Diritto di accesso agli atti di un procedimento penale

Cons. Stato, Sez. IV, 28 ottobre 2016, n. 4537

Con riferimento ai documenti per i quali il diritto di richiedere copie, estratti, o certificati sia riconosciuto da singole disposizioni del codice di procedura penale nelle diverse fasi del procedimento penale, l’accesso va esercitato secondo le modalità previste dal medesimo codice

 
 

 

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale

Sezione Quarta

ha pronunciato la presente

SENTENZA

 

sul ricorso numero di registro generale 7251 del 2016, proposto da:

Ministero della Difesa, Comando Provinciale dei Carabinieri di Bari, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12;

contro

V. S., rappresentato e difeso dall’avvocato Vito Petrarota, con domicilio eletto presso Federico Bailo in Roma, via Cesare Fracassini,18;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. PUGLIA – BARI: SEZIONE III n. 00861/2016, resa tra le parti, concernente diniego accesso ai documenti concernenti attivita’ investigativa.

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di V. S.;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 27 ottobre 2016 il Cons. Andrea Migliozzi e uditi per le parte appellante l’ Avvocato dello Stato Coaccioli;

Avvisate le parti circa la possibilità di sentenza in forma semplificata ai sensi dell’art. 60 c.p.a.

In via preliminare il Collegio rileva che l’Avvocato dello Stato comparso per l’Amministrazione appellante ha dato atto, con dichiarazione a verbale, che per mero errore materiale è stata indicata a carico dell’appellato avvocato V. S. l’imputazione di associazione a delinquere di stampo mafioso e ciò vale esentare il giudicante dal pronunciarsi sulla richiesta di cancellazione formulata da quest’ultimo ai sensi dell’art.89 c.p.c.

Sempre in via preliminare va respinta l’eccezione di inammissibilità dell’appello, risultando la medesima del tutto destituita di fondamento atteso che parte appellante ha correttamente appuntato le sue critiche in ordine alle osservazioni e prese conclusioni del primo giudice.

Passando al merito della causa, prive di fondamento si rivelano le censure dedotte in prime cure con l’unico mezzo d’impugnazione e qui riprodotte pedissequamente dalla parte appellata.

Con tali profili di doglianza parte appellante lamenta in sostanza la violazione delle disposizioni di cui agli artt. 22 e 24 della legge n.241/90, rivendicando l’esercizio del diritto di accesso ai documenti relativi all’attività investigativa svolta dall’Arma dei carabinieri nei suoi confronti, ma il vizio dedotto è insussistente per le seguenti ragioni:

a) ai sensi dell’art. 24 comma 1 lettera a) della legge n. 241/90 come sostituito dall’art. 16 della legge 11 febbraio 2005 n. 15, sono esclusi dal diritto di accesso i documenti amministrativi coperti da segreto o da divieto di divulgazione espressamente previsti dalla legge. In particolare, i documenti dell’amministrazione che costituiscono atti di polizia giudiziaria sono soggetti esclusivamente alla disciplina stabilita dall’art. 329 c.p.p. in base alla quale “ sono coperti da segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e comunque non oltre la chiusura delle indagini preliminari (Cons Stato Sez. VI 10 aprile 2003 n. 1923); tali atti inoltre sono soggetti alla disciplina sul divieto di pubblicazione stabilita dall’art. 114 ss. c.p.p.;

b) fermo restando quanto previsto dal c.p.p., la giurisprudenza amministrativa sostiene che con riferimento ai documenti per i quali il diritto di richiedere copie , estratti, o certificati sia riconosciuto da singole disposizioni del codice di procedura penale nelle diverse fasi del procedimento penale, l’accesso vada esercitato secondo le modalità previste dal medesimo codice ( così, Cons Stato Sez. VI n. 2780 del 2011; Cons Stato Sez. VI 9/12/2008 n. 6117);

c) l’art. 329 c.p.p. concerne gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria o comunque su loro iniziativa; di conseguenza la giurisprudenza amministrativa ritiene che tali atti , anche se redatti da una pubblica amministrazione , siano sottratti al diritto di accesso regolato dalla legge n. 241/90 (Cons Stato sez. VI 9/12/2008 n. 6117; Cons Stato Sez. VI 10/4/2003 n. 1923).

Conclusivamente l’appello all’esame si rivela fondato e va, pertanto, accolto.

Le spese del doppio grado del giudizio vanno poste a carico della parte appellata, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, in riforma dell’impugnata sentenza, rigetta il ricorso di primo grado.

Condanna la parte appellata al pagamento delle spese del doppio grado del giudizio che si liquidano complessivamente in euro 4.000,00 (quattromila/00) oltre accessori come per legge nonché alla corresponsione del contributo unificato in relazione ad entrambi i gradi del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 27 ottobre 2016 con l’intervento dei magistrati:

Vito Poli, Presidente

Andrea Migliozzi, Consigliere, Estensore

Silvestro Maria Russo, Consigliere

Oberdan Forlenza, Consigliere

Leonardo Spagnoletti, Consigliere

L’ESTENSORE             IL PRESIDENTE

Andrea Migliozzi          Vito Poli

 

 

 

BREVI ANNOTAZIONI

 

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

La vicenda oggetto della presente pronuncia riguarda l’appello presentato dal Ministero della Difesa avverso una sentenza in materia di accesso ai documenti riguardanti attività investigativa. La sentenza di primo grado, in accoglimento delle doglianze del ricorrente, aveva ritenuto che la documentazione richiesta, non più soggetta a segreto istruttorio, poteva e doveva essere messa a disposizione del ricorrente interessato a disporne per esercitare il diritto di difesa nel giudizio pendente. I Giudici della IV Sezione del Consiglio di Stato, in riforma della sentenza impugnata, ripercorrendo i profili del diritto di accesso e i suoi limiti, ritengono, invece, legittimo il diniego di accesso.

 

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

I Giudici di Palazzo Spada attraverso un’analisi dell’istituto del diritto di accesso si soffermano sui limiti allo stesso, in particolar modo sui documenti sottratti al diritto di accesso. In linea con quanto ritenuto dalla giurisprudenza prevalente, anche la sentenza de qua afferma che con riferimento ai documenti per i quali il diritto di richiedere copie, estratti, o certificati sia riconosciuto da singole disposizioni del codice di procedura penale nelle diverse fasi del procedimento penale, l’accesso vada esercitato secondo le modalità previste dal medesimo codice.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La sentenza in esame in materia di diritto di accesso agli atti aventi ad oggetto attività investigativa svolta dall’Arma dei Carabinieri ripercorre il rapporto tra diritto di accesso e atti oggetto di un procedimento penale i quali, in quanto tali, sono sottoposti alle norme del codice di procedura penale.

Com’è noto, il fondamento giuridico del diritto di accesso va individuato nel principio di trasparenza dell’attività amministrativa e più a monte negli artt. 97 e 98 Cost. ove si enuncia il principio di buon andamento dei pubblici uffici. L’accesso ai documenti, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce un principio generale dell’attività amministrativa, finalizzato a favorire la partecipazione dei privati e ad assicurare l’imparzialità e trasparenza dell’azione amministrativa.

L’art. 24 della legge n. 241 del 1990 al primo comma esclude il diritto di accesso per tutti i documenti coperti dal segreto di Stato ai sensi delle vigenti disposizioni di legge e nei casi di segreto o di divieto di divulgazione espressamente previsti dalla legge o dal regolamento governativo di attuazione.

La segretezza nel processo penale è fondata su alcuni valori meritevoli di tutela, quali la presunzione di non colpevolezza dell’accusato, le esigenze delle indagini, la corretta formazione del convincimento del giudice, l’imparzialità e la correttezza della funzione giurisdizionale, la riservatezza delle persone coinvolte nel giudizio. La tutela della segretezza si scontra però con le esigenze del diritto di cronaca, di trasparenza dell’attività giudiziaria e del controllo su di essa dell’opinione pubblica.

Correlato alla segretezza è il divieto di pubblicazione, anche parziale, con il mezzo della stampa o altro mezzo di diffusione (art. 114 c.p.p.); degli atti non più coperti dal segreto è vietata la pubblicazione fino a che non siano concluse le indagini preliminari o fino al termine dell’indagine preliminare. Se si procede al dibattimento, non è consentita la pubblicazione degli atti del fascicolo del dibattimento, se non dopo la pronuncia della sentenza, e di quelli del fascicolo del pubblico ministero, se non dopo la pronuncia della sentenza in grado di appello.

Il nuovo codice di procedura penale distingue tra atto del procedimento e contenuto. Per contenuto dell’atto deve intendersi quanto in esso si rappresenti, anche senza richiami testuali e senza una riproduzione totale o parziale dello stesso. E’ sempre consentita la divulgazione del contenuto di atti non più coperti dal segreto. E’ anche consentita la pubblicazione delle notizie attinte direttamente da persona che abbia assistito o sia a conoscenza di un fatto, anche se lo stesso è oggetto di accertamento da parte dell’autorità giudiziaria, che, in quanto tale non è tenuto al segreto; se invece la notizia è tratta dalle dichiarazioni fatte dal testimone all’autorità giudiziaria, la sua divulgazione costituisce reato. La pubblicazione, in tutto o in parte, anche per riassunto e a guisa di informazione, di atti o documenti segreti di un procedimento penale è punita dalla contravvenzione di cui all’art. 684 c.p. Neppure la già avvenuta diffusione di atti di indagine coperti dal segreto fa venire meno il segreto e quindi anche il divieto di ulteriore pubblicazione. Non rientra nel divieto di pubblicazione l’espletamento di attività procedimentali che si sostanzino in fatti storici direttamente percepibili.

Ai sensi dell’art. 329 c.p.p. sono coperti da segreto fino alla chiusura delle indagini preliminari gli atti compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria.

La giurisprudenza ha, poi, precisato che non ogni denuncia di reato presentata dalla pubblica amministrazione all’autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale e come tale sottratta all’accesso, in quanto, se la denuncia è presentata dalla pubblica amministrazione nell’esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, non si ricade nell’ambito di applicazione dell’art. 329, c.p.p.; tuttavia se la pubblica amministrazione che trasmette all’autorità giudiziaria una notizia di reato non lo fa nell’esercizio della propria istituzionale attività amministrativa, ma nell’esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuite dall’ordinamento, si è in presenza di atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria, che, come tali, sono soggetti a segreto istruttorio ai sensi dell’art. 329 c.p.p. e conseguentemente sottratti all’accesso ai sensi dell’art. 24, l. n. 241 del 1990.

Non possono, infine, invocarsi per limitare il diritto di accesso le norme che disciplinano l’attività del p.m., posto che l’operatività di siffatte disposizioni rimane confinata nell’ambito del giudizio penale e non può valere a limitare diritti esterni alla dinamica di tale processo, come quello alla ostensione degli atti formati o detenuti dalla p.a., se non nei limiti in cui ciò sia espressamente previsto dal legislatore.

 

 

 

Tag: diritto di accessoimparzialitàlimitiprocedimento penaleriservatezzasegretotrasparenza
Dike Giuridica Editrice s.r.l. - P.I.: 09247421002
Via Raffaele Paolucci, 59 - 00152 ROMA
Copyright 2012 - 2020