Inerzia della p.a. e mezzi di tutela

T.A.R. Sardegna, Cagliari, Sez. I, 12 maggio 2016, n. 428

Il silenzio rilevante ai fini del rito ex art. 31 c.p.a. sussiste laddove la p.a. contravvenga ad un preciso obbligo di provvedere. Ciò costituisce un presupposto imprescindibile per l’esercizio della relativa azione.

Sicché, per poter azionare il rito del silenzio previsto dall'art. 117 c.p.a., è necessaria la sussistenza di due requisiti, consistenti nell'obbligo per l'Amministrazione di provvedere sull'istanza presentata dal soggetto interessato e nella conseguente inerzia della stessa Amministrazione che con il ricorso ex art. 117 c.p.a. si tende a superare.

L’istituto dell’indennizzo da ritardo prescinde dalla dimostrazione degli elementi costitutivi della responsabilità extracontrattuale (prova del danno, del comportamento colposo o doloso della p.a.; del nesso di causalità) - essendo sufficiente il superamento del termine di conclusione del procedimento - tuttavia, ai fini del riconoscimento del diritto all'indennizzo, una volta scaduti i termini per la conclusione del procedimento, l'istante, nel termine perentorio di venti giorni dalla scadenza del termine entro il quale il procedimento si sarebbe dovuto concludere, deve ricorrere all'Autorità titolare del potere sostitutivo di cui all'art. 2, co. 9 bis, l. n. 241/1990, richiedendo l'emanazione del provvedimento non adottato.

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 632 del 2015, proposto da: 
…, rappresentato e difeso dall'avv. Daniela Carrus, con domicilio eletto presso .. in Cagliari, Via Fratelli Faletti n. 24; 

contro

Ministero della Difesa, Comando Militare Autonomo della Sardegna, rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura Distrettuale Cagliari, domiciliati in Cagliari,Via Dante n. 23; 

per l'accertamento

dell’illegittimità del silenzio su istanze volte ad ottenere gli indennizzi per gli sgomberi degli specchi d'acqua per gli anni dal 2009 al 2014 ai sensi del d.lgs. n. 66/2010.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero della Difesa e del Comando Militare Autonomo della Sardegna;

viste le memorie difensive;

visti tutti gli atti della causa;

relatore nella camera di consiglio del giorno 14 ottobre 2015 il dott. Gianluca Rovelli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

Espone il ricorrente di essere titolare della impresa individuale “…”, centro subacqueo con sede in Teulada ove vengono svolte tutto l’anno attività didattiche e ricreative di immersioni subacquee, corsi subacquei, snorkeling ed escursioni in mare.

A partire dall’anno 2010 il sig. … si è adoperato per ottenere il riconoscimento degli indennizzi spettanti agli operatori economici danneggiati a causa dell’impossibilità di utilizzo dello spazio marino ai sensi degli artt. 15 e 7 della L. 898 del 1976 (oggi artt. 332 e 325 del Nuovo codice dell’ordinamento militare ex d.lgs. 66/2015).

Dopo una lunga procedura, con la nota prot. 17623 del 19.9.2011 l’Amministrazione militare comunicava al sig. … che “malgrado ogni più favorevole predisposizione, l’istanza indennitaria non era suscettibile di vaglio né di accoglimento in quanto, allo stato, non esisteva un accordo tra la Regione autonoma della Sardegna ed il Ministero della difesa sulla materia specifica”.

Dopo la sentenza del T.a.r. Sardegna. Sez. I, 10 gennaio 2012 n. 8 che chiariva che il dovere di indennizzo spetta a tutti i soggetti che traggono in concreto una lesione dell’attività esercitata a causa dello sgombero dello specchio acqueo, senza la necessità della mediazione di un regolamento, il sig. … insisteva con la richiesta di indennizzi. Egli veniva invitato a presentare istanza al Comando – Ufficio Logistico, infrastrutture e servitù militari.

Ricevute le istanze, l’Amministrazione comunicava di essere in attesa di una valutazione tecnica da parte degli organi sovraordinati per il completamento della fase istruttoria del procedimento.

Con raccomandata del 25 febbraio 2014 il sig. … presentava ulteriore istanza per il riconoscimento degli indennizzi per gli sgomberi e occupazioni militari degli specchi d’acqua per l’anno 2013.

Con nota prot. 11346 del 13 marzo 2014 il Comando militare della capitale comunicava al sig. … che “l’unico Ente competente alla ricezione, valutazione e possibile approvazione delle richieste in oggetto è il Comando militare autonomo della Sardegna”.

Con ulteriori note prot. 5749 del 14 marzo 2014 e nota prot. 22014 dell’11 novembre 2014 il Comando Militare autonomo della Sardegna ribadiva di essere ancora in attesa di una valutazione da parte degli organi sovraordinati.

Persistendo l’inerzia dell’Amministrazione il sig… chiedeva l’intervento del dirigente titolare del potere sostitutivo. Presentava poi ulteriore istanza e tornava a chiedere ulteriore intervento del titolare del potere sostitutivo e il riconoscimento dell’indennizzo da ritardo ai sensi dell’art. 28 d.l. 21.6.2013 n. 69 convertito in legge 98/2013.

In ragione della perdurante inerzia il sig. … proponeva ricorso volto a:

1) accertare e dichiarare l’illegittimità del silenzio dell’Amministrazione sulle istanze presentate;

2) ordinare alle amministrazioni di provvedere a nominare il titolare del potere sostitutivo ai sensi dell’art. 2 comma 9 bis della L. 241 del 1990;

3) accertare la fondatezza della pretesa del ricorrente;

4) nominare un Commissario ad acta;

5) condannare le Amministrazioni resistenti al pagamento a titolo di indennizzo di una somma pari a € 30 per ogni giorno di ritardo;

6) in via subordinata accertare e dichiarare il possesso dell’impresa ricorrente di idonea qualifica di operatore economico danneggiato dallo sgombero degli specchi acquei antistanti il Poligono militare di Capo Teulada rilevante giuridicamente ai fini del riconoscimento degli indennizzi di cui agli artt. 332 e 325 d.lgs. 66/2010 per gli anni dal 2009 al 2014;

7) in ogni caso, in via subordinata, sollevarsi avanti alla Corte Costituzionale eccezione di costituzionalità per contrasto con gli artt. 1, 3, 4, 16, 35 e 41 della Costituzione degli artt. 332 e 325 del d.lgs. 66/2010;

8) in via di ulteriore subordine, accertare e dichiarare la responsabilità dell’Amministrazione ex art. 2050 c.c. ovvero in subordine ex art. 2043 per i danni subiti dalla ditta … center di … a causa dell’impossibilità di utilizzo dello spazio marino di Capo Teulada precluso alla navigazione e alle immersioni subacquee per gli anni dal 2009 al 2014 e per l’effetto condannare l’Amministrazione militare convenuta al risarcimento di tutti i danni subiti dalla ricorrente nella misura di € 82.864,83 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria.

Si costituiva l’Amministrazione intimata chiedendo il rigetto del ricorso.

L’Amministrazione depositava memoria in data 28 settembre 2015.

Memoria di replica veniva depositata dalla difesa del ricorrente in data 3 ottobre 2015.

Alla camera di consiglio del 14 ottobre 2015 il ricorso veniva trattenuto per la decisione.

DIRITTO

Il ricorrente ha proposto una molteplicità di domande e di azioni tutte volte all’ottenimento del riconoscimento degli indennizzi previsti dagli artt. 332 e 325 del d.lgs. 66 del 2010. Gli indennizzi sarebbero dovuti per il mancato esercizio dell’attività subacquea e di diportistica turistica negli specchi acquei di Capo Teulada dal 2009 al 2014.

Occorre procedere con ordine.

Quanto alla domanda che nella esposizione in fatto è stata indicata al punto 1 se ne deve rilevare la fondatezza.

Va ricordato che l'obbligo dell'amministrazione di provvedere sull'istanza del privato sussiste, intanto, qualora quest'ultimo sia titolare di una posizione qualificata ed abbia un interesse concreto ed attuale ad ottenere il provvedimento richiesto.

Poi, va ricordato che il silenzio rilevante ai fini del rito ex art. 31 cod. proc. amm. sussiste laddove la p.a. contravvenga ad un preciso obbligo di provvedere. Ciò costituisce un presupposto imprescindibile per l’esercizio della relativa azione.

Insomma, per poter azionare il rito del silenzio, previsto dall'art. 117 c.p.a., è necessaria la sussistenza di due requisiti, consistenti nell'obbligo per l'Amministrazione di provvedere sull'istanza presentata dal soggetto interessato e nella conseguente inerzia della stessa Amministrazione che con il ricorso ex art. 117 c.p.a. si tende a superare (Consiglio di Stato, sez. VI, 17 gennaio 2014, n. 233).

Come correttamente fatto rilevare dalla difesa del ricorrente (nella memoria del 3 ottobre 2015), la nota del 26 gennaio 2015 documento 1 produzioni dell’Amministrazione) non ha, nella sostanza, espresso ragioni ostative al riconoscimento della pretesa vantata dal ricorrente medesimo. Ha anzi affermato di attendere le determinazioni degli organi sovraordinati. E allora va ricordato che un provvedimento che (come quello appena citato) abbia natura meramente interlocutoria rinviando il soddisfacimento del correlato interesse pretensivo ad un accadimento futuro ed incerto equivale a inerzia dell’Amministrazione.

Occorre ancora ricordare che l'ammissibilità dell'azione avverso il silenzio postula l'esistenza di una posizione di interesse legittimo, mentre il diritto soggettivo è tutelabile, presso il g.o., o eventualmente presso il g.a. nelle materie di giurisdizione esclusiva, con l'azione di accertamento, in quanto il bene della vita richiesto non costituisce oggetto di attività amministrativa ma è riconosciuto direttamente dall'ordinamento senza alcuna intermediazione del potere pubblico.

Nel caso che qui occupa il Collegio è indubbia la necessità di una valutazione dell’Amministrazione e pertanto non possono trovare accoglimento le altre domande presentate dal ricorrente volte all’accertamento in concreto della fondatezza della pretesa.

In casi come quello qui all’esame, in linea generale, il giudice amministrativo non può andare oltre la declaratoria d'illegittimità dell'inerzia e l'ordine di provvedere, mentre gli resta precluso il potere di accertare direttamente la fondatezza della pretesa fatta valere dal richiedente, sostituendosi all'Amministrazione stessa (Consiglio di Stato, sez. IV, 18/02/2016, n. 653).

In definitiva l’Amministrazione deve concludere il procedimento amministrativo con un provvedimento espresso.

L’importanza e la delicatezza delle questioni che il ricorrente sottopone al Collegio meritano alcune ulteriori precisazioni.

E’ vero, come appena ricordato, che ai sensi dell'art.31 comma 3, c.p.a. è consentito al giudice di pronunciarsi anche sulla fondatezza della pretesa dedotta in giudizio, nell'ambito del rito speciale del silenzio, nelle sole ipotesi in cui l'azione amministrativa in relazione alla quale è stata denunciata l'inerzia dell'Amministrazione si connoti come vincolata e priva di qualsivoglia residuo margine di discrezionalità (Consiglio di Stato, sez. III, 26/10/2015, n. 4902). Ed è vero, lo si ribadisce, che non è questo il caso che occupa il Collegio.

E’ però altrettanto vero che su questione analoga, come correttamente fatto rilevare dalla difesa del ricorrente, questo T.a.r. si è pronunciato con sentenza n. 8/2012 che ha affermato principi chiari che questo Collegio conferma e che l’Amministrazione deve tenere in debito conto.

In ordine alla richiesta di indennizzo da mero ritardo occorre rilevare quanto segue.

L'art. 28 del d.l. n. 69/2013, convertito con modificazioni dalla l. n. 98/2013, modificando l'art. 2 bis della L. n. 241/1990 con l'aggiunta del comma 1 bis, ha introdotto l'indennizzo da ritardo nella conclusione dei procedimenti ad istanza di parte, prevedendo il pagamento di una somma pari a trenta euro per ogni giorno di ritardo, con decorrenza dalla data di scadenza del termine del procedimento, comunque complessivamente non superiore a 2.000 euro.

Orbene, seppure tale istituto prescinde dalla dimostrazione degli elementi costitutivi della responsabilità extracontrattuale (prova del danno, del comportamento colposo o doloso della p.a.; del nesso di causalità) - essendo sufficiente il superamento del termine di conclusione del procedimento - tuttavia, ai fini del riconoscimento del diritto all'indennizzo, una volta scaduti i termini per la conclusione del procedimento, l'istante, nel termine perentorio di venti giorni dalla scadenza del termine entro il quale il procedimento si sarebbe dovuto concludere, deve ricorrere all'Autorità titolare del potere sostitutivo di cui all'art. 2, co. 9 bis, l. n. 241/1990, richiedendo l'emanazione del provvedimento non adottato (cfr. art. 28, co. 2, d.l. n. 69/2013).

Insomma, una volta scaduti i termini per la conclusione del procedimento, l’istante, nel termine perentorio di 20 giorni dalla scadenza del termine entro il quale il procedimento si sarebbe dovuto concludere, deve ricorrere all'Autorità titolare del potere sostitutivo di cui all'art. 2, comma 9-bis, L. n. 241/1990, richiedendo l'emanazione del provvedimento non adottato (T.A.R. Campania, Napoli, Sez. I, n. 4168/2015) .

Il ricorrente, con la istanza indennitaria avanzata per l’anno 2014, ricevuta dall’Amministrazione in data 27 febbraio 2015, ha ritualmente assolto all’onere prescritto dalla richiamata disposizione nel termine ivi indicato onde la domanda di corresponsione dell’indennizzo deve trovare accoglimento.

L’istanza di intervento del titolare del potere sostitutivo è stata correttamente formulata, presenta tutti i requisiti previsti dalle disposizioni sopra citate ed è tempestiva (documento 26 produzioni del ricorrente).

La domanda è pertanto fondata e deve essere accolta nella misura massima consentita e cioè per l’importo di € 2.000/00 (duemila).

In ordine alle ulteriori domande presentate dal ricorrente va osservato quanto segue.

E’ inevitabile rilevare l’inammissibilità, della domanda descritta al punto n. 6 (seppure dedotta in via subordinata) posto che è configurabile in capo al ricorrente una posizione d'interesse legittimo tutelabile (come è stato fatto) con l’azione avverso l’illegittimità del silenzio dell’Amministrazione.

In merito all’azione descritta al punto n. 7, è qui sufficiente rilevare che con riferimento alla fattispecie di illecito di cui all’art. 2050 c.c. incombe sul danneggiato l’onere della prova dell’intercorrenza del nesso causale tra evento lesivo ed attività, prova che non è stata in alcun modo assolta. Tutta la domanda risarcitoria è fondata su asserzioni sfornite di prova.

Il ricorso è, in definitiva, parzialmente da accogliere per le ragioni esposte.

Le spese seguono la regola della soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie in parte, nei limiti specificati in motivazione e, per l'effetto, dichiara l'illegittimità del silenzio serbato dall’Amministrazione sull’istanza presentata dal ricorrente ed il conseguente obbligo della medesima amministrazione di provvedere, entro il termine di trenta giorni dalla comunicazione o notificazione della presente sentenza.

Per il caso di ulteriore inadempimento, si provvederà alla nomina di un commissario a semplice richiesta della parte ricorrente.

Condanna l’Amministrazione al pagamento dell’indennizzo previsto dall’art. 2 bis della L. 241 del 1990 in favore del ricorrente quantificato in € 2.000/00 (duemila).

Condanna l’intimata amministrazione al pagamento delle spese processuali in favore del ricorrente, liquidandole nella somma forfettaria di € 2.500/00 (duemilacinquecento), oltre accessori di legge e restituzione di quanto pagato a titolo di contributo unificato.

Manda la Segreteria per la comunicazione, ai sensi del comma 7 dell’art. 28 del d.l. 69 del 2013, della presente sentenza alla Corte dei conti al fine del controllo di gestione sulla pubblica amministrazione, al Procuratore regionale della Corte dei Conti per le valutazioni di competenza, nonché al titolare dell'azione disciplinare verso i dipendenti pubblici interessati dal procedimento amministrativo.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Cagliari nelle camere di consiglio dei giorni 14 ottobre 2015 e 27 gennaio 2016 con l'intervento dei magistrati:

 

Caro Lucrezio Monticelli, Presidente

Grazia Flaim, Consigliere

Gianluca Rovelli, Primo Referendario, Estensore

 

 

 

 

   

 

BREVI ANNOTAZIONI

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

La sentenza in epigrafe, confermando approdi interpretativi ormai indiscussi, opera una ricognizione dei principi fondamentali in tema di tutela avverso l’inerzia della P.A. più nel dettaglio si chiarisce che:

-          l’obbligo dell’amministrazione di provvedere sull'istanza del privato sussiste solo se questi sia titolare di una posizione qualificata ed abbia un interesse concreto ed attuale ad ottenere il provvedimento richiesto;

-          il rito del silenzio ex art. 117 c.p.a. postula l’obbligo dell’Amministrazione di provvedere sull'istanza presentata dal soggetto interessato;

-          ai sensi dell’art. 31, comma 3 c.p.a., al G.A. è consentito pronunciarsi anche sulla fondatezza della pretesa dedotta in giudizio nelle sole ipotesi in cui l’azione amministrativa si connoti come vincolata;

-          l’accoglimento della domanda indennitaria, proposta ai sensi dell’art. 2-bis, comma 1-bis della L. n. 241/1990, presuppone l’indefettibile onere di sollecitare l’esercizio del potere sostitutivo di cui all’art. 2, comma 9-bis.

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

Il ricorrente, titolare di un’impresa individuale, agiva al fine di censurare l’operato della P.A., rimasta inerte a fronte delle molteplici domande volte all’ottenimento degli indennizzi spettanti agli operatori economici danneggiati dall’impossibilità di utilizzo dello spazio marino ai sensi degli artt. 15 e 7 della L. 898 del 1976 (oggi artt. 332 e 325 del Nuovo codice dell’ordinamento militare ex D.lgs. 66/2015).

Segnatamente, proponeva ricorso volto a: dichiarare l’illegittimità del silenzio sulle istanze presentate e accertare la fondatezza della pretesa, ordinare alla P.A. di esercitare il potere sostitutivo ai sensi dell’art. 2 comma 9 bis della L. 241 del 1990, nominare un commissario ad acta e condannare l’Amministrazione resistente al pagamento di una somma a titolo di indennizzo.

L’adito T.A.R., ponendosi nel solco della consolidata giurisprudenza, ha preliminarmente chiarito come l’azionabilità del rito avverso il silenzio-inadempimento della P.A. ai sensi degli artt. 31 e 117 c.p.a. postuli due imprescindibili requisiti: l’obbligo di provvedere dell’Amministrazione e la titolarità, in capo al privato, di una posizione qualificata, nonché di un interesse concreto ed attuale ad ottenere il provvedimento richiesto.

Ciò posto, ha ulteriormente precisato che, ai sensi dell’art. 31, comma 3 c.p.a., al g.a. è consentito pronunciarsi sulla fondatezza della pretesa dedotta in giudizio nelle sole ipotesi in cui l’azione amministrativa in relazione alla quale è stata denunciata l'inerzia dell'Amministrazione si connoti come vincolata.

Applicando le esposte coordinate al caso di specie, il G.A. sardo ha accertato l’obbligo dell’Amministrazione resistente di concludere il procedimento con un provvedimento espresso, rigettando invece la domanda volta a ottenere l’accertamento della fondatezza della pretesa, stante la necessità che la P.A. operasse ulteriori valutazioni discrezionali.

Quanto all’istanza indennitaria  di cui all’art. 28 del D.l. n. 69/2013 che, modificando l’art. 2-bis della L. n. 241/1990 con l’aggiunta del comma 1-bis, ha introdotto l'indennizzo da ritardo nella conclusione dei procedimenti ad istanza di parte, il Collegio ha dato atto di come il ricorrente avesse assolto l’onere, imposto dalla menzionata norma, di richiedere l’esercizio del potere sostitutivo ex art. 2, comma 9-bis, L. n. 241/1990; sicché, ha accolto la domanda e condannato la P.A. alla corresponsione del massimo importo consentito.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La pronuncia affronta il tema dell’inerzia della P.A. focalizzando due specifici profili: l’indennizzo da ritardo di cui all’art. 2, comma 1-bis della L. n. 241/1990 e i limiti cui soggiace il vaglio della G.A. nel rito avvero il silenzio-inadempimento ex art. 31 e 117 c.p.a.

Quanto a quest’ultimo, preliminarmente precisa come “l’ammissibilità dell’azione avverso il silenzio postuli l’esistenza di una posizione di interesse legittimo, mentre il diritto soggettivo è tutelabile, presso il g.o., o eventualmente presso il g.a. nelle materie di giurisdizione esclusiva, con l’azione di accertamento, in quanto il bene della vita richiesto non costituisce oggetto di attività amministrativa ma è riconosciuto direttamente dall’ordinamento senza alcuna intermediazione del potere pubblico”.

Tanto chiarito, l’accento viene posto sull’impossibilità, per il G.A., di sostituirsi alla pubblica Amministrazione nell’operare valutazioni afferenti alla discrezionalità amministrativa, a tanto ostando il principio di separazione dei poteri.

Ed infatti, l’art. 31, comma 3 c.p.a. testualmente dispone che: “il giudice può pronunciare sulla fondatezza della pretesa dedotta in giudizio solo quando si tratta di attività vincolata o quando risulta che non residuano ulteriori margini di esercizio della discrezionalità e non sono necessari adempimenti istruttori che debbano essere compiuti dall’amministrazione

Venendo all’esame dell’indennizzo da ritardo, non può revocarsi in dubbio che l’introduzione della misura in parola ad opera del D.l. n. 69/2013 abbia rappresentato un ulteriore passo in avanti nel percorso tracciato dal legislatore e dalla giurisprudenza al fine a promuovere la tempestività dell’azione amministrativa.

Quest’ultima, infatti, si rivela con sempre maggiore evidenza un fattore suscettibile di condizionare gli investimenti, nonché la predisposizione e l’attuazione dei piani economici; sicché, si è reso necessario potenziare il novero dei rimedi attivabili al fine di contrastare l’inerzia della P.A.

Tradizionalmente si suole distinguere tra mezzi di tutela preventiva  e mezzi di tutela successiva; tra questi ultimi deve annoverarsi, oltre al menzionato ricorso avverso il silenzio-inadempimento, il risarcimento del danno da ritardo ex art. 2-bis della L. n. 241/1990 e l’indennizzo da ritardo.

Il discrimine intercorrente la misura indennitaria e quella risarcitoria è stato puntualizzato dalla Direttiva 9 gennaio 2014 della Presidenza del Consiglio dei Ministri– Dipartimento della Funzione Pubblica, a mente della quale, se, per un verso, il risarcimento del danno da ritardo presuppone la prova del danno,  del comportamento doloso o colposo dell’Amministrazione, nonché del nesso eziologico sussistente tra il lamentato pregiudizio e la condotta contra legem della P.A., al contrario, “a parametri del tutto differenti va ricondotta la fattispecie dell’indennizzo da ritardo…”. L’utilizzo del termine “indennizzo” consente di ritenere che il pagamento della somma di cui si tratta debba essere dovuto anche nell’eventualità in cui la mancata emanazione del provvedimento sia riconducibile ad un comportamento “scusabile” e astrattamente “lecito” dell’Amministrazione”.

La Direttiva conferma le coordinate ermeneutiche tracciate dalla più recente giurisprudenza, granitica nell’inquadrare la responsabilità risarcitoria della P.A. per danno ritardo nello schema dell’illecito aquiliano ex art. 2043 c.c.; sicché, il principale elemento connotante la fattispecie risarcitoria, nonché discrimen rispetto all’istituto dell’indennizzo da ritardo, risiede nell’onere, gravante in capo al ricorrente, di provare - anche attraverso il ricorso alle presunzioni semplici ex art. 2729 c.c. - la colpevolezza della P.A. che, secondo quanto chiarito dalla giurisprudenza, non sussiste alloché il soggetto pubblico dia prova di essere incorso in errore scusabile per la complessità della situazione di fatto o di diritto.

Ciò posto, deve darsi atto di come il panorama giurisprudenziale non risulti altrettanto omogeneo nel risolvere la questione ermeneutica inerente alla risarcibilità del danno cd. “da mero ritardo”, sì definito in quanto svincolato dal positivo esito del giudizio in ordine alla spettanza del bene della vita auspicato dal privato.

Invero, recentemente è emerso  un indirizzo pretorio che, muovendo dal tenore letterale dell’art. 2-bis della L. n. 241/1990, nonché dall’inclusione delle controversie in parola nell’ambito della giurisdizione esclusiva ai sensi dell’art. 133, lett. a) c.p.a., ha reputato di superare la soluzione accolta dall’Adunanza plenaria n. 7/2005, nonché da molteplici arresti giurisprudenziali (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 24 gennaio 2013, n. 472; idem, Sez. VI, 28 agosto 2013, n. 4310) ed è addivenuto all’esito di qualificare l’interesse del privato a una risposta tempestiva da parte della P.A. come posizione giuridica ex se meritevole di tutela ai sensi dell’art. 2043 c.c.; tanto in ragione dell’assunto per cui il tempo costituisce esso stesso un bene della vita, la cui lesione può dar luogo a risarcimento e che, nel rapporto con la P.A., si affianca al diverso bene della vita oggetto dell’istanza non tempestivamente evasa. (Cons. Stato, Sez. V, 28 febbraio 2011, n. 1271; C.g.a. 24 ottobre 2011, n. 684).

Dall’accoglimento di siffatta impostazione discendono rilevanti conseguenze in punto di quantificazione del risarcimento.

Invero, il danno da “mero” ritardo, la cui esistenza ed entità deve essere puntualmente provata dal ricorrente, dovrebbe essere commisurato all’interesse negativo, pari alle occasioni di guadagno perse nel corso della perdurante inerzia della P.A.; al contrario, sottoponendo l’accertamento della responsabilità risarcitoria al previo scrutinio in ordine alla spettanza del bene della vita, la liquidazione del danno dovrebbe essere operata in considerazione dell’interesse positivo, ovvero delle utilità suscettibili di derivare dal provvedimento richiesto.

 

 

 

 

Tag: condotta silente della P.A.indennizzo da ritardorisarcimento del dannorito ex art. 117 c.p.a.
Dike Giuridica Editrice s.r.l. - P.I.: 09247421002
Via Raffaele Paolucci, 59 - 00152 ROMA
Copyright 2012 - 2021