione sesta, con la quale è stato in parte dichiarato inammissibile ed in parte respinto il suo ricorso diretto all’accertamento della sussistenza di una fattispecie di -OMISSIS- e, in subordine, di -OMISSIS- professionale, nonché della -OMISSIS- contratta a causa della condotta datoriale, con conseguente condanna dell’Amministrazione al risarcimento dei danni.

A sostegno dell’appello ha dedotto:

i.- Nell’escludere in radice la stessa possibilità che i fatti dedotti integrassero un’ipotesi di -OMISSIS- o, quantomeno,-OMISSIS-o -OMISSIS-, il TAR ha recepito acriticamente le difese dell’Amministrazione resistente, ha distorto il significato di circostanze pacifiche e di comprovate emergenze probatorie, ignorando istanze istruttorie formulate per fornire idoneo corredo probatorio a quelle deduzioni da chiarirsi con le indagini instate.

Per cinque mesi l’appellante è rimasto privo di incarico e per circa tre mesi è stato messo in riposo forzato, senza compiti e senza una postazione di lavoro nello stesso ufficio dove fino a qualche mese prima svolgeva mansioni direttive confacenti al proprio grado. Da tali circostanze non è derivata una “mera frustazione delle aspettative o dei desiderata del ricorrente” nell’ambito di una normale riorganizzazione dell’ufficio, bensì un’inaccettabile mortificazione della dignità professionale, intesa come estrinsecazione della più generale dignità umana, tutelata e configurata come valore fondamentale dalla Costituzione e dalla Carta europea dei diritti fondamentali, oltreché dell’art. 36 del d.P.R. 28 ottobre 1985 n. 782 (sull’impiego del personale), in relazione alla sua specializzazione professionale, alle funzioni del ruolo di appartenenza e alla qualifica posseduta, e dell’art. 26 del d.P.R. 24 aprile 1982 n. 335 (concernente le funzioni degli -OMISSIS- e degli -OMISSIS--OMISSIS-), stante il totale svuotamento dell’attività lavorativa assegnata nel periodo dal 14 marzo all’8 giugno 2009, senza che ciò trovi giustificazione nelle caratteristiche dell’attività lavorativa degli appartenenti alle forze dell’ordine.

Il TAR non ha svolto alcun approfondimento sull’azzeramento delle specifiche competenze connesse alla qualifica posseduta e della professionalità conseguita in circa quindici anni di servizio presso la -OMISSIS-della -OMISSIS-, liquidando il lamentato-OMISSIS-in considerazione della fondatezza delle ragioni sottese al provvedimento del gennaio 2009, non tempestivamente impugnato, delle cautele adottate al momento del rientro in servizio del ricorrente, della non apprezzabile durata degli effetti prodotti in concreto e della perdurante appartenenza del ricorrente stesso alla -OMISSIS-.

Tali argomentazioni sono errate e sviano da un obiettivo esame della questione in quanto:

- il provvedimento del 22 gennaio 2009 non è stato contestato perché è consentito all’amministrazione porre il dipendente in attesa di incarico, ma ciò non comporta la sospensione dell’attività lavorativa e non giustifica la mortificazione della dignità professionale e umana;

- non si comprende quali “cautele”sarebbero state adottate, visto che quando il 14 marzo 2009 ha ripreso servizio dopo la malattia è stato privato financo di postazione lavorativa e solo a seguito di intervento del rappresentante sindacale gli è stato consentito di condividere con altro una scrivania;

- l’arco temporale di azzeramento dell’attività, di circa tre mesi, e le modalità di tale azzeramento, con totale emarginazione ed isolamento, conduce a far ritenere apprezzabile la durata degli effetti prodotti in concreto dal -OMISSIS-;

- neppure si comprende come la perdurante appartenenza alla -OMISSIS-possa far escludere la sussistenza del -OMISSIS-;

- la realizzazione della fattispecie e del conseguente obbligo risarcitorio prescinde da qualsiasi elemento intenzionale o soggettivo, rilevando l’illecito contrattuale in sé ed il danno cagionato;

- il parametro dell’equivalenza formale delle mansioni in base al contratto collettivo è destinato a -OMISSIS-ere, lasciando spazio al-OMISSIS-qualora vi sia stato il sostanziale svuotamento dell’attività lavorativa, non essendo consentita la sottrazione pressoché integrale delle funzioni.

La pronunzia va quindi riformata nel senso dell’accoglimento della domanda di risarcimento del danno cagionato, sia biologico (comprovato da consulenza medico legale di parte e oggetto di istanza di CTU), sia morale soggettivo, quest’ultimo per l’ingiusta lesione di un interesse della persona costituzionalmente garantito, costituendo il lavoro non solo mezzo di sostentamento, ma anche strumento di estrinsecazione della personalità del lavoratore.

ii.- Le circostanze dell’azzeramento dell’attività lavorativa e le relative modalità avrebbero dovuto indurre il TAR a non escludere aprioristicamente la sussistenza dell’elemento oggettivo del denunziato -OMISSIS-, ossia del disegno persecutorio in suo danno da parte del dirigente della -OMISSIS-, perpetrato nell’ambito della disposta riorganizzazione dell’Ufficio -OMISSIS-, con conseguente inadempimento da parte del -OMISSIS- del dovere di controllo, onde accertare la sussistenza in capo all’Amministrazione dell’obbligo risarcitorio.

Inoltre, nel concorso di profili di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale il primo giudice avrebbe dovuto applicare la disciplina dell’onere probatorio più agevole per il ricorrente, ossia quella contrattuale ex art. 2087, in base al quale grava sul datore di lavoro quello di aver ottemperato all’obbligo di protezione dell’integrità psicofisica del lavoratore, mentre quest’ultimo è esentato dal provare il dolo o la colpa del datore, dovendo solo dimostrare la lesione psicofisica e il rapporto causale tra il comportamento datoriale ed il pregiudizio alla salute, nella specie comprovati da autorevole consulenza medico legale del centro anti--OMISSIS- dell’ASL NA 1 e dal fascicolo personale del ricorrente, di cui era chiesta l’acquisizione e da cui risulta che non aveva mai sofferto di alcuna patologia.

In tale contesto, le circostanze congetturalmente valorizzate dal primo giudice non appaiono idonee a ricondurre la vicenda a mere vicissitudini connaturate alla riorganizzazione dell’ufficio e alla riottosità del ricorrente ad accettarla, men che mai ad “una frustrazione delle aspettative e dei desiderata” del medesimo.

I fatti individuati a presupposto dell’esclusione dell’elemento oggettivo del -OMISSIS- sono insufficienti. Infatti la ripartizione delle competenze della sala server della -OMISSIS-tra due diversi soggetti (peraltro anomala, posta l’attribuzione di funzioni proprie -OMISSIS--OMISSIS-) e il successivo trasferimento delle competenze all’-OMISSIS- non costituiscono elementi salienti ai fini della valutazione circa la sussistenza dell’elemento oggettivo del -OMISSIS-. Andavano invece considerati:

a.- lo stato di servizio ed il bagaglio professionale e culturale del ricorrente, da lui descritti per rendere la dimensione dell’illogicità dei provvedimenti assunti dall’Amministrazione e l’inspiegabilità delle ragioni organizzative che abbiano condotto a rinunciare alle sue prestazioni, utilmente ricevibili, e mantenerlo in servizio nell’inattività;

b.- il rimarcato totale svuotamento dell’attività lavorativa assegnata dal 14 marzo all’8 giugno 2009, con attribuzione da tale data di funzioni relative ad un servizio, dismesso da anni in quanto inutile, quale quello di controllo della -OMISSIS-addetti ai posti fissi della -OMISSIS-; a tal proposito è in conferente il richiamo alla pre-OMISSIS-ente sentenza di reiezione del ricorso avverso il provvedimento di assegnazione all’ufficio -OMISSIS- poiché in tale giudizio non veniva in rilievo la qualità delle mansioni assegnate ma la veridicità della motivazione posta a base dello stesso provvedimento.

c.- dopo il trasferimento del -OMISSIS- all’-OMISSIS-, la mancata assegnazione del ricorrente -OMISSIS- che ha continuato ad operare nella -OMISSIS-, a cui sono stati assegnati tre agenti mentre il ricorrente è stato relegato presso la segreteria tecnica del Dirigente della -OMISSIS-, a condividere una scrivania con altri, senza attività lavorativa per tre mesi ed in attesa di incarico.

d.- l’emissione del provvedimento del gennaio 2009 che ha posto il ricorrente in attesa di incarico, nonostante fosse assente per malattia dal servizio;

e.- il ritiro della patente ministeriale di guida, in violazione dell’art. 48 del d.P.R. n. 782/1985, il quale, in caso di infermità degli appartenenti alle forze dell’ordine, non prevede il ritiro della patente ma solo del tesserino e dell’arma in dotazione individuale;

f.- le mansioni assegnate al rientro in servizio presso l’Ufficio -OMISSIS- consistenti nel controllare l’assetto formale presso gli otto posti fissi della -OMISSIS- e la normale assunzione in servizio degli agenti; mansioni non confacenti al grado di -OMISSIS-ed al bagaglio professionale conseguito in circa trent’anni di encomiabile appartenenza alla -OMISSIS-;

g.- le patologie progressivamente accusate dall’istante, di cui mai aveva sofferto, al realizzarsi delle varie fasi del disegno persecutorio in suo danno.

2.- Il Ministero dell’interno si è costituito in giudizio ma non ha prodotto scritti difensivi.

3.- L’appello è stato introitato in decisione all’udienza pubblica del 16 gennaio 2014.

4.- Ciò posto, in via preliminare la Sezione rammenta che, come precisato dalla giurisprudenza di questo Consiglio di Stato, in assenza di formulazione normativa per -OMISSIS- si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico complessa, continuata e protratta nel tempo, tenuta nei confronti di un lavoratore, che si manifesta con comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all’ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno unitario in realtà finalizzato alla persecuzione o alla discriminazione del lavoratore, tale che ne consegua un effetto lesivo della sua salute psico-fisica. In particolare, ai fini dell’integrazione della fattispecie dev’essere verificata la sussistenza di una pluralità di elementi costitutivi, in particolare concernenti:

- la molteplicità e globalità di comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche di per sé leciti, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente secondo un disegno vessatorio;

- l’evento lesivo della salute psicofisica del dipendente;

- il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e la lesione dell’integrità psicofisica del lavoratore;

- la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Occorre pertanto, anche in ragione dell’indeterminatezza della medesima fattispecie, pro-OMISSIS-ere ad una valutazione complessiva ed unitaria degli episodi lamentati dal lavoratore, da apprezzare per accertare, tra l’altro, la connotazione univocamente emulativa e pretestuosa della condotta datoriale e la sua idoneità offensiva, desumibile dalle sue caratteristiche di persecuzione e discriminazione.

Ne consegue che la ricorrenza di un'ipotesi di-OMISSIS-andrà esclusa quante volte la valutazione complessiva dell'insieme di circostanze addotte (ed accertate nella loro materialità), pur se idonea a palesare, singulatim, elementi od episodi di conflitto sul luogo di lavoro, non consenta di individuare, secondo un giudizio di verosimiglianza, il carattere esorbitante ed unitariamente persecutorio e discriminante nei confronti del complesso delle condotte poste in essere sul luogo di lavoro.

E’ in primo luogo necessaria, quindi, la prova dell'esistenza di un sovrastante disegno persecutorio, tale da piegare alla sue finalità i singoli atti cui viene riferito.

D’altra parte, determinati comportamenti non possono essere qualificati come costitutivi di -OMISSIS-, ai fini della pronuncia risarcitoria richiesta, qualora emerga una ragionevole ed alternativa spiegazione al comportamento datoriale (cfr., tra le altre, Cons. St., Sez. VI, 6 agosto 2013 n. 4135, 17 febbraio 2012 n. 856 e 15 giugno 2011 n. 3648).

5.- È proprio per tale aspetto che, nella specie, appare evidente come non sussistano gli elementi costitutivi di cui innanzi e, in particolare, la ricorrenza dell’elemento soggettivo dell’elaborazione e perseguimento di un disegno persecutorio in danno dell’odierno appellante che leghi tra loro gli episodi narrati dal medesimo.

Come giustamente osservato dal primo giudice, le richiamate determinazioni dell’Amministrazione datoriale sono ragionevolmente riconducibili ad oggettive esigenze organizzative.

In questo senso, infatti, va letta la ripartizione dell’insieme delle competenze della sala server della -OMISSIS-tra l’attuale appellante ed un vice -OMISSIS-, peraltro proveniente-OMISSIS-, conferendo al secondo l’attività di assistenza al personale del -OMISSIS- ed ai computers, stanti anche le difficoltà del primo nei rapporti interpersonali, da esso stesso descritte. Evento, questo, invece soggettivamente vissuto come penalizzante dall’-OMISSIS--OMISSIS-, in chiaro collegamento con quella che bene il TAR ha definito come “una sorta di paternità dell’ufficio” da lui diretto per anni e per la cui ideazione, progettazione e realizzazione tanto si era impegnato, acquisendo, pure con sacrifici personali, un notevole grado di preparazione ed esperienza in materia informatica.

Del pari, è evidente che, stanti le disfunzioni della rete informatica riscontrate anche a seguito dell’assenza per malattia dell’interessato dal 20 gennaio 2009, riguardanti in particolare “l’impossibilità di provvedere alla manutenzione e gestione della rete per le operazioni che necessitano del profilo di amministratore di dominio”, si atteggia come reale provvedimento organizzativo la nota in data 23 gennaio 2009 del dirigente della -OMISSIS-, con cui è stato revocato all’-OMISSIS--OMISSIS-il profilo di -OMISSIS--OMISSIS-, contestualmente abolita passandone le competenze all’-OMISSIS- (passaggio peraltro, come espone lo stesso ricorrente, già deciso nel 2008). Il che spiega anche la messa del medesimo a disposizione dell’Area affari generali della -OMISSIS-sino a nuovo incarico.

Non v’è dubbio, poi, che ad ancora più ampie scelte organizzative si debba il trasferimento della sala server al predetto Ufficio tecnico logistico presso la sede distaccata di via -OMISSIS-, dovendo questo provvedere all’amministrazione ed alla messa in sicurezza della rete informativa della -OMISSIS- e degli uffici dipendenti, con conseguente necessità di centralizzare ed ottimizzare la gestione della rete LAN e le risorse disponibili, nonché garantire l’osservanza delle norme poste dal “codice in materia di protezione dei dati personali” di cui al d.lgs. n. 196 del 2003 (cfr. nota 16 marzo 2009 prot. n. 2009/-OMISSIS-8/1785 del dirigente l’-OMISSIS-).

Quanto al fatto che dalla metà del marzo 2009, al rientro dell’assenza per malattia, l’istante sia restato privo di incarico e di una propria ed individuale postazione di lavoro fino all’assegnazione -OMISSIS-della -OMISSIS-, -OMISSIS- del -OMISSIS-, oggetto di ricorso respinto dal TAR con sentenza confermata da Cons. St., Sez. VI, 22 giugno 2011 n. 3760), non può non sottolinearsi come lo stesso appellante esponga di essere stato interpellato per un’utile destinazione, ma di aver rifiutato la soluzione proposta in ragione del fatto di non poter essere collocato in subordine a pari grado con minor anzianità e di aver richiesto l’assegnazione al -OMISSIS- struttura di competenza ministeriale.

Tanto dimostra che la privazione di attività lavorativa non è attribuibile ad intento persecutorio, ma a difficoltà di collocazione del dipendente, sia per la soppressione dell’unità -OMISSIS- ed il rifiuto della proposta destinazione, sia per i suoi innegabili ed oggettivi problemi relazionali, accompagnati dall’ostile rivendicazione degli “indiscutibili meriti operativi acquisiti”. Sotto quest’ultimo profilo, poi, l’appellante si contraddice laddove lamenta la mancata assegnazione -OMISSIS- rimasto ad operare nella -OMISSIS-; ufficio invece da ritenersi – alla stregua di quanto da lui rappresentato a proposito di altra unità organizzativa - non consono al grado rivestito in ragione del fatto che a quell’ufficio erano assegnati tre agenti.

In ordine al ritiro della patente di guida ministeriale, anche al riguardo è lo stesso istante a fornirne adeguata spiegazione, laddove espone di aver dovuto ricorrere l’11 giugno 2009 alle cure dei sanitari dell’ospedale -OMISSIS-perché vittima di una -OMISSIS-, il cui eventuale reiterarsi, in uno con la terapia farmacologica occorsa, non appaiono di certo compatibili con la conduzione di mezzi per conto dell’Amministrazione.

Infine, quanto alle mansioni assunte nell’ufficio -OMISSIS-che si sostiene non confacenti al grado ed al bagaglio professionale conseguito, è stato già stabilito che il detto ufficio “presta indubbiamente sostegno e collaborazione diretta al -OMISSIS-, cioè alla massima autorità di -OMISSIS-della provincia, sicché è improbabile che si tratti di ufficio non idoneo ad offrire supporto tecnico, informativo o organizzativo all’azione di contrasto alla criminalità” e, in particolare, che il controllo delle postazioni fisse a presidio dell’ordine pubblico, esterne alla -OMISSIS-, deve “ragionevolmente ritenersi (…) connesso ad una attività latamente intesa a fronteggiare la criminalità” (cfr. cit. Sez. VI, n. 3760/2011); ne deriva che le relative mansioni ben si inquadrano nelle funzioni degli -OMISSIS- disciplinate dall’invocato art. 26 del d.P.R. 24 aprile 1982 n. 335, come sostituito dall’art. 3 del d.lgs. 12 maggio 1995 n. 197, e, segnatamente, in quelle degli -OMISSIS- -OMISSIS-di cui al quinto comma dello stesso articolo.

Conclusivamente, dagli atti di causa non emerge la presenza di un complessivo disegno persecutorio qualificato da comportamenti materiali, ovvero da provvedimenti, contraddistinti da finalità di volontaria e organica vessazione nonché di discriminazione, con connotazione emulativa e pretestuosa. Pertanto la sentenza appellata va confermata nella parte in cui ha respinto la domanda di accertamento di una situazione di -OMISSIS-.

6.- Ad analogo esito si perviene circa la subordinata domanda di accertamento di-OMISSIS-o -OMISSIS- professionale per il periodo dal 14 marzo al 7 giugno 2009.

Al riguardo, va premesso che il danno non patrimoniale alla professionalità non può essere considerato in re ipsa, ossia nella mera potenzialità lesiva del-OMISSIS-o -OMISSIS-, essendo onere del dipendente dimostrare tale danno quale, ad esempio, un ostacolo alla carriera, oltre che il nesso causale con l’inadempimento datoriale (cfr., tra le più recenti, Cass., sez. lav., 8 gennaio 2014 n. 172 e 11 ottobre 2013 n. 2371).

E nella specie tali elementi non risultano provati, sia perché della privazione dell’attività lavorativa ne è evidente concausa determinante il complessivo atteggiamento sopra descritto del dipendente, sia per la brevità della durata, sia per la mancata allegazione di pregiudizi di carriera. Invero, tali non sono il pregiudizio di non poter coltivare le capacità professionali in materia informatica e quello di non aver riottenuto un incarico di natura analoga, i quali consistono piuttosto nella mancata realizzazione di aspettative e desideri personali evidentemente non collimanti, o non più collimanti, con le suindicate esigenze organizzative datoriali.

7.- Quanto all’ulteriore domanda di accertamento della -OMISSIS-, ossia della malattia professionale, così come formulata in primo grado in termini di ascrivibilità a causa di servizio delle assenze per malattia, va ancora condiviso quanto affermato dal primo giudice in ordine all’inammissibilità della domanda stessa, configurandosi come interesse legittimo e non di diritto soggettivo perfetto la posizione della parte privata in ordine alla sua pretesa al riconoscimento della dipendenza da causa di servizio, per il quale è previsto un apposito pro-OMISSIS-imento che mette luogo al provvedimento finale, positivo o negativo, dell’Amministrazione.

8.- In definitiva, l’appello va respinto, con conseguente conferma della sentenza appellata, sia pure con le integrazioni e le precisazioni suestese.

Tuttavia, nell’oggettiva complessità fattuale e giuridica della materia sottoposta all’esame della Sezione si ravvisano ragioni affinché possa essere disposta la compensazione tra le parti delle spese del grado.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, respinge il medesimo appello.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all'art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per pro-OMISSIS-ere all'oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi di -OMISSIS-, manda alla Segreteria di pro-OMISSIS-ere all'annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione, nei termini indicati.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 16 gennaio 2014.

 

 
 
 

 

BREVI ANNOTAZIONI

 

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

Nella pronuncia in esame è sottoposta all’attenzione della terza sezione del Consiglio di Stato una presunta fattispecie di mobbing, con conseguente richiesta di risarcimento dei danni, in specie biologico e morale soggettivo, derivante quest’ultimo dall’ingiusta lesione di un interesse della persona costituzionalmente garantito, costituendo il lavoro non solo mezzo di sostentamento, ma anche strumento di estrinsecazione della personalità del lavoratore.

Nel dichiarare inaccoglibile la domanda proposta dall’appellante, confermando così la sentenza del giudice di prime cure, il Consiglio di Stato rimarca la centralità, ai fini del riconoscimento di una fattispecie di mobbing, di un disegno persecutorio e discriminatorio del datore di lavoro, non giustificato da ragionevoli e alternative esigenze di riorganizzazione degli uffici, esigenze ricorrenti, invece, nel caso in esame. Degna di nota è anche l’affermazione della necessità, quanto al risarcimento del danno non patrimoniale per lesione della professionalità, che questo venga specificamente provato in concreto, non essendo accoglibile la concezione del pregiudizio in parola come danno in re ipsa, conseguente cioè alla mera potenzialità offensiva della condotta datoriale.

 

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

Venendo alla specifica vicenda processuale, deduce, in particolare, l’appellante che per cinque mesi è rimasto privo di incarico e per circa tre mesi è stato messo in riposo forzato, senza compiti e senza una postazione di lavoro, nello stesso ufficio dove fino a qualche mese prima svolgeva mansioni direttive confacenti al proprio grado. Osserva quindi che da tali circostanze non è derivata una “mera frustazione delle aspettative o dei desiderata del ricorrente” nell’ambito di una normale riorganizzazione dell’ufficio, bensì un’inaccettabile mortificazione della dignità professionale, intesa come estrinsecazione della più generale dignità umana, tutelata e configurata come valore fondamentale dalla Costituzione e dalla Carta europea dei diritti fondamentali, oltreché dall’art. 36 del d.P.R. 28 ottobre 1985 n. 782 (sull’impiego del personale), in relazione alla sua specializzazione professionale, alle funzioni del ruolo di appartenenza e alla qualifica posseduta. 

Gli elementi indicati non paiono tuttavia sufficienti ai fini dell’accoglimento della domanda del ricorrente in primo grado.

La Sezione rammenta, infatti, che, come precisato dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato e dalla stessa giurisprudenza della Cassazione, in assenza di formulazione normativa, si intende comunemente per mobbing una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico complessa, continuata e protratta nel tempo, tenuta nei confronti di un lavoratore, che si manifesta con comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all’ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno unitario in realtà finalizzato alla persecuzione o alla discriminazione del lavoratore, tale che ne consegua un effetto lesivo della sua salute psico-fisica. In particolare, ai fini dell’integrazione della fattispecie deve essere verificata la sussistenza di una pluralità di elementi costitutivi, in particolare concernenti:

- la molteplicità e globalità di comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche di per sé leciti, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente secondo un disegno vessatorio;

- l’evento lesivo della salute psicofisica del dipendente;

- il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e la lesione dell’integrità psicofisica del lavoratore;

- la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Occorre pertanto, anche in ragione dell’indeterminatezza della medesima fattispecie, procedere ad una valutazione complessiva ed unitaria degli episodi lamentati dal lavoratore, al fine di accertare, tra l’altro, la connotazione univocamente emulativa e pretestuosa della condotta datoriale e la sua idoneità offensiva, desumibile dalle sue caratteristiche di persecuzione e discriminazione.

Ne consegue che la ricorrenza di un'ipotesi di mobbing andrà esclusa quante volte la valutazione complessiva dell'insieme di circostanze addotte (ed accertate nella loro materialità), pur se idonea a palesare, singulatim, elementi od episodi di conflitto sul luogo di lavoro, non consenta di individuare, secondo un giudizio di verosimiglianza, il carattere esorbitante ed unitariamente persecutorio e discriminante nei confronti del complesso delle condotte poste in essere sul luogo di lavoro.

E’ in primo luogo necessaria, quindi, la prova dell'esistenza di un sovrastante disegno persecutorio, tale da piegare alla sue finalità i singoli atti cui viene riferito, con la conseguenza che determinati comportamenti non possono essere qualificati come costitutivi di mobbing, ai fini della pronuncia risarcitoria richiesta, qualora emerga una ragionevole ed alternativa spiegazione al comportamento datoriale (cfr., tra le altre, Cons. St., Sez. VI, 6 agosto 2013 n. 4135, 17 febbraio 2012 n. 856 e 15 giugno 2011 n. 3648).

Nel vicenda in esame, osservano i giudici, non sussistano gli elementi costitutivi di cui innanzi e, in particolare, la ricorrenza dell’elemento soggettivo dell’elaborazione e perseguimento di un disegno persecutorio in danno dell’odierno appellante che leghi tra loro gli episodi narrati dal medesimo: le  determinazioni dell’Amministrazione datoriale sono ragionevolmente riconducibili ad oggettive esigenze organizzative.

Quanto  alla subordinata domanda di accertamento del danno non patrimoniale va osservato, come già rilevato in premessa, che il danno non patrimoniale alla professionalità non può essere considerato in re ipsa, ossia nella mera potenzialità lesiva di una condotta integrante mobbing, essendo onere del dipendente dimostrare tale danno in concreto quale, ad esempio, quello materializzatosi in un ostacolo alla carriera, oltre che il nesso causale con l’inadempimento datoriale (cfr., tra le più recenti, Cass., sez. lav., 8 gennaio 2014 n. 172 e 11 ottobre 2013 n. 2371).

Nella specie tali elementi non risultano provati. Invero, tali non sono il pregiudizio di non poter coltivare le proprie capacità professionali  e quello di non aver riottenuto un incarico di natura analoga, i quali consistono piuttosto nella mancata realizzazione di aspettative e desideri personali evidentemente non collimanti, o non più collimanti, con le mutate esigenze organizzative datoriali.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Nel rimarcare la centralità ai fini della sussistenza di una fattispecie di mobbing dell’intento persecutorio e discriminatorio del datore di lavoro, non altrimenti e ragionevolmente spiegabile con esigenze di riorganizzazione degli uffici, il Consiglio di Stato si adegua all’orientamento seguito anche dalla giurisprudenza della Cassazione.

In realtà, va sul punto rilevato come non siano mancati tentativi volti ad ammettere condotte mobbizzanti prive di un atteggiamento doloso e connotate da semplice colpa; tentativi evidentemente volti ad agevolare il lavoratore nella prova dell’elemento soggettivo suddetto e ad ampliare le maglie della tutela risarcitoria. Tuttavia si tratta di orientamenti che non possono essere accolti, posto che è proprio la connotazione univocamente emulativa e pretestuosa della condotta datoriale e la sua idoneità offensiva, desumibile dalle sue caratteristiche di persecuzione e discriminazione a qualificare il comportamento del datore di lavoro come vero e proprio mobbing.

Le difficoltà probatorie vanno superate, come osservato in giurisprudenza, su altro piano, ossia attraverso l’irrinunciabile ricorso alla presunzioni, che con costituiscono certo mezzo di prova inferiore agli altri e che giocano un ruolo fondamentale in tale ambito, nonché attraverso l’espediente del cumulo con la responsabilità contrattuale, in cui ben può farsi rientrare la condotta del datore di lavoro per violazione dell’art. 2087 c.c.

 

 

 

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