Termine di conclusione del procedimento amministrativo e danno da ritardo

T.A.R. Basilicata, Potenza, Sez. I, 16 gennaio 2016, n. 6

La previsione del termine massimo per la conclusione del procedimento amministrativo non consuma il potere amministrativo dell’Amministrazione di adottare il provvedimento finale, mentre la violazione di tale termine può essere denunciata dai soggetti che hanno attivato il procedimento, con l’azione avverso il silenzio oppure con la domanda di risarcimento dei danni, derivanti dall’inerzia dell’attività amministrativa

 
 
 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Basilicata

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 713 del 2014, proposto da:   Fi. La., Ro. La., Ma. Fi. La., Ce. Ma., Se. Ve., Ca. Co. e  Gi.  Co., tutti rappresentati e difesi dagli avv.ti XXX, con  domicilio  eletto  in  XXX presso lo studio dell'avv. XXX;       

contro

Regione  Basilicata,  in  persona  del  Presidente  della   Giunta Regionale p.t., rappresentata e difesa  dall'avv.  XXX, con domicilio eletto in XXX Via XXX presso XXX;

Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in persona del Ministro p.t., Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Basilicata, in persona del legale  rappresentante p.t., e Soprintendenza per i Beni Archeologici della  Basilicata,  in persona del legale rappresentante p.t., rappresentati  e  difesi  ope legis  dall'Avvocatura  Distrettuale dello Stato di Potenza e domiciliati ex lege in XXX;       

Provincia di Potenza, in persona del Presidente p.t., non costituita in giudizio;                                                        

Comune di Savoia di  Lucania,  in  persona  del  Sindaco  p.t.,  non costituito in giudizio;                                             

Comune di Vietri di  Potenza,  in  persona  del  Sindaco  p.t.,  non costituito in giudizio;                                             

Comune di Tito, in persona  del  Sindaco  p.t.,  non  costituito  in giudizio;                                                           

Comune di Picerno, in persona del Sindaco p.t.,  non  costituito  in giudizio;                                                           

nei confronti di

C.L. S.r.l., in persona del legale  rappresentante p.t.,rappresentata e difesa dagli avv.ti XXX, con domicilio  eletto  in  XXX via XXX presso lo studio dell'avv. XXX;

C.S.r.l.,  in  persona  del  legale  rappresentante  p.t.,  non costituita in giudizio;                                                                              

per l'annullamento:

della Determinazione n. 577 del 19.6.2014 (pubblicata nel  BUR  del 25.6.2014), con la quale  il  Dirigente  dell'Ufficio  Energia  della Regione Basilicata ha rilasciato alla C.L. S.r.l.,  nella qualità di  cessionaria  del  ramo  d'azienda  della  C.  S.r.l., l'autorizzazione unica  ex  art.  12  D.Lg.vo  n.  387/2003,  per  la realizzazione di un impianto eolico, composto da 15 aerogeneratori di potenza unitaria di 2 MW e di altezza complessiva di 150 m., pari  ad una potenza complessiva di 30 MW, nei Comuni di Vietri di  Potenza  e Savoia di Lucania, con  cavidotti  interrati  che  attraversavano  il Comune di  Tito,  fino  alla  stazione  di  smistamento  dell'energia elettrica sita nel Comune di Picerno;                               

per quanto dovesse occorrere: 1) la Delibera n. 304 dell'11.3.2014,con la quale la Giunta Regionale ha rilasciato,  con  riferimento  al predetto impianto eolico, il  giudizio  favorevole  di  compatibilità ambientale ex L.R. n. 47/1998 e D.Lg.vo n. 152/2006; 

2)  della  nota prot. 95355 del 12.6.2014, con la  quale  il  Dirigente  dell'Ufficio regionale di Compatibilità Ambientale ha ritenuto  che  le  modifiche progettuali, proposte  dalla  C.  S.r.l.  il  6.6.2014,  dovevano essere  qualificate  come  varianti  non   sostanziali,    che    non comportavano  la  riapertura  del   procedimento    di    Valutazione dell'Impatto Ambientale;

3) della nota prot. n. 1484  del 19.2.2014,con la quale il Comune di Tito ha espresso il  parere  favorevole  in merito alla compatibilità idrogeologica del cavidotto;

4) della  nota prot. n. 17719 del 3.2.2014, con la quale il  Dirigente  dell'Ufficio regionale  Ciclo  dell'Acqua  ha  espresso  parere  favorevole    per l'attraversamento da parte del cavidotto delle  aree  appartenenti  a demanio idrico;

5) i pareri favorevoli al rilascio  del  giudizio  di compatibilità ambientale, espressi dal Comitato Tecnico Regionale per l'Ambiente (C.T.R.A.) nelle sedute del 27.9.2012 e del 28.11.2013;

6) dei verbali redatti dalla Conferenza  di  servizi  nelle  sedute  del 17.1.2013, del 6.2.2014 e del 24.2.2014;                            

Visti il ricorso ed i relativi allegati;                            

Visti gli atti di costituzione in giudizio della Regione  Basilicata, del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici  della Basilicata,  della  Soprintendenza  per  i  Beni  Archeologici  della Basilicata e della C.L. S.r.l.;                            

Viste le memorie difensive;                                        

Visti tutti gli atti della causa;                                 

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 4 novembre  2015  il  dott. Pasquale Mastrantuono e uditi gli avv.ti Antonio Ausiello,  Nicoletta Pisani, Domenico Mutino e Simona Viola;                             

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.             

Fatto

In data 15.1.2011 la C. S.r.l. presentava la domanda, volta ad ottenere l'autorizzazione unica ex art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003, per la realizzazione di un impianto eolico, composto da 20 aerogeneratori di potenza unitaria di 3 MW e di altezza complessiva di 155,5 m., pari ad una potenza complessiva di 60 MW, nei Comuni di Vietri di Potenza e Savoia di Lucania, con cavidotti interrati, che attraversavano il Comune di Sant'angelo Le Fratte fino alla stazione di connessione alla rete elettrica nazionale, che doveva essere costruita nel Comune di Polla (SA).
Nella seduta del 27.9.2012 il Comitato Tecnico Regionale per l'Ambiente (C.T.R.A.) esprimeva parere favorevole al rilascio del giudizio di compatibilità ambientale, con la prescrizione dell'eliminazione di 5 aerogeneratori e lo spostamento di altri aerogeneratori, da installare nel Comune di Savoia di Lucania.
Poiché la Regione Campania non aveva autorizzato la costruzione della stazione di connessione alla rete elettrica nazionale nel Comune di Polla (SA), la C. S.r.l. individuava come nuovo punto di consegna dell'energia elettrica la stazione di smistamento, sita nel Comune di Picerno, con cavidotti interrati di collegamento che attraversavano il Comune di Tito.
Anche su tale variante progettuale il CRTA esprimeva parere favorevole al rilascio del giudizio di compatibilità ambientale nella seduta del 28.11.2013.
Nella seduta conclusiva del 24.2.2014 la Conferenza di servizi autorizzava anche lo spostamento di un aerogeneratore, al fine di evitare fenomeni di ombreggiamento ad un vicino impianto fotovoltaico, e lo spostamento di altri quattro aerogeneratori (precisamente 2 nel Comune di Savoia di Lucania e 2 nel Comune di Vietri di Potenza), per distanziarli maggiormente dalla strada comunale, in quanto il Dirigente dell'Ufficio regionale Compatibilità Ambientale aveva ritenuto che tali spostamenti non costituivano modifiche sostanziali.
Con Delibera n. 304 dell'11.3.2014 la Giunta Regionale rilasciava il giudizio favorevole di compatibilità ambientale ex L.R. n. 47/1998 e D.Lg.vo n. 152/2006, condividendo i suddetti pareri, espressi dal CRTA nelle sedute del 27.9.2012 e del 28.11.2013.
Dopo la seduta conclusiva della Conferenza di servizi del 24.2.2014, la C. S.r.l. in data 6.6.2014 modificava nuovamente il progetto con la sostituzione del modello dei 15 aerogeneratori, di potenza unitaria di 3 MW e di altezza complessiva di 155,5 m., con altri di potenza unitaria di 2 MW e di altezza complessiva di 150 m., pari ad una potenza complessiva di 30 MW, e con lo spostamento di due aerogeneratori, resosi necessario, perché dall'aggiornamento dei mappali catastali dell'Agenzia del Territorio era emerso un accatastamento vicino ad un aerogeneratore, che aveva determinato il conseguente spostamento di un altro aerogeneratore per il rispetto della distanza tra aerogeneratori di tre volte il diametro del rotore.
Con Determinazione n. 577 del 19.6.2014 (pubblicata nel BUR del 25.6.2014) il Dirigente dell'Ufficio regionale Energia ha rilasciato alla C.L. S.r.l., nella qualità di cessionaria del ramo d'azienda della C. S.r.l., l'autorizzazione unica ex art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003, per la realizzazione del sopra descritto impianto eolico nei sensi indicati nell'ultima modifica progettuale del 6.6.2014, in quanto con nota prot. 95355 del 12.6.2014 il Dirigente dell'Ufficio regionale di Compatibilità Ambientale ha ritenuto che le predette modifiche progettuali del 6.6.2014 dovevano essere qualificate come varianti non sostanziali, che non comportavano la riapertura del procedimento di Valutazione dell'Impatto Ambientale: con tale provvedimento è stato anche stabilito “di differire l'efficacia della dichiarazione di pubblica utilità di cui all'art. 12, comma 1, D.Lg.vo n. 387/2003 all'atto di apposizione del vincolo preordinato all'espropriazione sui terreni individuati nell'elenco allegato all'avviso di avvio del procedimento dell'11.4.2014”.
I sigg. Fi. La., proprietaria dei terreni siti in Savoia di Lucania foglio n. 36, particelle nn. (omissis), Ro. La. e Ma. Fi. La., proprietarie dei terreni siti in Savoia di Lucania foglio n. (omissis), particelle nn. (omissis), Ce. Ma., proprietaria del terreno sito in Savoia di Lucania foglio n. (omissis), particella n. (omissis), Se. Ve., proprietario dei terreni siti in Savoia di Lucania foglio n. (omissis), particella n. (omissis), e foglio n. (omissis), particelle nn. (omissis), Ca. Co., proprietario dei terreni siti in Savoia di Lucania foglio n. (omissis), particella n. (omissis), e foglio n. (omissis), particella n. (omissis), e Gi. Co., proprietario dei terreni siti in Savoia di Lucania foglio n. 15, particelle nn. 220 e 224, con il presente ricorso, notificato il 7/15.10.2014 e depositato il 31.10.2015, hanno impugnato la predetta Determinazione n. 577 del 19.6.2014 e la nota ivi richiamata prot. 95355 del 12.6.2014 del Dirigente dell'Ufficio di Compatibilità Ambientale, deducendo:
1) la violazione dell'art. 7 L. n. 214/1990, in quanto non era stato comunicato ai ricorrenti l'avvio del procedimento, conclusosi con l'impugnata Determinazione n. 577 del 19.6.2014;
2) la violazione dell'art. 12, comma 4, D.Lg.vo n. 387/2003, in quanto il provvedimento impugnato era stato emanato dopo il termine di 180 giorni stabilito dalla predetta norma;
3) la violazione dell'art. 5 comma 3, D.Lg.vo n. 28/2011, in quanto ai sensi di tale norma la terza e quarta modifica progettuale sopra descritte dovevano essere qualificate varianti sostanziali, che comportavano l'obbligo di riattivare il procedimento di VIA;
4) la violazione dell'art. 13 della L.R. n. 8/2012, in quanto l'impugnata Determinazione n. 577 del 19.6.2014 non aveva previsto misure di compensazione e di miglioramento ambientale in favore dei Comuni di Savoia di Lucania e di Vietri di Potenza;
5) la violazione dell'art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003 e dell'Allegato 3 alle Linee Guida nazionali approvate con il D.M. 10.9.2010, in quanto, poiché l'impianto eolico di cui è causa ricadeva in un'area SIC, dove insisteva anche un reperto archeologico di villa romana, sulle suddette terza e quarta modifica progettuale doveva pronunciarsi la Soprintendenza;
6) la violazione dell'art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003 e dell'Allegato 3 alle Linee Guida nazionali approvate con il D.M. 10.9.2010, in quanto, con riferimento all'ultima modifica progettuale del 6.6.2014, non era stata effettuata alcuna verifica relativa agli usi civici.
Si è costituita in giudizio la Regione Basilicata, la quale, oltre a sostenere l'infondatezza del ricorso, ha anche eccepito l'inammissibilità per difetto di interesse del secondo e quarto motivo di impugnazione.
Si sono costituiti in giudizio anche il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Basilicata e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata, i quali hanno sostenuto l'infondatezza del ricorso.
Si è pure costituita in giudizio la Cogein Lucania S.r.l. la quale ha:
1) eccepito: a) l'irricevibilità, in quanto, ai sensi dell'art. 119, commi 1, lett. f), e 2 Cod. Proc. Amm. il ricorso doveva essere depositato entro il 30.10.2014, mentre era stato depositato il 31.10.2014; b) la carenza di legittimazione ad agire di tutti i ricorrenti, in quanto sui terreni, di proprietà di Fi. La., Ro. La., Ma. Fi. La., Se. Ve., Ca. Co. e Gi. Co., non doveva essere alcun intervento, mentre i terreni, di proprietà di Ce. Ma. e Se. Ve., erano interessati dal passaggio di un cavidotto interrato e dalla realizzazione di una porzione di strada di collegamento e/o di una porzione di piazzola di un aerogeneratore; con la puntualizzazione che per la sussistenza dell'interesse a ricorrere non risulta sufficiente la condizione di vicinitas, essendo necessaria la prova del danno derivante dall'impianto eolico in questione; c) l'inammissibilità del ricorso, in quanto avrebbe dovuto essere impugnato anche nei confronti degli altri enti, che avevano partecipato alla Conferenza di servizi di natura decisoria, esprimendo parere favorevole alla realizzazione dell'impianto eolico in questione;
2) dedotto l'infondatezza del ricorso e l'inammissibilità per difetto di interesse del secondo, del terzo, del quarto e del sesto motivo di impugnazione.
All'Udienza Pubblica del 4.11.2015 il ricorso in epigrafe è passato in decisione.


Diritto

In via preliminare, va disattesa l'eccezione di irricevibilità, sollevata dalla controinteressata C.L. S.r.l..
Al riguardo, va riconosciuto che risulta condivisibile la tesi della controinteressata, secondo cui, poiché l'impugnato provvedimento di autorizzazione unica ex art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003, essendo equivalente a dichiarazione di pubblica utilità e di indifferibilità ed urgenza, rientra tra i provvedimenti ex art. 119, comma 1, lett. f), Cod. Proc. Amm. “relative alle procedure di occupazione ed espropriazione di aree destinate all'esecuzione di opere pubbliche o di pubblica utilità”, ai sensi del comma 2 dello stesso art. 119 Cod. Proc. Amm. tutti i termini processuali, diversi quelli previsti per la notifica del ricorso introduttivo, del ricorso introduttivo e dell'atto di motivi aggiunti nel giudizio di primo grado, per l'appello delle ordinanze cautelari e di quelli espressamente disciplinati dallo stesso art. 119, sono dimezzati (sul punto cfr. C.d.S. Sez. V sentenza n. 6116 del 20.12.2013).
Pertanto, i ricorsi, di impugnazione dei provvedimenti autorizzatori ex art. art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003, devono essere depositati entro il termine decadenziale di 15 giorni dall'ultima notifica, per cui, nella specie, il ricorso in esame avrebbe dovuto essere depositato entro il 30.10.2014, cioè entro 15 giorni dall'ultima notifica avvenuta il 15.10.2014, mentre è stato depositato il 7.11.2014.
Tuttavia, nel caso di specie, ai sensi dell'art. 37 cod. proc. amm. va riconosciuto l'errore scusabile, in quanto, poiché l'impugnato provvedimento di autorizzazione unica ex art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003 ha stabilito il differimento dell'efficacia della dichiarazione di pubblica utilità all'atto di apposizione del vincolo preordinato all'espropriazione, tale provvedimento, al momento della proposizione dell'impugnativa, non appariva idoneo a suscitare nei ricorrenti la convinzione che fosse riconducibile al novero di quelli di cui al ripetuto art. 119, comma 1, lett. f), Cod. Proc. Amm..
Parimenti, va respinta anche l'eccezione di carenza di legittimazione ad agire in capo ai ricorrenti, sempre proposta dalla C.L. S.r.l., atteso che, come riconosciuto dalla stessa controinteressata, tutti i suindicati terreni, di proprietà dei ricorrenti, sono stati inseriti nel piano particellare di esproprio, sia perché interessati dalla fascia di rispetto di cui all'art. 52 quater, comma 2, DPR n. 327/2001 e/o da eventuali occupazioni temporanee da parte dei mezzi meccanici durante le operazioni di scavo per l'interramento dei cavidotti, sia perché i terreni, di proprietà dei ricorrenti Ce. Ma. e Se. Ve., erano interessati dal passaggio di un cavidotto interrato e dalla realizzazione di una porzione di strada di collegamento e/o di una porzione di piazzola di un aerogeneratore.
 Pertanto, dai predetti riflessi negativi, derivanti dalla realizzazione dell'impianto eolico in questione, discende l'interesse dei ricorrenti ad impugnare la Determinazione n. 577 del 19.6.2014 di autorizzazione unica ex art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003. 
Anche la terza ed ultima eccezione di inammissibilità del ricorso, per l'omessa notificazione anche nei confronti degli altri enti, che avevano espresso parere favorevole nell'ambito della Conferenza di servizi, va disattesa, in quanto i ricorrenti hanno integrato il contradditorio esclusivamente verso quegli enti, ai cui pareri favorevoli si riferiscono le censure del ricorso in esame, mentre non occorreva notificare il gravame nei confronti dei soggetti, i cui pareri favorevoli non sono stati contestati dai ricorrenti (sul punto cfr. per es. C.d.S. Sez. IV n. 2107 del 3.5.2005).
Nel merito, il ricorso è infondato.
Con il primo motivo di impugnazione i ricorrenti hanno dedotto la violazione dell'art. 7 L. n. 214/1990, in quanto non era stato a loro comunicato l'avvio del procedimento, conclusosi con l'impugnata Determinazione n. 577 del 19.6.2014.
Tale censura è infondata.
Infatti, tenendo conto della circostanza che, come sopra detto, il provvedimento di autorizzazione unica ex art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003 equivale a dichiarazione di pubblica utilità e di indifferibilità ed urgenza, deve ritenersi che tale fattispecie risulta disciplinata dal Testo Unico DPR n. 327/2001 in materia di espropriazione per pubblica utilità, il quale agli artt. 11, comma 2, e 16, commi 4 e 5, statuisce espressamente che l'avvio dei procedimenti di apposizione del vincolo preordinato all'esproprio e di approvazione del progetto definitivo deve essere comunicato ai proprietari dei terreni da espropriare, ma, se, come nella specie, il numero dei destinatari è superiore a 50, “la comunicazione è effettuata mediante pubblico avviso, da affiggere all'Albo Pretorio dei Comuni nel cui territorio ricadono gli immobili da assoggettare al vincolo, nonché su uno o più quotidiani a diffusione nazionale e locale”.
 Ebbene dalla documentazione, versata in giudizio, risulta che tale pubblicazione è stata effettuata negli Albi Pretori dei Comuni, interessati dalla realizzazione dell'opera di pubblica utilità di cui è causa, e sul quotidiano “La Nuova del Sud”.
Inoltre, va rilevato che anche l'art. 8, comma 3, L. n. 241/1990 stabilisce che, “qualora per il numero dei destinatari la comunicazione personale” di avvio del procedimento prevista dall'art. 7 L. n. 241/1990 “non sia possibile o risulti particolarmente gravosa”, tale comunicazione può essere sostituita con “forme di pubblicità idonee”, come quella, nella specie effettuata, della pubblicazione negli Albi Pretori dei Comuni, dove doveva essere installato l'impianto eolico in questione e realizzate le relative opere di connessione alla rete elettrica nazionale. 
Inoltre, dalla documentazione, depositata dalla C.L. S.r.l., emerge che i ricorrenti Se. Ve. e Ca. Co. erano a conoscenza dell'avvio del procedimento, in quanto con note del 13.5.2013 si erano opposti all'installazione dell'impianto eolico, facendo presente di essere venuti a conoscenza della pubblicazione nell'Albo Pretorio del Comune di Savoia di Lucania dell'avviso di avvio del procedimento.
Al riguardo, va, altresì, evidenziato che, dopo l'emanazione dell'impugnata Determinazione n. 577 del 19.6.2014, la controinteressata C.L. S.r.l. ha attivato il procedimento, finalizzato all'approvazione del vincolo preordinato all'espropriazione, provvedendo a pubblicare il relativo avviso di avvio di tale procedimento negli Albi Pretori dei Comuni di Vietri di Potenza, Savoia di Lucania, Tito e Picerno e sui quotidiani “Il Mattino” e “La Nuova Basilicata”.
Il secondo motivo di impugnazione, con il quale è stata dedotta la violazione dell'art. 12, comma 4, D.Lg.vo n. 387/2003, in quanto il provvedimento impugnato era stato emanato dopo il termine di 180 giorni stabilito dalla predetta norma, risulta, oltre che infondato, anche inammissibile per difetto di interesse.
Infatti, la previsione del termine massimo per la conclusione del procedimento non consuma il potere amministrativo dell'Amministrazione di adottare il provvedimento finale, mentre la violazione di tale termine può essere denunciata dai soggetti che hanno attivato il procedimento, con l'azione avverso il silenzio oppure con la domanda di risarcimento dei danni, derivanti dall'inerzia dell'attività amministrativa.
Anche il terzo motivo di ricorso, con il quale i ricorrenti hanno dedotto la violazione dell'art. 5 comma 3, D.Lg.vo n. 28/2001, in quanto la terza e quarta modifica progettuale dovevano essere qualificate come varianti sostanziali e perciò dovevano essere assoggettate ad un nuovo procedimento di VIA, non coglie nel segno.
Infatti, pur tenendo conto della giurisprudenza di questo Tribunale (cfr. sentenze n. 869 del 20.12.2014, confermata dalla IV Sezione del Consiglio di Stato con la decisione n. 4947 del 29.10.2015, e n. 560 del 12.9.2015), va accolta l'eccezione di inammissibilità della censura, formulata dalla controinteressata C.L. S.r.l. a pag. 8 della memoria del 19.10.2015, atteso che i ricorrenti non hanno dimostrato l'incidenza negativa sui terreni di loro proprietà sia della sostituzione del modello dei 15 aerogeneratori, di potenza unitaria di 3 MW e di altezza complessiva di 155,5 m., con altri di potenza unitaria di 2 MW e di altezza complessiva di 150 m., pari ad una potenza complessiva di 30 MW, i quali, essendo di minore potenza ed altezza, devono chiaramente ritenersi meno lesivi rispetto agli interessi dei ricorrenti, sia dello spostamento di un aerogeneratore, al fine di evitare fenomeni di ombreggiamento ad un vicino impianto fotovoltaico, dello spostamento di altri quattro aerogeneratori (precisamente 2 nel Comune di Savoia di Lucania e 2 nel Comune di Vietri di Potenza), per distanziarli maggiormente dalla strada comunale, e dello spostamento di due aerogeneratori, resosi necessario, perché dall'aggiornamento dei mappali catastali dell'Agenzia del Territorio era emerso un accatastamento vicino ad un aerogeneratore, che aveva determinato il conseguente spostamento di un altro aerogeneratore per il rispetto della distanza tra aerogeneratori di tre volte il diametro del rotore.
Risulta infondato il quarto motivo di impugnazione, con il quale è stata dedotta la violazione dell'art. 13 della L.R. n. 8/2012, in quanto l'impugnata Determinazione n. 577 del 19.6.2014 non aveva previsto misure di compensazione e di miglioramento ambientale in favore dei Comuni di Savoia di Lucania e di Vietri di Potenza.
 Infatti, l'Allegato 2 alle Linee Guida nazionali, approvate con il D.M. 10.9.2010, alle lettere a) e d) stabilisce che le suddette misure compensative non sono automatiche, ma “solo eventuali e correlate alla circostanza che esigenze connesse agli indirizzi strategici nazionali richiedano concentrazioni territoriali di attività, impianti e infrastrutture ad elevato impatto territoriale”. 
E la Conferenza di servizi di servizi ha giudicato non necessaria l'adozione di tali misure di compensazione e di miglioramento ambientale, né i ricorrenti hanno dimostrato il contrario.
Al riguardo, va pure precisato che i ricorrenti hanno richiamato il precedente testo dell'art. 13 L.R. n. 8/2012, che prevedeva l'obbligo di versare, entro 90 giorni dal rilascio dell'autorizzazione, “10.000,00 € per ciascun MW di potenza nominale sino a 20 MW per gli impianti eolici ed a 10 MW per gli impianti fotovoltaici”, da corrispondere “per metà ai Comuni, nel cui territorio devono essere realizzati gli stessi impianti, e per l'altra metà alla Regione”, con l'espressa avvertenza che l'omesso pagamento di tale misura preventiva di carattere patrimoniale avrebbe comportato “la decadenza dell'autorizzazione unica”; ma la Regione ha interamente sostituito il suddetto art. 13 L.R. n. 8/2012 con l'art. 4 della L.R. n. 17 del 9.8.2012, non prevedendo più le suddette misure compensative di natura meramente patrimoniale e/o economica e statuendo espressamente all'art. 6, comma 2, stessa L.R. n. 17/2012 che “sono, comunque, nulli gli effetti eventualmente prodotti dagli artt. 10, commi 5 e 6, 12 e 13 L.R. n. 8/2012, nel testo vigente prima dell'entrata in vigore della presente legge”.
Va respinto anche il quinto motivo di impugnazione, con il quale i ricorrenti hanno dedotto la violazione dell'art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003 e dell'Allegato 3 alle Linee Guida nazionali ex D.M. 10.9.2010, in quanto, poiché l'impianto eolico di cui è causa ricadeva in un'area SIC, dove insisteva anche un reperto archeologico di villa romana, sulle suddette terza e quarta modifica progettuale doveva pronunciarsi la Soprintendenza.
Infatti, dalla documentazione acquisita in giudizio, risulta che sia l'impianto eolico, sia i cavidotti interrati di collegamento alla linea elettrica nazionale non ricadono in alcuna area SIC, mentre, per quanto riguarda il reperto archeologico di villa romana, va rilevato che la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata aveva espresso nell'ambito della Conferenza di servizi parere favorevole alla realizzazione dell'impianto in discorso, in quanto gli aerogeneratori erano stati ubicati ad una distanza di gran lunga superiore alla fascia di rispetto di 1 Km.: precisamente, i quattro aerogeneratori più vicini al predetto reperto archeologico, secondo il progetto anteriore alle suindicate terza e quarta modifica progettuale, erano stati ubicati rispettivamente a 2,200 Km., a 4,500 Km., a 4,700 Km. ed a 5,200 Km..
Al riguardo, va pure specificato che la controinteressata Cogein Lucania S.r.l. ha trasmesso alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata anche le sopra descritte terza e quarta modifica progettuale, i cui spostamenti degli aerogeneratori sono di massimo 81 m., per cui deve ritenersi che tali modifiche progettuali continuano a rispettare la suddetta fascia di rispetto di 1 Km..
Infine, va respinto il sesto ed ultimo motivo di impugnazione, con il quale è stata dedotta la violazione dell'art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003 e dell'Allegato 3 alle Linee Guida ex D.M. 10.9.2010, in quanto, con riferimento all'ultima modifica progettuale del 6.6.2014, non era stata effettuata alcuna verifica relativa agli usi civici. 
Infatti, la controinteressata C.L. S.r.l. aveva presentato tutta la documentazione, attinente ai terreni gravati da usi civici, e sia la Conferenza di servizi per il rilascio dell'autorizzazione ex art. 12 D.Lg.vo n. 387/2003, sia il CRTA e la Giunta Regionale per il rilascio del giudizio favorevole di compatibilità ambientale ex L.R. n. 47/1998 e D.Lg.vo n. 152/2006 hanno potuto verificare che la realizzazione sia dell'impianto eolico, sia dei cavidotti interrati di collegamento alla linea elettrica nazionale non interessavano tali tipologia di terreni.
 E ciò vale anche per terza e quarta modifica progettuale, in quanto i suddetti spostamenti degli aerogeneratori sono avvenuti all'interno delle stesse particelle, interessate dal precedente progetto, valutato positivamente dalla Conferenza di servizi, dal CRTA e dalla Giunta Regionale. A quanto sopra consegue la reiezione del ricorso in esame. Sussistono giusti motivi per disporre tra le parti la compensazione delle spese di giudizio.

PQM

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Basilicata respinge il ricorso in epigrafe. Spese compensate. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

 

 

 

BREVI ANNOTAZIONI

 

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

La sentenza, in materia di procedimento amministrativo, ha ad oggetto il ricorso di alcuni proprietari di terreni avverso la determina di autorizzazione unica ex art. 12 D.Lgs. n. 387/2003 per la realizzazione di un impianto eolico. I Giudici del Tar Potenza, attraverso un’accurata disamina dei motivi di ricorso, lo respingevano, ritenendo, pertanto, legittima la riferita autorizzazione unica concessa per la realizzazione dell’impianto eolico.

 

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

I ricorrenti lamentavano la mancata comunicazione di avvio del procedimento conclusosi, poi, con l’impugnata determinazione. Ritenevano, inoltre, che il provvedimento impugnato fosse stato emanato oltre i termini di 180 giorni richiesti per la conclusione del procedimento.

Quanto alla mancata comunicazione di avvio del procedimento, ricorda il Tar adito, nel ritenere infondato il motivo proposto dai ricorrenti, che il provvedimento di autorizzazione unica ex art. 12, D.Lg.vo n. 387/2003 equivale a dichiarazione di pubblica utilità e di indifferibilità ed urgenza, deve ritenersi che tale fattispecie risulta disciplinata dal Testo Unico DPR n. 327/2001 in materia di espropriazione per pubblica utilità, il quale agli artt. 11, comma 2, e 16, commi 4 e 5, statuisce espressamente che l'avvio dei procedimenti di apposizione del vincolo preordinato all'esproprio e di approvazione del progetto definitivo deve essere comunicato ai proprietari dei terreni da espropriare, ma, se, come nella specie, il numero dei destinatari è superiore a 50, "la comunicazione è effettuata mediante pubblico avviso, da affiggere all'Albo Pretorio dei Comuni nel cui territorio ricadono gli immobili da assoggettare al vincolo, nonché su uno o più quotidiani a diffusione nazionale e locale”. Dalla documentazione versata in atti, risulta che tale onere era stato adempiuto dalla società.

Sull’adozione del provvedimento, invece, oltre i termini di conclusione del procedimento, si rammenta che la previsione di un termine massimo per la conclusione del procedimento non consuma, comunque, il potere dell’Amministrazione di adottare il provvedimento finale.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La sentenza in commento ha affrontato l’importante tema del provvedimento espresso tardivamente intervenuto rispetto al termine di conclusione del procedimento.

La giurisprudenza è costante nel ritenere che il decorso del termine previsto per la conclusione del procedimento, non consuma il potere della Amministrazione di provvedere, sia in senso satisfattivo per il destinatario dell´atto finale del procedimento medesimo, sia in senso a lui negativo, sia, ancora, mediante un atto interlocutorio, che comunque sostanzia l´esercizio di una potestà decisoria dell´Amministrazione medesima (Consiglio di Stato, Sez. IV, 10 agosto 2011 n. 4768 e 15 gennaio 2009 n. 179). Il provvedimento espresso, tardivamente intervenuto, cancella quindi il silenzio, sia se formatosi in senso negativo che positivo, poiché non è ammissibile che la P.A. si pronunci al solo fine di confermare il silenzio mantenuto, legittimando un comportamento che viola l´obbligo di provvedere.

Il legislatore ha, poi, previsto nell’ambito della L. 241/90, l’art. 2-bis: la previsione innoverebbe il precedente impianto normativo con l’introduzione dell’istituto del risarcimento del danno ingiusto cagionato dalla violazione, dolosa o colposa, da parte della Pubblica Amministrazione del termine di conclusione del procedimento.

Con l’introduzione dell’ art. 2-bis nella legge 241/90, il legislatore conferma quella tendenza già mostrata nel 2005, con l’introduzione dell’art. 21-octies, secondo cui le violazioni delle regole sul procedimento non portano, salvo quanto previsto dalla norma stessa, all’annullabilità del provvedimento amministrativo conclusivo del procedimento.

In questo senso, il provvedimento amministrativo emesso tardivamente, e cioè oltre i termini previsti dalla legge, non è considerato dall’art. 2-bis inficiato da alcun vizio di legittimità.

La scelta normativa si allinea a quanto considerato dalla giurisprudenza che aveva già osservato come, non essendo il termine dotato del carattere di perentorietà, la sua violazione non può comportare la sanzione dell’illegittimità, cosicché un provvedimento amministrativo adottato anche a distanza di anni dall’avvio del procedimento non è annullabile.

In altre parole, salvo che una norma non disponga specificamente nel senso della perentorietà, il termine di conclusione del procedimento, anche se ad iniziativa d’ufficio, ha natura meramente ordinatoria od acceleratoria, con la conseguenza che il provvedimento tardivo non è di per sé illegittimo, ma, a seguito dell’introduzione, nell’ambito della legge sul procedimento amministrativo (legge 241/1990), dell’art. 2-bis, per effetto della legge 18 giugno 2009, n. 69, vengono, a certe condizioni, correlate all’inosservanza del termine finale conseguenze significative sul piano della responsabilità civile dell’Amministrazione (c.d. danno da ritardo), ma non anche profili afferenti alla legittimità dell’atto tardivamente adottato; inoltre il destinatario interessato può attivare la procedura del silenzio – rifiuto (inadempimento provvedimentale), confermando che il dovere procedimentale del soggetto pubblico non può estinguersi per l’inerzia del medesimo soggetto pubblico obbligato, così consentendo all’inerzia di autoassolversi.

La considerazione che il “tempo” nel nostro ordinamento positivo, sia un bene della vita, risarcibile ex se, trova un temperamento nella disciplina generale introdotta dal codice del processo amministrativo in tema di azione risarcitoria. L’articolo 30, al secondo comma, del c.p.a. prevede che “può essere chiesta la condanna al risarcimento del danno ingiusto derivante dall’illegittimo esercizio dell’attività amministrativa o dal mancato esercizio di quella obbligatoria”.

Pare giusto evidenziare che l’attribuzione al G.A. della competenza, in caso di controversie, conferma che a fronte del mancato esercizio del potere non sussisterebbero interessi legittimi ma veri e propri diritti soggettivi di credito: la previsione espressa da parte della norma preclude la giurisdizione che andrebbe riconosciuta al G.O. ratione materiae.

Quando l’Amministrazione deve pronunciarsi e rimane silente si viene ad aggiungere una tutela ulteriore rispetto alla richiamata formula aquiliana del “danno ingiusto” che si riferisce espressamente sia all’attività provvedimentale illegittima che alle ipotesi di inerzia procedimentale.

Il c.d. Decreto del Fare (D.L. n. 69 del 2013) ha introdotto una forma di indennizzo da versare al cittadino per la mancata conclusione del procedimento amministrativo nei termini stabiliti dalla legge.

Va subito precisato che l’indennizzo, a differenza del danno, va versato a prescindere dal fatto che dal ritardo sia derivato un pregiudizio per il privato.

In particolare si prevede che la P.A. (quella che ha in carico il procedimento o quella che con il suo comportamento si è resa responsabile del ritardo) è tenuta a versare a titolo di indennizzo una somma pari ad Euro 30 per ogni giorno di ritardo nel caso in cui il procedimento non venga concluso nei termini previsti dalla legge.

 Perché sussista questo obbligo, deve trattarsi di un procedimento:

• iniziato a istanza di parte, ovverosia su richiesta del cittadino

• nel quale la P.A. ha l’obbligo di pronunciarsi (restano esclusi i casi di silenzio qualificato ed i concorsi pubblici)

La somma massima dell’indennizzo è stabilita in 2.000 Euro.

In ogni caso, se dal ritardo deriva un danno al privato le somme ottenute a titolo di risarcimento vengono decurtate dal risarcimento.

Per potere ottenere l’indennizzo, il privato deve provvedere a pena di decadenza, entro 20 giorni dal termine previsto per la conclusione del procedimento, a chiedere al soggetto titolare all’interno della P.A. del c.d. potere sostitutivo (cioè il potere di emanare l’atto in presenza di una inerzia del titolare).

Il titolare del potere sostitutivo è tenuto ad emanare il provvedimento nei termini e a liquidare l’indennizzo, diversamente il privato potrà agire in giudizio per ottenere quanto dovuto.

L’indennizzo determinato in base ai giorni di “mero ritardo” si pone sotto un profilo concettuale distinto rispetto al risarcimento dovuto al danno ingiusto da “ritardo”, quest’ultimo si traduce nelle conseguenze patrimoniali negative che si verificano nella sfera giuridica patrimoniale del cittadino leso, titolare dell’interesse al provvedimento, in conseguenza del ritardo colpevole dell’Amministrazione nel provvedere.

La ricorrenza del “danno da ritardo” risarcibile postula, cioè, il verificarsi di una lesione alla sfera giuridica del soggetto connessa alla violazione delle regole procedimentali. Il “danno da ritardo”, dunque, presuppone pur sempre la lesione di un “diverso” – rispetto al tempo – bene giuridicamente protetto, ponendosi il fattore temporale quale mero nesso causale tra fatto e lesione.

La ratio della norma si fonda sulla considerazione che il ritardo nella conclusione del procedimento viene considerato un costo, dal momento che il fattore “tempo” costituisce una essenziale variabile nella predisposizione e nell’attuazione di qualsiasi iniziativa del richiedente, condizionandone la relativa convenienza. In questa prospettiva, ogni incertezza sui tempi di realizzazione di un investimento o, comunque, di un’iniziativa apprezzabile dall’ordinamento, si traduce nell’aumento del c.d. “rischio amministrativo”, distinguendo – da subito – che mentre il risarcimento del danno da ritardo (non da “mero ritardo”) è dovuto a condizione che tale danno sussista e venga provato e sia escluso che vi sia stato il concorso del fatto colposo del creditore ex art. 1227 c.c. (rectius l’istante), l’indennizzo da “mero ritardo” prescinde da questo accertamento.

È indubbio che con la nuova norma si dà rilevanza diretta al “tempo” (quale valore monetario in sè), a prescindere dalla fondatezza dell’istanza del privato e della responsabilità soggettiva dell’Amministrazione, affermando che l’inutile decorso del tempo viene risarcito sempre e comunque, appunto per il suo solo trascorrere: il contatto con l’Amministrazione deve pertanto portare all’adozione di un provvedimento esplicito poiché l’inerzia comporta responsabilità (sotto diversi profili).

Invero, a prescindere dall’esistenza di una specifica disposizione normativa impositiva, l’obbligo di provvedere sussiste in tutte quelle ipotesi in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica (ex art.97 Cost.), sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) di quest’ultima.

In effetti, appurato l’obbligo dell’amministrazione di rispondere alle istanze con un provvedimento espresso, anche qualora le stesse risultano irricevibili, inammissibili, improcedibili o infondate, appare evidente l’intento del legislatore di chiudere l’intero sistema della responsabilità delle condotte amministrative, ripartendo l’inerzia – inadempimento di conclusione del procedimento tra due distinte fattispecie: la prima, di tipo risarcitorio qualora si manifesti una condotta dolosa o colposa del responsabile del procedimento (tale meccanismo è stato introdotto dalla legge n. 69 del 2009), la seconda, con lo scopo di ristorare il silenzio con una somma normativamente a titolo di indennizzo, salvo la dimostrazione del maggior danno.

 

PERCORSO BIBLIOGRAFICO

F. CARINGELLA, Manuale di diritto amministrativo, VIII edizione, Dike giuridica editrice, 2016.

C. GUACCI, La tutela avverso l’inerzia della pubblica amministrazione secondo il codice del processo amministrativo, Giappichelli Editore, 2012.

D. SANTORO, L’inerzia illegittima della pubblica amministrazione con conseguente danno da ritardo, 2016.

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