Palazzo Spada torna sull’obbligo di provvedere sull’istanza di c.d. “acquisizione sanante” ex art. 42 bis, D.P.R. n. 327/2001

Cons. Stato, Sez IV, 8 febbraio 2016, n. 537

L’atto di acquisizione sanante ex art. 42-bis del T.U. espropriazioni per pubblica utilità costituisce l’extrema ratio, praticabile solo quando siano state escluse, all’esito di un’effettiva comparazione con i contrapposti interessi privati, altre opzioni e non sia ragionevolmente possibile la restituzione, totale o parziale, del bene, previa riduzione in pristino, al privato illecitamente inciso nel suo diritto di proprietà; per tale ragione, non sussiste un silenzio-rifiuto nel caso in cui, a fronte dell’istanza dei proprietari delle aree interessate dall’opera pubblica volta a sollecitare l’esercizio del potere in questione, la P.A. richieda un’integrazione documentale attestante la quota di proprietà di ciascun richiedente, così manifestando il convincimento di dover concludere il procedimento in via negoziale, mediante accordo di cessione volontaria o compravendita.

 
 
 

REPUBBLICA ITALIANA

 

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

Il Consiglio di Stato

 

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

 

ha pronunciato la presente

 

SENTENZA

 

sul ricorso numero di registro generale 1851 del 2015, proposto da:

An. Ti., Fa. Gi. Ti., Fr. Ti., Ma. Ca. Ti., Ma. Ti., Os. Pa. Ti., Ol. Ti., Er. Mo. Ti., Pa. Ti., Va. An. Ti., Ma. Do. Pa., Ro. Pa., Amm. Re, Sost. Ti., A. Or. Ar., Do. M.F., tutti rappresentati e difesi  dall’avv. ***, con domicilio eletto presso M. Cuozzo in Roma, viale G. Mazzini n. 123, int. 18;

 

contro

 

Comune di M., in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dagli avv.ti ***, ***, ***, ***, con domicilio eletto presso *** in Roma, via Antonio Gramsci, n. 24.

 

per la riforma

 

della sentenza del T.A.R. LOMBARDIA – MILANO: SEZIONE III n. 00225/2015, resa tra le parti, concernente silenzio serbato dall’amministrazione su istanza di acquisizione sanante ex art. 42 bis dpr n.327/2001 – risarcimento danni.

 

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Comune di M.;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 17 settembre 2015 il Cons. Giulio Veltri e uditi per le parti gli avvocati *** e ***;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Nella metà degli anni ‘70 il Comune di M. iniziava un procedura espropriativa per la costruzione di un edificio scolastico. In tale contesto, i proprietari interessati dalla procedura, sigg.ri T., decidevano di procedere alla cessione bonaria delle aree, così addivenendo alla stipula, in data 30 maggio 1985, del relativo atto preliminare.

In tale atto le parti, premesso che l’immissione in possesso delle aree era avvenuta in data 28 aprile 1979, e che l’edificio scolastico era stato pienamente realizzato, stabilivano il corrispettivo della cessione delle aree in una somma omnicomprensiva di £ 359.715.930. Nel richiamato preliminare era altresì stabilito che l’atto definitivo di cessione bonaria sarebbe stato stipulato entro e non oltre il 31 gennaio 1986, al momento del saldo totale del prezzo.

Le parti private si obbligavano contestualmente ad estinguere, prima della stipulazione dell’atto pubblico, l’ipoteca gravante sui beni oggetto di cessione.

Il Comune, alle scadenze stabilite, provvedeva a corrispondere ai privati, inizialmente, le somme di £ 110.000.000 e £ 50.000.000, a titolo di acconto, e, in data 4 dicembre 1986, l’ulteriore somma di £ 50.000.000. In data 10 novembre 1987 diffidava i privati a compiere le attività necessarie per pervenire alla stipula dell’atto definitivo di trasferimento della proprietà delle aree, ed in particolare ad estinguere l’ipoteca gravante sui beni, nonché ad acquisire l’autorizzazione del Giudice tutelare per i minori cedenti.

Con successiva nota del 26 aprile 1988, indirizzata al legale dei privati proprietari, il Comune rammentava ancora di aver più volte invitato gli interessati a presentarsi dal notaio incaricato per la stipulazione dell’atto di trasferimento nonché a provvedere agli adempimenti a loro carico necessari a tal fine.

Con nota del 24 luglio 1990 i privati autorizzano il Comune a versare direttamente all’Amministrazione finanziaria, creditrice dei privati stessi, gran parte della residua somma loro spettante, che risultava pari a £ 149.715.930 ed il Comune in tal senso procedeva in data 30 ottobre 1990.

Con nota del 22 febbraio 1995, l’Amministrazione, prima di corrispondere a saldo la somma residua pari a £ 2.579.930, richiedeva nuovamente ai proprietari di adempiere alle obbligazioni assunte nel preliminare, fornendo al notaio incaricato la documentazione necessaria indicata dal Comune nella predetta nota.

Con nota del 18 luglio 2012, in riscontro ad una richiesta del legale delle parti private, il Comune trasmetteva i documenti rilevanti per la vicenda, compresa la documentazione attestante l’erogazione delle somme fino a quel momento corrisposte.

Senonchè, in data 26 agosto 2013 i proprietari delle aree inviavano al Comune una diffida volta a sollecitare l’esercizio dei poteri di cui all’art. 42 bis del DPR. 327/2001 per conseguire il pagamento delle somme a titolo d’indennizzo e di risarcimento, prospettando, in difetto, la necessità di procedere alla restituzione delle aree previa demolizione dell’opera pubblica realizzata.

Il Comune, con nota prot. 33633 del 10 ottobre 2013, rappresentava che l’indennità dovuta a saldo per l’acquisizione del terreno era prevista dal bilancio comunale ma che, prima della conclusione della pratica, era comunque necessario che gli interessati producessero i titoli di proprietà debitamente trascritti alla Conservatoria dei registri immobiliari e l’aggiornamento della situazione catastale, precisando che la procedura per la conclusione della pratica sarebbe proseguita dopo l’acquisizione della documentazione attestante la quota di proprietà di ciascun richiedente.

Gli interessati non riscontravano la predetta nota e proponevano ricorso innanzi al TAR Lombardia con il quale censuravano il silenzio serbato dal Comune sull’istanza del 26 agosto 2013 volta all’ emissione del decreto ai sensi dell’art. 42 bis DPR 327/2001, e chiedevano la condanna del Comune a pronunciarsi sull’istanza stessa.

Il Comune, costituitosi in giudizio, sollevava preliminarmente alcune eccezioni di inammissibilità del ricorso, ed in primis, l’avvenuto riscontro della diffida con la nota del 10 ottobre 2013.

Il TAR, in accoglimento di detta eccezione, dichiarava il ricorso inammissibile “nella parte in cui chiede la declaratoria di illegittimità del silenzio”. Secondo il TAR l’Amministrazione aveva riscontrato la diffida ad emettere il provvedimento ex art. 42 bis DPR n. 327/2001, facendo (implicito) riferimento all’articolata vicenda che aveva interessato le aree in questione, dichiarando la disponibilità in bilancio della (esigua) somma residua a titolo di omnicomprensivo corrispettivo di cessione nonché subordinando la conclusione della “pratica” (id est la stipulazione dell’atto definitivo di cessione) alla produzione da parte dei privati della documentazione necessaria (titoli di proprietà debitamente trascritti e aggiornamento della situazione catastale).

Il TAR si spingeva, inoltre e più in radice, ad affrontare la sussistenza, nel caso di specie, di un obbligo a provvedere ex art. 42 bis, dichiarando di aderire all’orientamento giurisprudenziale secondo cui il silenzio inadempimento della pubblica amministrazione è configurabile solo nei casi in cui alla presentazione di un’istanza corrisponda un obbligo giuridico di provvedere; viceversa – secondo il TAR “ciò non accade nel caso in cui il proprietario di un fondo illecitamente occupato chiede all’amministrazione l’emanazione di un provvedimento di acquisizione ex art. 42bis, D.P.R. 327/2001, poiché la norma invocata configura una facoltà e non un obbligo dell’amministrazione (cfr.T.A.R. Parma 18 settembre 2014 n. 353; T.A.R. Toscana, sez. I, 22 gennaio 2014, n. 124 e 23 dicembre 2013 n. 1756). Ciò, di per sé, determina l’impossibilità per il Giudice amministrativo di ordinare all’amministrazione di adottare il provvedimento di acquisizione sanante né, tanto meno, può nominare un commissario ad acta che agisca in vece dell’amministrazione, ostandovi il disposto di cui all’art. 34 comma 2 cod. proc. amm., posto che, come precisato, l’adozione o meno del provvedimento di cui all’art. 42 bis rientra nella discrezionalità dell’Amministrazione”.

Avverso la citata sentenza hanno proposto appello i sigg.ri T.. A supporto del gravame deducono:

1) Il giudice di prime cure avrebbe errato nel sostenere la mera facoltà di provvedere, essendo invece ritraibile, dal quadro normativo vigente e dalla giurisprudenza che ne ha fatto applicazione, la sussistenza di un obbligo, sia pur generico, di provvedere, impregiudicata la scelta. dell’amministrazione tra acquisizione sanante e restituzione dell’immobile al legittimo proprietario

2) Quanto alla nota del 10.10.2013 con la quale il Comune di M. ha - secondo il Giudice di prime cure - riscontrato l’istanza avanzata in data 26.8.2013, gli appellanti sostengono che essa non potrebbe essere considerato quale “provvedimento espresso o atto connesso con l’oggetto della controversia” ex art. 117 comma 5 del c.p.a. necessitante di autonoma impugnazione, atteso che con tale nota l’amministrazione si sarebbe limitata tralaticiamente a reiterare la soluzione della sottoscrizione del contratto definitivo di cessione, opzione quest’ultima nemmeno contemplata nella richiesta degli appellanti.

3) Il giudice di prime cure avrebbe ritenuto l’accordo del 30 maggio 1985 ancora efficace, con ciò errando considerato che esso è condizionato – secondo la tesi degli appellanti – alla tempestiva conclusione del procedimento di esproprio mediante la stipula del contratto di cessione o l’emanazione del decreto di esproprio.

- L’amministrazione si è costituita in giudizio. A confutazione delle tesi dell’appellante osserva:

il Comune non è rimasto silente, ma ha avviato un procedimento al fine di verificare la sussistenza dei presupposti per poter riconoscere agli stessi le indennità richieste; a seguito della prima richiesta istruttoria formulata dall’amministrazione sarebbero stati i privati piuttosto a rimanere silenti e ad integrare quindi un inadempimento nei confronti del Comune. Le considerazioni per le quali secondo gli appellanti il comportamento del Comune equivarrebbe sostanzialmente a silenzio, avrebbero dovuto essere fatta valere previa proposizione di motivi aggiunti ai sensi dell’art. 117, comma 5, c.p.a. o di ricorso autonomo.

- La causa è stata trattenuta in decisione alla pubblica udienza del 17 settembre 2015.

L’appello è infondato.

E’ pacifico che il Comune non sia rimasto silente, ma abbia piuttosto dato risposta agli istanti con la nota 10.10.2013. Ciò che è controverso è, invece, se la nota costituisca o meno adempimento di quell’obbligo di provvedere sorgente dai contenuti dell’istanza sulla base della legge, atteso che l’istanza prospettava l’alternativa acquisizione sanante/restituzione mentre la nota faceva riferimento alla stipula della definitiva cessione in adempimento degli accordi preliminari presi con le parti private.

E’ noto l’orientamento della Sezione secondo il quale, nell’attuale quadro normativo, vigente l’art. 42-bis, le Amministrazioni hanno l’obbligo giuridico di far venir meno - in ogni caso - l’occupazione sine titulo e, quindi, di adeguare comunque la situazione di fatto a quella di diritto (Cons. di Stato, sez. IV, n.1713/2013, n. 2126/2015, ultimo 26/08/2015, n. 4014; ma in tal senso anche Corte costituzionale n. 71/2015).

Tuttavia, come chiarito anche di recente dal Giudice delle leggi, l’adozione dell’atto costituisce extrema ratio ed è praticabile, solo quando siano stati escluse, all’esito di una effettiva comparazione con i contrapposti interessi privati, altre opzioni, compresa la cessione volontaria mediante atto di compravendita, e non sia ragionevolmente possibile la restituzione, totale o parziale, del bene, previa riduzione in pristino, al privato illecitamente inciso nel suo diritto di proprietà (Corte costituzionale n. 71/2015, cit.).

Nel caso di specie, l’amministrazione, a fronte della sollecitazione dei privati, ha ritenuto di dover insistere nella conclusione della vicenda contrattuale avviata con l’accordo sottoscritto in data 30 maggio 1985, avendo già provveduto a corrispondere gran parte del prezzo e ritenendo le parti private evidentemente ancora obbligate alla stipula del definitivo.

Non c’è dubbio che la risposta dell’amministrazione costituisca adempimento dell’obbligo di far venir meno - in ogni caso - l’occupazione sine titulo e, quindi, di adeguare comunque la situazione di fatto a quella di diritto, e che dunque alcun silenzio patologico sia ravvisabile.

Se poi la nota sia il frutto di una scelta illegittima o meno, questa è questione che esula dall’ambito del giudizio sul “silenzio”.

L’appello è pertanto da respingere.

Avuto riguardo allo stato della giurisprudenza ed alla peculiarità della questione, le spese possono essere compensate.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 17 settembre 2015 con l’intervento dei magistrati:

Riccardo Virgilio, Presidente

Nicola Russo, Consigliere

Raffaele Potenza, Consigliere

Andrea Migliozzi, Consigliere

Giulio Veltri, Consigliere, Estensore

 

 

 

BREVI ANNOTAZIONI

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

La pronuncia si presenta interessante per le precisazioni che offre in merito all’obbligo giuridico di provvedere della P.A. e, segnatamente, al dovere, riveniente dall’art. 42 bis del D.P.R. n. 327/2001, di far venir meno l’occupazione sine titulo e di adeguare la situazione di fatto a quella di diritto. Tratta, altresì, dei limiti alla discrezionalità amministrativa circa il contenuto delle determinazioni da recepire a tal fine.

In particolare i ricorrenti, proprietari delle aree su cui era stato realizzato un edificio scolastico, avevano diffidato il Comune ad adottare un provvedimento di c.d. “acquisizione sanante”, prospettando, in difetto, la restituzione dei suoli previa demolizione dell’opera pubblica realizzata. L’Amministrazione, ritenendo di dover concludere il procedimento in via negoziale, rappresentava la necessità di acquisire la documentazione attestante la quota in titolarità di ciascun richiedente. Invero, il profilo di dubbio che la sentenza scioglie verte sulla qualificabilità o meno di siffatta richiesta istruttoria quale provvedimento espresso o atto connesso con l’oggetto della controversia ex art. 117 c.p.a..

Palazzo Spada, confermando la sentenza di rigetto del Giudice di prime cure, ha escluso la sussistenza di un silenzio-rifiuto.

 

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

La questione si inserisce nell’ambito di una procedura espropriativa intrapresa da un Comune per la costruzione di un edificio scolastico. In tale contesto, le parti, a immissione in possesso dei suoli e realizzazione dell’opera già avvenute, stipulavano un accordo preliminare di cessione bonaria delle aree, con obbligo a carico dei privati, oltre al resto, di estinguere l’ipoteca sui beni oggetto di cessione prima della stipulazione dell’atto definitivo.

Il Comune più volte invitava gli interessati a comparire dianzi il notaio incaricato di rogare l’atto di trasferimento, nonché a provvedere agli adempimenti a loro carico.

Fatto sta che, questi ultimi, dopo un considerevole lasso temporale dalla stipula del succitato contratto preliminare, e dopo aver altresì percepito quasi per intero il prezzo pattuito, inoltravano all’Amministrazione una diffida a emettere provvedimento di c.d. “acquisizione sanante”, ai sensi dell’art. 42 bis del D.P.R. n. 327/2001; tanto, al fine di conseguire il pagamento delle somme a titolo d’indennizzo e il risarcimento dei danni, prospettando, in difetto, la necessità di procedere alla restituzione delle aree previa demolizione dell’opera pubblica realizzata.

L’istanza veniva riscontrata dalla civica P.A., con l’invito a produrre la documentazione attestante la quota di proprietà di ciascun richiedente.

Gli interessati adivano il competente Tribunale amministrativo per l’accertamento e la declaratoria di illegittimità del silenzio-rifiuto serbato dall’Amministrazione, censurando il mancato recepimento di un provvedimento espresso sull’atto di diffida.

Il Giudice amministrativo di prime cure dichiarava l’inammissibilità del ricorso, sul rilievo per cui il silenzio inadempimento della P.A. sarebbe configurabile solo in presenza di un obbligo giuridico di provvedere sull’istanza del privato; ciò che non ricorrerebbe nell’ipotesi in cui il proprietario di un fondo illecitamente occupato chieda all’Amministrazione l’adozione di un provvedimento di acquisizione ex art. 42 bis, D.P.R. n. 327/2001, attesa l’indole facoltativa (recté, discrezionale) del provvedimento in questione. Escludeva, poi, nella specie, il carattere illecito dell’occupazione comunale, in considerazione del possesso anticipato conseguito dalla parte pubblica a far tempo dalla stipulazione dell’accordo preliminare di cessione delle aree.

Avverso tale decisum hanno proposto appello i proprietari, lamentando l’erronea statuizione del primo Giudice in ordine alla ritenuta, mera facoltà di provvedere sull’istanza di che trattasi. Hanno dedotto, inoltre, la non equiparabilità della richiesta d’integrazione documentale dell’Ente civico al “provvedimento espresso o atto connesso con l’oggetto della controversia” ex art. 117, comma 5, c.p.a. e, così, la sua idoneità a realizzare la fattispecie del silenzio censurabile; tanto, alla luce del contenuto dell’istanza amministrativa che non contemplava l’opzione prescelta dalla P.A..

Il Comune, costituitosi in giudizio, tra l’altro, ha eccepito di avere avviato un procedimento al fine di verificare la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento delle indennità richieste.

Il Consiglio di Stato, evocando taluni propri, recenti pronunciamenti, ha, preliminarmente, ribadito sussistere in linea generale l’obbligo di provvedere sull’istanza in argomento, dovendo la P.A., in ogni caso, adeguare la situazione di fatto a quella di diritto; tuttavia, ha chiarito che l’adozione del provvedimento di “acquisizione sanante” costituisce estremo rimedio per far venir meno l’occupazione sine titulo, cui è possibile ricorrere soltanto in assenza di ragionevoli alternative. Da ciò la legittimità del riscontro dell’Amministrazione e l’assenza di un silenzio censurabile.

Alla luce di tali considerazioni, il Collegio di secondo grado ha confermato la sentenza di primo grado e, così, l’inammissibilità dell’azione proposta.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Com’è noto, il tema della doverosità dell’obbligo di provvedere della P.A. e quello di concludere il procedimento entro termini ben precisi, costituisce una delle garanzie di tutela della sfera giuridica del privato il quale rischierebbe, altrimenti, di essere leso dall’inerzia dell’Amministrazione. L’art. 2 della legge n. 241/1990, infatti, prevede che il procedimento che consegue obbligatoriamente a un’istanza, ovvero debba essere iniziato d’ufficio, determini in capo all’Amministrazione l’obbligo di concluderlo con un provvedimento espresso nel termine che la stessa individua in ordine alla complessità del procedimento o, in difetto, in quello – indicato dallo stesso art. 2 – di 30 giorni, con la conseguente illegittimità dell’inazione pubblica.

Circa l’obbligo di provvedere, è pacifico ch’esso sussista laddove sia il legislatore a prevederlo in ossequio a una norma di legge, di regolamento o in un atto amministrativo, tuttavia, non necessariamente esso deve scaturire da una disposizione puntuale e specifica, potendosi desumere anche da prescrizioni di ampia portata, oltreché, in generale, dal quadro normativo vigente.

Così, con precipuo riguardo al provvedimento di c.d. “acquisizione sanante” ai sensi dell’art. 42 bis del D.P.R. n. 327/2001, è opinione condivisa che, anche se la disposizione non contempla l’avvio del procedimento a istanza di parte, il privato possa sollecitare l’Amministrazione espropriante sine titulo ad avviare il relativo iter (cfr. T.A.R. Lazio, Roma, Sez. II, 4 gennaio 2016, n. 43).

Sull’obbligo di pronunciarsi sul merito dell’istanza, tuttavia, si registrano indirizzi giurisprudenziali contrastanti.

Secondo un primo, minoritario convincimento di taluni T.A.R., non sussisterebbe un obbligo in tal senso in capo all’Amministrazione, atteso che l’emanazione del provvedimento di che trattasi costituirebbe esercizio di un potere ampiamente discrezionale (da ultimo, T.A.R. Lombardia, Milano, Sez. III, 21 gennaio 2015, n. 225; T.A.R. Emilia-Romagna, Parma, Sez. I, 18 settembre 2014, n. 353; T.A.R. Toscana, Firenze, Sez. I, 22 gennaio 2014, n. 124).

Altro e più autorevole indirizzo ritiene, di contro, pacifica la sussistenza di un obbligo giuridico di provvedere, cui si collegano adeguati strumenti di reazione del proprietario contro l’inerzia della P.A., esercitabili dianzi il Giudice amministrativo, sia attraverso il c.d. “rito silenzio” (artt. 34 e 117 c.p.a.), sia in sede di ordinario giudizio di legittimità avverso gli atti del procedimento ablatorio sospettati d’illegittimità, che, ancora, in sede di azione reipersecutoria. In talché, si ritiene che l’ampiezza della discrezionalità amministrativa sia delimitata alla luce dell’obbligo giuridico di far venir meno l’occupazione illegittima e di adeguare la situazione di fatto a quella di diritto; tanto, al precipuo fine di evitare che tale eccezionale potere ablatorio possa esercitarsi sine die, in violazione dei valori costituzionali ed europei di certezza e stabilità dell’assetto degli interessi in gioco (Ad. Plen., 9 febbraio 2016, n. 2; Corte cost., 30 aprile 2015, n. 71; Cons. Stato, Sez. IV, 26 agosto 2015, n. 4014; idem, 27 aprile 2015, n. 2126).

Orbene, la pronuncia in esame, collocandosi nel solco dell’indirizzo esegetico da ultimo esposto, risulta interessante nella parte in cui approfondisce il tema dei presupposti del silenzio movendo proprio dal quomodo in cui la P.A. è chiamata a provvedere.

Invero, l’art. 42 bis, D.P.R. n. 327/2001 configura un procedimento ablatorio sui generis, caratterizzato da una precisa base legale, semplificato nella struttura (“uno actu perficitur”), complesso negli effetti (che si producono sempre e comunque ex nunc), il cui scopo non è (e non può essere) quello di sanatoria di un precedente illecito perpetrato dall’Amministrazione – perché altrimenti integrerebbe una espropriazione indiretta, per ciò solo vietata – bensì quello autonomo, rispetto alle ragioni che hanno ispirato la pregressa occupazione contra ius, consistente nella soddisfazione di imperiose, prevalenti esigenze pubbliche al mantenimento e gestione di qualsiasi opera infrastrutturale realizzata senza titolo.

Tale obiettivo istituzionale, inoltre, deve emergere necessariamente da un percorso motivazionale rafforzato e stringente basato sull’emersione di ragioni attuali ed eccezionali che pongano l’apprensione coattiva come l’unico rimedio possibile, nel bilanciamento dei contrapposti interessi, a porre fine all’illecito permanente perpetrato dalla P.A. (Ad. Plen., n. 2 cit.).

E, così, se l’adozione del provvedimento di “acquisizione sanante” costituisce l’extrema ratio, dovendo l’Amministrazione prediligere tutte le alternative praticabili, non v’è dubbio che anche la nota cui tramite sia richiesta agli interessati un’integrazione istruttoria, in funzione della successiva definizione del procedimento secondo schemi negoziali privatistici, in alternativa all’esercizio del potere tipico autoritativo, costituisce “adempimento” rispetto all’obbligo di provvedere: cosi, il comportamento della P.A. in alcun modo può integrare gli estremi di un’inerzia censurabile ai sensi dell’art. 117 c.p.a..

 

PERCORSO BIBLIOGRAFICO

F. CARINGELLA, Manuale di diritto amministrativo, IX edizione, 2016, Dike giuridica editore.

M. DIDONNA, Ha l’obbligo di provvedere la P.A. sull’istanza di c.d. “acquisizione sanante” ex art. 42 bis, D.P.R. n. 327/2001? (nota a Consiglio di Stato, Sez. IV, 26 agosto 2015, n. 4014), in http://www.ilnuovodirittoamministrativo.it.

 

 

 

Tag: doverositàistanza ex art. 42 bis D.P.R. 327/2001obbligo di far venir meno l’occupazione sine titulo; quomodo.obbligo di provvedere della P.A.
Dike Giuridica Editrice s.r.l. - P.I.: 09247421002
Via Raffaele Paolucci, 59 - 00152 ROMA
Copyright 2012 - 2021