Il Tar Lazio, Roma, fa salvo il bando di concorso per l’assunzione presso la Banca d’Italia

Tar Lazio, Roma - decisione 1° marzo 2016, n. 03207 Presidente Leonardo Pasanisi – Estensore Pietro Morabito

E’ legittimo il bando di concorso per l’assunzione presso la Banca d’Italia che preveda, conformemente a  quanto stabilito dal Regolamento del Personale dello stesso Ente, tra i requisiti generali il possesso di un’età non superiore a 40 anni.  

N. 03207/2016 REG.PROV.COLL.

N. 15707/2015 REG.RIC.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 15707 del 2015, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
Massimiliano Schirone, rappresentato e difeso dall'avv. Fabio Schirone, con domicilio eletto presso lo studio legale Carta in Roma, viale Parioli, 55;

contro

Banca d'Italia, in persona del l.r. p.t., rappresentata e difesa dagli avv.ti Maria Patrizia De Troia, Marco Di Pietropaolo, Michelino Villani e con gli stessi elettivamente domiciliata in Roma, Via Nazionale, 91;

per l'annullamento

del bando di concorso del 9.11.2015 nonchè del Regolamento del personale della Banca d'Italia relativamente alla facoltà di deroga in tema di limiti di età per la partecipazione ai pubblici concorsi.

 

Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio della Banca D'Italia;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 1 marzo 2016 il dott. Pietro Morabito e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Sentite le stesse parti ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm.;

 

Considerato che col ricorso introduttivo del corrente giudizio sono stati impugnati:

a) il bando del concorso indetto dalla Banca d’Italia per l’assunzione, fra gli altri, di 20 coadiutori con orientamento nelle discipline economico aziendali nella parte in cui pone come requisito di ammissione alla selezione un’età non superiore ai 40 anni;

b) il regolamento del Personale della Banca d’Italia nella parte in cui (art.14 nella versione esibita agli atti di causa) richiede quale requisito di assunzione nel grado di Coadiutore un’età non superiore agli anni 40;

Considerato che la corrente domanda di giustizia non appare assistita dal prescritto fumus boni iuris atteso che:

- come questo Tribunale ha già avuto modo di evidenziare con la sentenza 21 marzo 2014 n. 3205, la disciplina del rapporto di lavoro alle dipendenze della Banca d’Italia gode di autonomia ordinamentale, posto che l’Istituto rientra fra tra gli enti pubblici sottratti alla c.d. privatizzazione del pubblico impiego e alle relative disposizioni ai sensi dell’art. 3, comma 1, d.lgs. 165/2001. Ciò, secondo la prevalente e condivisibile giurisprudenza, in ragione sia della peculiarità delle funzioni svolte dai dipendenti della Banca, sia dell'esigenza di garantire a quest’ultima una piena autonomia nell'esercizio delle sue funzioni (cfr. TAR Lazio, Roma, sezione III, n. 3624 del 2014; n. 2867 del 20.3.2013);

- l’art.3 comma 6 della legge n.127 del 1997 dispone che “La partecipazione ai concorsi indetti da pubbliche amministrazioni non è soggetta a limiti di età, salvo deroghe dettate da regolamenti delle singole amministrazioni connesse alla natura del servizio o ad oggettive necessità dell'amministrazione”: norma in applicazione della quale sono stati stabiliti limiti particolari di età per la partecipazione ai concorsi pubblici, fra l’altro, per l’accesso ai ruoli della Polizia di Stato, Guardia di Finanza; Arma dei carabinieri, Vigili del Fuoco, Polizia penitenziaria, carriera prefettizia, uditore giudiziario militare, procuratore dello Stato, ecc;

- non appare violata la direttiva n. 78/2000 (il cui scopo è di evitare discriminazioni in tema di accesso al lavoro), la quale espressamente (art. 6) consente ampie deroghe in ragione dell'età, affidandole al prudente apprezzamento della legge nazionale; né (appare violato) l'art. 3 comma 4 bis e 4 ter del d.lgs n. 216/2003, di recepimento della richiamata direttiva, il quale fa salve le vigenti disposizioni di legge che prevedono trattamenti differenziati in ragione dell'età per peculiari categorie di lavoratori. A tal riguardo si può aggiungere che il divieto di considerare uno dei motivi discriminatori tipizzati dalla Direttiva 2000/78/CE (la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali: cfr. art. 1) quale elemento rilevante ai fini della costituzione del rapporto di lavoro non opera in via assoluta, stante il disposto del primo comma dell'art. 4 della direttiva medesima. Questo, invero, consente agli Stati membri di stabilire (in deroga all'art. 2, parr. 1 e 2) che la considerazione di una caratteristica correlata ad uno qualunque dei motivi tipizzati "non costituisca discriminazione laddove, per la natura di un'attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, tale caratteristica costituisca un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell'attività lavorativa", a condizione che "la finalità sia legittima e il requisito proporzionato": e circa l'adeguatezza e la proporzionalità del limite età di cui qui si controverte non può non rilevarsi che l'ampiezza delle clausole derogatorie di cui all'art. 4, comma 1 della Direttiva attribuisce al legislatore nazionale considerevoli margini di manovra per emanare disposizioni contenenti differenziazioni basate sull'età ed ispirate ad uno degli obiettivi (non tassativi) elencati dalla norma ovvero ad altri ancora. Inoltre, con specifico riferimento al "fattore età", il successivo art. 6 comma 1 della direttiva 2000/78/CE fornisce una serie di esemplificazioni, costituenti "giustificazione delle disparità di trattamento collegate all'età" e che valgono a prestabilire, tipizzandoli, i contenuti e le finalità di talune fattispecie di trattamenti differenziati rispondenti ex lege ai criteri di ragionevolezza e di proporzionalità di cui si è detto. E tra le disparità legittime sono comprese, in particolare, proprio quelle consistenti nella fissazione di un'età massima per l'assunzione "basata sulle condizioni di formazione richieste per il lavoro in questione" ovvero di un "ragionevole" periodo minimo di lavoro prima del pensionamento: si tratta di tipizzazioni assai ampie ed atte a dare "copertura" ad una vasta gamma di ragionevoli ipotesi di norme legali contenenti trattamenti differenziati in base all'età, tra cui ben può rientrare quella qui in esame [e il legislatore italiano ha poi mostrato di voler cogliere le opportunità derogatorie in tema di età consentite dalla Direttiva, laddove all'art. 3, comma 3 del D. Lgs. n. 216/2003 di recepimento della stessa, riprendendo le espressioni letterali utilizzate dal richiamato art. 4 comma 1 della Direttiva, ha precisato che "non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell'articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all'handicap, all'età o all'orientamento sessuale di una persona, qualora, per la natura dell'attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell'attività medesima"; e al successivo comma 4 bis dello stesso art. 3 ha espressamente fatte salve le disposizioni che prevedono la possibilità di trattamenti differenziati in ragione dell’età dei lavoratori ed in particolare quelle che disciplinano “c) la fissazione di un'età massima per l'assunzione, basata sulle condizioni di formazione richieste per il lavoro in questione o sulla necessità di un ragionevole periodo di lavoro prima del pensionamento”, ulteriormente precisando, al comma 4 ter che “Le disposizioni di cui al comma 4- bis sono fatte salve purché siano oggettivamente e ragionevolmente giustificate da finalità legittime, quali giustificati obiettivi della politica del lavoro, del mercato del lavoro e della formazione professionale, qualora i mezzi per il conseguimento di tali finalità siano appropriati e necessari “ ];

- Considerato, da ultimo, che l’assenza di elementi di illogicità od irrazionalità nelle disposizioni della lex specialis e del Regolamento gravati appare confortata – oltre che dalla ratio sottesa al previsto limite anagrafico, come chiaramente spiegata nella memoria difensiva della resistente (ved. pag.7)- anche dal fatto che prima che il requisito dell'età massima per l'accesso ai pubblici impieghi fosse eliminato salve specifiche e tassative deroghe adottate dalle singole amministrazioni con appositi atti regolamentari (art.3 comma 6 L. n.127/1997), la disciplina generale sui concorsi per l'accesso ai pubblici impieghi, di cui all'articolo 2, D.P.R. 3 maggio 1994, n. 487, individuava, tra gli altri requisiti generali, quello della età non inferiore agli anni 18 e "non superiore ai 40".

Considerato conclusivamente che il ricorso è chiaramente privo di efficacia persuasiva e che sussistono nel caso di specie i presupposti richiesti dall’art.60 del C.p.a. per una sua definizione con decisione in forma semplificata: evenienza partecipata ai procuratori presenti delle parti in causa i quali non hanno reso alcuna delle dichiarazioni previste da detta disposizione rimettendosi al collegio;

Considerato che la peculiarità della fattispecie giustifica la compensazione, tra le parti, delle spese di lite;

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Quater), definitivamente pronunciandosi , ai sensi dell’articolo 60 del C.p.a., respinge il ricorso in epigrafe. Spese compensate

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 1 marzo 2016 con l'intervento dei magistrati:

Leonardo Pasanisi, Presidente

Pietro Morabito, Consigliere, Estensore

Francesco Arzillo, Consigliere

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 14/03/2016

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)


 

BREVI ANNOTAZIONI

 

 

  • L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

 

La Sentenza n. 03207 del Tar Lazio, Roma,  ha ad oggetto il requisito del possesso di un’età non superiore a 40 anni per la partecipazione al concorso per l’assunzione presso la Banca d’Italia.

 

 

  • IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

 

La questione trae origine dal ricorso proposto avverso il bando di concorso del 9.11.2015, nonché del regolamento del personale della Banca d’Italia, relativamente alla facoltà di deroga del principio dei limiti di età per la partecipazione ai pubblici concorsi.

Il bando di concorso, indetto dalla Banca d’Italia, per l’assunzione di 20 coadiutori aveva posto quale requisito di ammissione il limite di un’età non superiore ai 40 anni. 

Il Tar Lazio, Roma, richiamando la sentenza del Cons. St., Sez.  21 marzo 2014, n. 3205, la quale aveva stabilito che la disciplina del rapporto di lavoro alle dipendenza della Banca D’Italia gode di autonomia ordinamentale poiché l’Ente è sottratto alla c.d. privatizzazione del pubblico  impiego ed alle relative disposizioni di cui all’art. 3 del D.lgs. 165/2001, ha respinto la proposta impugnativa.

La sentenza  analizza la normativa che disciplina l’accesso al pubblico impiego, ed in particolare, l’art. 3, comma 6 della legge n. 127/1997, il quale ha stabilito che: “La partecipazione ai concorsi indetti da pubbliche amministrazioni non è soggetta a limiti di età, salvo deroghe dettate da regolamenti delle singole amministrazioni connesse alla natura del servizio o ad oggettive necessità dell'amministrazione”. Per cui sulla base di tale disciplina sono stati stabiliti particolari limiti di età per la partecipazioni ai concorsi pubblici per alcuni settori quali la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza, l’Arma dei Carabinieri, i vigili del Fuoco, la Polizia penitenziaria, la carriera prefettizia, gli uditori giudiziari i procuratori dello Stato, etc.

Pertanto, il Tar Lazio, Roma, ha ritenuto che non vi sia stata alcuna violazione dei principi della Direttiva n. 78/2000, che ha introdotto “un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro”.  L’art. 6 della predetta Direttiva ha stabilito che gli “Stati membri possono prevedere che le disparità di trattamento in ragione dell'età non costituiscano discriminazione laddove esse siano oggettivamente e ragionevolmente giustificate, nell'ambito del diritto nazionale, da una finalità legittima, compresi giustificati obiettivi di politica del lavoro, di mercato del lavoro e di formazione professionale, e i mezzi per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari”. Inoltre, continua la norma “tali disparità di trattamento possono comprendere in particolare:

a) la definizione di condizioni speciali di accesso all'occupazione e alla formazione professionale, di occupazione e di lavoro, comprese le condizioni di licenziamento e di retribuzione, per i giovani, i lavoratori anziani e i lavoratori con persone a carico, onde favorire l'inserimento professionale o assicurare la protezione degli stessi;

b) la fissazione di condizioni minime di età, di esperienza professionale o di anzianità di lavoro per l'accesso all'occupazione o a taluni vantaggi connessi all'occupazione;  

c) la fissazione di un'età massima per l'assunzione basata sulle condizioni di formazione richieste

per il lavoro in questione o la necessità di un ragionevole periodo di lavoro prima del

pensionamento”.

Tale normativa consente ampie deroghe in ragione dell’età, rinviando la disciplina di dettaglio  al legislatore nazionale.

Il medesimo Tar ha ritenuto, inoltre, che non vi sia stata violazione dell’art.3, comma 4 bis e 4 ter del D.Lgs. 216/2003 di recepimento della Direttiva, che fa salve le previgenti disposizioni di legge le quali prevedono trattamenti differenziati in ragione dell’età per particolari categorie di lavoratori. Inoltre, va precisato che il divieto di considerare uno dei motivi discriminatori  tipizzati dalla Direttiva 78/2000, quale l’età, quale elemento costitutivo del rapporto di lavoro, come nel caso di specie,  non opera in via assoluta in considerazione del disposto di cui all’art. 4 della Direttiva medesima.

L’art. 3 del D.Lgs. n. 216/2003 di recepimento della citata Direttiva  ha precisato, infatti, che “non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell'articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all'handicap, all'età o all'orientamento sessuale di una persona, qualora, per la natura dell'attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell'attività medesima” ed al successivo art. 3 ha fatto sale le disposizioni che prevedono la possibilità di trattamenti differenziati in ragione dell’età dei lavoratori ed in particolare quelle che disciplinano “c) la fissazione di un'età massima per l'assunzione, basata sulle condizioni di formazione richieste per il lavoro in questione o sulla necessità di un ragionevole periodo di lavoro prima del pensionamento”, ed in fine,  ulteriormente precisando, al comma 4 ter che “Le disposizioni di cui al comma 4- bis sono fatte salve purché siano oggettivamente e ragionevolmente giustificate da finalità legittime, quali giustificati obiettivi della politica del lavoro, del mercato del lavoro e della formazione professionale, qualora i mezzi per il conseguimento di tali finalità siano appropriati e necessari”.   

   

 

 

 

 

  • CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

 

A conclusione del percorso argomentativo, è stato evidenziato, nella sentenza in oggetto, che prima dell’eliminazione del requisito dell’età massima per l’accesso all’impiego pubblico,  la disciplina generale sui concorsi di cui all’art. 2 del D.P.R. 3 maggio 1994, n. 487, individuava, tra i requisiti generali, quello di un’età non inferiore agli anni 18 e non superiore ai 40, salvo specifiche e tassative deroghe, adottate dalle singole amministrazioni con appositi atti regolamentari (art. 3, comma 6, Legge n. 127/1997).

       

Pertanto, tale considerazione, adottata a supporto dell’assenza di elementi di illogicità o di irrazionalità nella disposizione della lex specialis e del Regolamento impugnati, ha indotto il Tar Lazio, Roma, a rigettare il ricorso.

In linea con la sentenza  n. 03207 del 1° marzo 2016, occorre ripercorrere, brevemente, la questione del requisito anagrafico nei concorsi pubblici.

 Il requisito dell’età per l’ammissione al pubblico concorso, prima della  legge 127/1997, era rappresentato dal possesso di un’età non inferiore a 18 anni e non superiore ai 40 (o ai 45, se si tratta di soggetti per i quali leggi speciali dispongono particolari deroghe). Nella previsione dei limiti minimi e massimi di età, il D.P.R. n. 487 del 1994 riprendeva le disposizioni dettate dall’art. 2 T.U. 10 gennaio 1957, n. 3 che sono state modificate, rispetto al testo originario, dall’art. 2 L. 3 giugno 1978, n. 288 e poi dall’art. 1 L. 27 gennaio 1989, n. 25, che hanno elevato il limite massimo da 35 a 40 anni.

Il limite di quaranta anni è stato, poi, ulteriormente elevato: a) di un anno, se il candidato è coniugato; b) di un anno, per ogni figlio vivente; c) di cinque anni, per i beneficiari del collocamento obbligatorio ai sensi della L. 2 aprile 1968, n. 482 e leggi successive, con un limite massimo di cinquantacinque anni; d) di un periodo pari all'effettivo servizio prestato, comunque non superiore a tre anni, a favore dei cittadini che hanno prestato servizio militare volontario di leva e di leva prolungata, ai sensi della legge 24 dicembre 1986, n. 958. Si prescinde dal limite di età per i candidati già dipendenti civili di ruolo delle P.A., per i sottufficiali dell’Esercito, Marina o Aeronautica cessati d’autorità o a domanda, per gli ufficiali, sottufficiali e vice brigadiere, graduati e militari di truppa in servizio continuativo dell’Arma dei Carabinieri, della guardia di finanza e dei Corpi di polizia.

Il limite di cui alla lettera c)  si applica altresì ai profughi che, per effetto dell’art. 13 L. 26 dicembre 1981, n. 763, sono equiparati, ai fini dell’assunzione obbligatoria nel pubblico impiego, agli invalidi civili di guerra.

L’elevazione del limite d’età opera, peraltro, solo in relazione alla copertura dei posti riservati e, pertanto, non giova al soggetto utilmente collocato nella graduatoria di merito che, pur appartenendo ad una delle categorie riservatarie, non abbia tuttavia titolo alla riserva in quanto privo di un requisito, ad es. quello della disoccupazione (Cons. St., sez. IV, 13 settembre 1985, n. 348).

Detto beneficio si applica, nel limite dei posti riservati, alle sole procedure concorsuali per il conferimento di posti delle soppresse carriere direttive e di concetto, cioè di posti in relazione ai quali è richiesto il diploma di laurea o di scuola media superiore (Tar Sicilia, Palermo, sez. II, 8 ottobre 1993, n. 759).

Il limite di età non si applica ai dipendenti collocati a riposo ai sensi dell’art. 3, comma 51, L. 24 dicembre 1993, n. 573, e cioè a coloro che hanno abbandonato l’impiego per non aver accettato la mobilità. Il limite di 55 anni, inoltre, non si estende ai ciechi, giacché la stessa L. n. 482 del 1968 rinvia alle norme che specificamente regolano il rapporto di lavoro di questi soggetti, con la conseguenza che il limite resta fissato in 50 anni per i ciechi adibiti ai centralini e in 45 per i massaggiatori e massofisioterapisti.

La disposizione sul limite massimo di età è stata abrogata dall’art. 3, comma 6 della legge 127 del 1997. Devono, dunque, intendersi abrogate anche le disposizioni sulle elevazioni del limite di età, riferite al limite di 40 anni. La stessa norma, tuttavia, consente alle amministrazioni di regolamentare diversamente la materia, fissando specifici limiti d’età in base alla natura del servizio oppure ad oggettive necessità dell’amministrazione.

Restano in ogni caso vigenti le disposizioni che prevedono un’età minima per la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato, nonché quelle che stabiliscono l’età per il collocamento a riposo per vecchiaia, raggiunta la quale è evidente che il soggetto non possa più partecipare ad un concorso. Tale limite si differenzia da ruolo a ruolo, in particolar modo per il personale non privatizzato.

La giurisprudenza ha precisato che “in tema di requisiti per la partecipazione ai concorsi, allorquando la legge ricollega il verificarsi di determinati effetti (quali la perdita di un requisito di ammissione al concorso stesso) al compimento di una data età, essi decorrono dal giorno successivo a quello del genetliaco, sicché il limite d' età fissato dalla norma deve intendersi superato quando ha inizio, dal giorno successivo al compimento, il relativo anno” (Cons. St., sez. V, 14 settembre 2009, n. 4478; Cons. St., sez. IV, 23 agosto 2010, n. 5907).

Tuttavia, tale criterio, secondo una parte della giurisprudenza, può trovare applicazione esclusivamente nel caso in cui il bando effettui un puntualmente riferimento al “compimento” di quella determinata età, e non già quando richiami il diverso concetto dell’età “non superiore ad un determinato numero di anni”(Cons. St., sez. V, 5 marzo 2010, n. 1284).

 

 

 

 

  • PERCORSO BIBLIOGRAFICO

 

F. Caringella, C. Silvestro, F. Vallacqua, Codice del pubblico impiego, Roma 2011, pag. 873 e segg.

G. Ferrari, Il sistema delle assunzioni obbligatorie nell’impiego pubblico e privato, Roma, 1994; 471 e segg.

C. Lo Sardo, Limite di età per l’ammissione ai concorsi pubblici degli invalidi per servizio ex art. 2 legge n. 288 del 1978, in Riv. amm., 1990, 1403.

 

 

Tag: accessobandi di concorsopubblico impiego
Dike Giuridica Editrice s.r.l. - P.I.: 09247421002
Via Raffaele Paolucci, 59 - 00152 ROMA
Copyright 2012 - 2021