La Corte di Cassazione conferma l’applicabilità della tutela reitegratoria di cui all’art. 18 della Legge 300 del 1970 anche al Pubblico Impiego privatizzato.

Corte di Cassazione - decisione 26 novembre 2015, n. 24157

In caso di licenziamento intimato al pubblico impiegato in violazione di norme imperative, quali l’art. 55-bis, comma 4, del D.Lgs. n. 165 del 2001, trova applicazione  la tutela reintegratoria di cui all’art. 18 Statuto dei Lavoratori, come modificato dalla Legge  n. 92 del 2012, trattandosi di una nullità prevista dalla legge.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SVPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

 

 

Composta dagli Ill.mi_ Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAOLO STILE

Dott. GIANFRANCO BANDINI

Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO

Dott. GIULIO MAISANO

Dott. ANTONIO MANNA

ha pronunciato la seguente

 

SENTENZA

sul ricorso 856-2015 proposto da:

CONSORZIO PER L'AREA DI SVILUPPO INDUSTRIALE ASI DI

AGRIGENTO IN LIQUIDAZIONE

-

GESTIONE SEPARATA

DELL'IRSAP C.F. 00251800843, in persona del Presidente

dell'Irsap e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA ...;

- ricorrente -

 

 

Contro…

 

 

 

avverso la sentenza n. 1880/2014 della CORTE D'APPELLO di PALERMO, depositata il 14/10/2014 R.G. N. 753/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/06/2015 dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA;

udito l'Avvocato…;

udito l'Avvocato …;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. ALBERTO CELESTE, che ha concluso per

accoglimento l ° motivo, assorbito il resto.

 

R.G. n. 856/15

Ud. 17.6.15

Consorzio AS1 di Agrigento in liquidazione c. Callari

Estensore: dott. Antonio Manna

 

 

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Con sentenza depositata il 14.10.14 la Corte d'appello di Palermo rigettava il gravame del Consorzio Area Sviluppo Industriale (A.S.I.) di Agrigento, in liquidazione, Gestione separata dell'IRSAP, contro la sentenza 20.3.14 del Tribunale di Agrigento, che aveva dichiarato l'illegittimità — per violazione dell'art. 55 d.lgs. n. 165/01 - del licenziamento disciplinare intimato al dirigente ing. Salvatore Callari con determinazione commissariale n. 117 del 21.8.12.

Per la cassazione della sentenza ricorre detto Consorzio affidandosi a quattro motivi, poi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.

L'intimato resiste con controricorso.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1- Con il primo motivo il ricorso lamenta violazione dell'art. 55 co. 4° d.lgs. n. 155/01, per avere la sentenza impugnata ritenuto che l'ufficio per i procedimenti disciplinari, istituito conformemente alla regolamentazione interna dell'ente interessato, sia un collegio perfetto — cosa che il ricorso contesta, ritenendolo collegio imperfetto — e per aver ravvisato la nullità del provvedimento disciplinare per mancanza di rispetto della collegialità nonostante che il cit. co . 4° ricolleghi la decadenza dal potere disciplinare dell'ente alla sola violazione dei termini del procedimento.

Con il secondo motivo il ricorso denuncia violazione dell'art. 55 d.lgs. n. 155/01 nella parte in cui ha ritenuto nullo il provvedimento disciplinare anche perché adottato dall'organo di vertice del Consorzio anziché dall'ufficio procedimenti disciplinari.

Con il terzo motivo il ricorso deduce violazione dell'art. 18 Stat., nel testo novellato dall'art. 1 legge n. 92/12, e dell'art. 51 d.lgs. n. 165/01, per avere la gravata pronuncia ritenuto inapplicabile all'impiego pubblico contrattualizzato il nuovo testo dell'art. 18 Stat., che prevede, per meri vizi formali del recesso, la sola tutela indennitaria anziché quella reintegratoria.

Con il quarto motivo, in subordine, il ricorso chiede promuoversi questione di legittimità costituzionale, per violazione degli artt. 3, 41 e 97, dell'art. 18 co. 7° Stat., nel testo introdotto dall'art. I legge n. 92/12, ove interpretato come inapplicabile all'impiego pubblico contrattualizzato.

2- Preliminarmente va respinta l'eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata dal controricorrente per asserita omessa impugnazione di una delle rationes decidendi su cui si basa la gravata pronuncia, ossia l'avere il Commissario straordinario del Consorzio adottato la delibera di licenziamento dell'ing. Salvatore Callari che, invece, non era di sua competenza.

È pur vero che la sentenza ha espressamente condiviso l'assunto del primo giudice, secondo il quale l'ufficio per i procedimenti disciplinari sarebbe stato competente non soltanto ad istruire in forma collegiale il procedimento de quo, ma anche ad irrogare la sanzione.

Ma contro tale affermazione è stato formulato uno specifico motivo — il secondo — di ricorso.

3- Il primo motivo è infondato, sia pure correggendosi ex art. 384 ult. co . c.p.c. nei sensi che seguono la motivazione sul punto adottata dalla Corte territoriale.

In virtù dell'art. 55 bis co. 4 0 d.lgs. n. 165/01 ciascuna amministrazione, secondo il proprio ordinamento, individua l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari ai sensi del comma 1, secondo periodo. Il predetto ufficio contesta l'addebito al dipendente, lo convoca per il contraddittorio a sua difesa, istruisce e conclude il procedimento secondo quanto previsto nel comma 2.

Si tratta di norma imperativa. Come tale è espressamente definita dal precedente art. 55 co. 1°.

Sia le parti che la gravata pronuncia danno per pacifico che l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari del Consorzio ricorrente ha una composizione collegiale, di tre membri.

La Corte territoriale dà atto — neppure ciò è controverso - che tutto il procedimento disciplinare nei  confronti dell'odierno controricorrente è stato avviato, istruito e concluso (con la relazione finale indirizzata al Commissario straordinario) da un solo componente dell'ufficio per i procedimenti disciplinari, vale a dire dalla dott.ssa Safonte. Sostiene parte ricorrente che — contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito — in ciò non deve ravvisarsi alcuna violazione di legge, trattandosi di un collegio imperfetto.

Ora, anche a voler in ipotesi concedere che tale collegio non sia perfetto e che, quindi, non necessariamente debba operare con la contemporanea partecipazione di tutti i suoi componenti, deve osservarsi che, ad ogni modo, in nessun caso un collegio imperfetto può ridursi ad operare attraverso uno solo dei propri membri, di fatto venendosi ad equiparare ad un organo monocratico, in violazione dell'ordinamento interno del Consorzio ricorrente che prevede pur sempre un organo collegiale per i procedimenti disciplinari.

In proposito si deve condividere la giurisprudenza del Consiglio di Stato (cfr. dec. n. 140 del 16.3.76), secondo cui un organo collegiale deve necessariamente essere pluripersonale e non può mutarsi in organo monocratico, in quanto la monocraticità disattende in radice le ragioni di efficienza amministrativa che hanno suggerito la collegialità.

Ne discende l'avvenuta violazione, nel caso di specie, della norma imperativa di legge costituita dal cit. art. 55 bis co. 4 0 d.lgs. n. 165/01, con conseguente nullità — anche per ciò solo — del licenziamento disciplinare per cui è causa.

Né tale conclusione può essere inficiata dal rilievo che l'art. 55 bis, co. 2°, ult. periodo, d.lgs. n. 165/01 stabilisce che "La violazione dei termini di cui al presente comma comporta, per l'amministrazione, la decadenza dall'azione disciplinare ovvero, per il dipendente, dall'esercizio del diritto di difesa.".

Invero, il fatto che la norma preveda una determinata sanzione (decadenza dall'azione disciplinare) per violazione dei termini stabiliti nel medesimo comma non implica che la violazione del successivo co. 4° non debba essere sanzionata con la nullità, noto essendo che la violazione di norme imperative è sempre colpita da nullità "salvo che la legge disponga diversamente" (art. 1418 co. 10 c.c.).

In altre parole, ben può la legge prevedere la decadenza dall'azione disciplinare per violazione dei termini di cui all'art. 55 bis, co. 2° e, invece, la nullità per violazione del co. 4° dello stesso art. 55 bis (letto in combinato disposto con l'art. 1418 co. 10 c.c.).

4- La conferma della nullità del licenziamento disciplinare di cui si controverte assorbe la disamina dell'ulteriore motivo di nullità (oggetto della censura svolta nel secondo motivo di ricorso) ravvisato dalla gravata pronuncia (cioè l'essere stato adottato il recesso da un organo — il Commissario straordinario del Consorzio - a tal fine incompetente).

5- Il terzo motivo è infondato, sebbene correggendosi ex art. 384 ult. co . c.p.c. nei sensi che seguono la motivazione sul punto adottata dalla Corte territoriale.

È pur vero che l'inequivocabile tenore dell'art. 51 cpv. d.lgs. n. 165/01 prevede l'applicazione anche al pubblico impiego cd. contrattualizzato della legge n. 300/70 "e successive modificazioni ed integrazioni", a prescindere dal numero di dipendenti.

Dunque, è innegabile che il nuovo testo dell'art. 18 legge n. 300/70, come novellato dall'art. 1 legge n. 92/12, trovi applicazione ratione temporis al licenziamento per cui è processo e ciò a prescindere dalle iniziative normative di armonizzazione previste dalla legge cd. Fornero di cui parla l'impugnata sentenza.

Ma proprio il nuovo testo dell'art. 18 co. 10 Stat., come modificato dalla legge n. 92/12, ricollega espressamente (oltre alle ulteriori ipotesi in esso previste) la sanzione della reintegra (e non quella meramente indennitaria) anche ad altri casi di nullità previsti dalla legge.

Ed è indubbio che fra le nullità previste dalla legge vi sia anche quella per contrarietà a norme imperative (v., ancora, art. 1418 co. l ° c.c.) e in tale novero rientra, come s'è detto,

il cit. art. 55 bis co. 4 0 d.lgs. n. 165/01.

La tutela meramente indennitaria è invece prevista, sempre dal nuovo testo dell'art. 18 Stat., in ipotesi differenti da quelle verificatasi nel caso in oggetto (ad esempio, in quella in cui il licenziamento sia dichiarato inefficace per violazione del requisito di motivazione di cui all'art. 2, comma 2, della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, della procedura di cui all'art. 7 della legge n. 300/70 o della procedura di cui all'art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni).

6- I rilievi che precedono sul terzo motivo assorbono la questione di legittimità costituzionale ventilata nel quarto motivo, atteso che si è affermata l'applicabilità del nuovo testo dell'art. 18 Stat. (sebbene nella forma della tutela reintegratoria).

7- In conclusione, il ricorso è da rigettarsi.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la

soccombenza.

P.Q.M.

La Corte

rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in euro 100,00 per esborsi e in euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge.

Ai sensi dell'art. 13 co. 1 quater d.P.R. n. 115/2002, come modificato dall'art. 1 co. 17 legge 24.12.2012 n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo dovuto per il ricorso, a nonna del co. 1 bis dello stesso articolo 13.

Così deciso in Roma, in data 17.6.15.

Il Consigliere estensore

Dott. Antonio Manna

unificato pari a quello

Il Presidente

Depositato in Cancelleria

25 novembre  2015

 

BREVI ANNOTAZIONI

 

 

  • L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

 

La Sentenza n. 24157 della Corte di Cassazione ha affrontato la dibattuta questione dell’applicabilità dell’art. 18 della Legge 300 del 1970, come modificato dalla Legge 92 del 2012, al pubblico impiego privatizzato ed, in particolare, della tutela reintegratoria nelle ipotesi di nullità del provvedimento di licenziamento. 

 

  • IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

 

 

La questione trae origine dalla Sentenza del 14 ottobre del 2014 con la Corte d’Appello di Palermo ha rigettato il gravame  proposto dal Consorzio Area Sviluppo Industriale (A.S.I) di Agrigento, in liquidazione, Gestione separata dell’IRSAP, avverso la sentenza del Tribunale di Agrigento del 20 marzo 2013, che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento disciplinare per violazione dell’art. 55 del D.lgs. 165/2001 intimato ad un dirigente.

Con tre motivi di  ricorso il ricorrente lamenta:

1)  la violazione dell’art. 55, comma 4 de del D.Lgs. 165/2001 poiché,  con la sentenza oggetto di impugnativa, si era ritenuto che l’ufficio per i procedimenti disciplinari fosse un collegio perfetto con conseguente nullità del provvedimento disciplinare adottato per mancanza del rispetto della collegialità anche se il quarto comma del medesimo art. 55 collega la decadenza dal potere disciplinare dell’ente solo alla violazione dei termini del procedimento;

2)  la violazione dell’art. 55 del D.Lgs. 165/2001 in relazione ai motivi per cui ha ritenuto nullo il provvedimento disciplinare adottato dall’organo di vertice del Consorzio e non dall’ufficio per i procedimenti disciplinari;

3)  la violazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, cosi come modificato dall’art. 1 della Legge 92/2012 e dell’art. 51 del D.Lgs. 165/2001, nella parte in cui ha ritenuto inapplicabile al pubblico impiego contrattualizzato il nuovo testo del citato art. 18, il quale prevede, per meri vizi formali del recesso, la sola tutela indennitaria e non reintegratoria;

4)  con il quarto motivo il ricorrente chiede che venga promossa questione di legittimità    costituzionale per violazione degli artt. 3, 41 e 97 dell’art. 18 comma 7 dello Statuo dei Lavoratori, cosi come modificato dall’art. 1, comma 2 della Legge  92/2012, in quanto inapplicabile al pubblico impiego contrattualizzato.  

La Cassazione ha  ritenuto il primo motivo di ricorso infondato poiché, ai sensi dell’art. 55 bis, comma 4, del D.Lgs. 165/2001“Ciascuna  amministrazione,  secondo  il  proprio  ordinamento, individua  l'ufficio  competente  per  i procedimenti disciplinari ai sensi  del  comma  1,  secondo  periodo. Il predetto ufficio contesta l'addebito  al  dipendente,  lo  convoca per il contraddittorio a sua difesa,  istruisce e conclude il procedimento secondo quanto previsto nel  comma 2, ma, se la sanzione da applicare e' piu' grave di quelledi cui al comma 1, primo periodo, con applicazione di termini pari al doppio  di  quelli  ivi  stabiliti e salva l'eventuale sospensione ai sensi   dell'articolo   55-ter […]”.

La predetta disposizione normativa ha carattere imperativo secondo quanto definito dall’art. 55 dello stesso D.Lgs. 165/2001. 

Come si evince dalle affermazioni delle parti, nonché dalla Sentenza oggetto di ricorso in Cassazione, l’ufficio competente ad istruire i provvedimenti disciplinari  del Consorzio era un organo collegiale composto da tre membri. Di fatto, tuttavia,  la sanzione era stata adottata, istruita e comminata da un solo soggetto.

A tal proposito, la parte ricorrente ritiene che non via sia stata alcuna violazione di legge poiché  l’ufficio per i provvedimenti disciplinari è un collegio imperfetto.  In realtà, sostiene la Cassazione, anche a voler ritenere che il collegio sia un organo imperfetto non può operare con un solo membro alla stregua di un organo monocratico. A tal proposito,  il Consiglio di Stato ha ritenuto che un organo collegiale deve essere necessariamente  pluripersonale e non può tramutarsi in organo monocratico poiché in tal modo di violerebbe in radice il principio di efficienza amministrativa che ha suggerito la collegialità (dec. 140 del 16.3.1976).

Pertanto, nel caso in oggetto è stata violata la norma imperativa di cui all’art. 55 bis, D.Lgs 165/2001  con conseguente nullità del licenziamento disciplinare. 

Il secondo motivo di ricorso viene assorbito dalla conferma della nullità del procedimento disciplinare.

Il terzo motivo, infine, di ricorso è anch’esso infondato sia pure con le correzioni ai sensi dell’art. 384 ultimo comma del c.p.c..

L’art. 51 del  D.Lgs. 165/2001, secondo la Cassazione, prevede l’applicazione al pubblico impiego contrattualizzato della legge 300 del 1970 a prescindere dal numero dei dipendenti per cui si applica anche l’art. 18 della predetta legge, così come modificato dalla L. 92/2012.

Il nuovo art. 18 dopo la novella del 2012 prevede la reintegra  anche  in altri casi di nullità oltre quelli previsti dalla legge. Tra le nullità continua la Cassazione vi è quella per contrarietà a norme imperative ed in tal novero rientra l’art. 55 bis del D.Lgs. 165/2001.

La tutela meramente indennitaria è, invece, prevista in ipotesi differenti da quella oggetto del ricorso.

I rilievi precedenti sul terzo motivo, quindi, assorbono  la questione di legittimità costituzionale ipotizzata nel quarto motivo.

La Cassazione conclude con il rigetto del ricorso in ragione dell’applicabilità del nuovo art. 18, cosi come modificato dalla L. 92/2012 al pubblico impiego contrattualizzato.  

In particolare, in  caso di licenziamento, intimato al pubblico impiegato in violazione di norme imperative, quali l’art. 55-bis, comma 4, del D.Lgs. n. 165 del 2001, ha ritenuto applicabile la   tutela reintegratoria di cui all’art. 18 st.lav., come modificato dalla L. n. 92 del 2012, trattandosi di nullità prevista dalla legge.

 

 

 

 

  • CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

 

A seguito delle modifiche apportate dalla L.  92/2012, la c.d. riforma Fornero, all’art. 18, L. 300/1970, si è discusso circa la l’estensibilità della predetta disciplina al pubblico impiego contrattualizzato.

Per inquadrare la questione occorre analizzare i seguenti commi dell’art. 1 della Legge n. 92/2012: 

•    commi 7 e 8;

•    comma 42, che modifica l’art. 18 della L. 300 del 1970;

•    commi 47-68, che introduce il nuovo rito per le impugnazioni dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dal novellato art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Il comma 7, l. 92/2012 stabilisce “Le disposizioni della presente legge, per quanto da essa non espressamente previsto, costituiscono principi e criteri per regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, del d.lgs. 30  2001, n. 165 e successive modificazioni, in coerenza con quanto disposto dall’art. 2 comma 2 del medesimo d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, in coerenza con quanto dall’art. 2 comma 2 del medesimo d.lgs. Restano ferme le previsioni di cui all’art. 3 del medesimo D.Lgs”.

Il comma, inoltre, prevede che “Ai fini dell’applicazioni del comma 7 il Ministero per la Pubblica Amministrazione e la semplificazione, sentite le Organizzazioni Sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle Amministrazioni Pubbliche, individua e definisce, anche mediante iniziative normative, gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle Amministrazioni Pubbliche”.

La riforma Fornero sembra, quindi, escludere dal suo ambito di applicazione il pubblico impiego. Il comma 7, nel precisare che le disposizioni della stessa legge costituiscono “principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni”, affida alla giurisprudenza il compito di interpretare e rendere concretamente applicabili i principi contenuti nella norma.

Il comma 8, dal canto suo, ha una portata restrittiva stabilendo che tali principi valgono solo per il Ministro, il quale d’accordo con le organizzazioni sindacali “maggiormente rappresentative”, “individua e definisce”, “anche mediante iniziative normative, gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni”.

Va detto, pertanto, coma la legge Fornero non contenga espresse disposizioni per i licenziamenti dei dipendenti della pubblica amministrazione.

Dovranno essere future iniziative legislative a rendere applicabile la nuova disciplina dei licenziamenti, dettata dalla L. 92/2012, al pubblico impiego.      

Si pone, in tal modo, la questione della disciplina applicabile ai licenziamenti intimati dalla pubblica amministrazione poiché non essendo più in vigore l’art. 18 St. lav.. vecchio testo e non essendo stata disposta una deroga per la P.A. ne deriva che per la P.A., mancherebbe una disciplina specifica.

La soluzione alternativa sarebbe considerare che nel comma 7 vi sia una deroga implicita all’abrogazione dell’art. 18 o una riserva volta a mantenere in vita la vecchia versione dell’art. 18 per la sua applicabilità alla pubblica amministrazione.

Tale riserva, tuttavia, non si ravvisa in alcuna norma, anzi, l’art. 51 del D.Lgs. 165/2001 fa un rinvio espresso alla L. 300 del 1970 e successive modificazioni ed integrazioni e di conseguenza al nuovo art. 18 che andrebbe applicato tout court anche alla P.A..

La tesi dell’applicabilità dello Statuto dei lavoratori alla P.A. è rafforzata dall’art. 2, comma 2, del D.Lgs. 165/2001, il quale stabilisce che “i rapporti di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del capo I, titolo II, del libro V del codice civile e delle leggi sui rapporti di lavoro subordinato dell’impresa”. 

Si dovrebbe, quindi, applicare la normativa generale sui licenziamenti come prevista dal codice civile, dalla L. 604/1990 dalla L. 300/1970.  

Tuttavia, autorevole dottrina  ha osservato che le finalità della riforma sono state create a misura del lavoro privato per cui appare logico e coerente che l’art. 1, comma 7 restringa l’area di applicabilità della legge escludendo il pubblico impiego.

L’argomento forte a sostegno di tale tesi è non solo formale, ma anche sostanziale poiché il sistema dei licenziamenti nel pubblico impiego è tipizzato ed il rinvio generale allo Statuto dei lavoratori non avrebbe potuto aggiungere molto altro se, limitato, poi, al solo personale non dirigente.

Inoltre, che la riforma sia  stata creata a misura del lavoro privato si evince dalla rivisitazione della tipologia e disciplina contrattuale riguardante il contratto a termine (art. 1, commi 9-15), l’apprendistato (commi 16-19), il part-time (comma 20), il lavoro intermittente (commi 21-22), il lavoro a progetto (commi 23-25), l’associazione in partecipazione (commi 28-31), il lavoro accessorio (commi 32-33), i tirocini formativi (commi 34-36), nonché l’integrazione e riformulazione degli artt. 2, 6 e 7, L. 604/1966 (commi 37-40), 7 e 18, L. n. 300/1970.

La differenza tra il lavoro pubblico e quello privato, sorto a partire dagli anni 90, ha comportato una privatizzazione solo gestionale con esclusione di tutti gli aspetti più propriamente contrattuali nei confronti della pubblica amministrazione. 

Questa differenza ontologica, sempre più marcata, rende, quindi, inapplicabile gli aspetti più propriamente privatistici della riforma Fornero.     

La maggior parte degli autori ritengono che la riforma Fornero, L. 92/2012, non sia estensibile al pubblico impiego.

Tuttavia, alcuni sostengono che al pubblico impiego contrattualizzato sia applicabile il nuovo articolo 18 della L.  300/1970 e, quindi, anche il nuovo rito. Altri, invece, ritengono non applicabile l’art. 18, ma il nuovo rito.

Coloro che ritengono applicabile il nuovo articolo 18 dello Statuto del lavoratori sostengono che il vecchio testo dell’art. 18 non sia più in vigore e non sia possibile considerare, sia pure implicitamente, un suo mantenimento in vita solamente per la pubblica amministrazione. Per cui se per la pubblica amministrazione l’estensibilità della riforma dovesse avvenire solo ad opera di futuri interventi normativi di armonizzazione di cui al comma 8 della L. 92/2012 si avrebbe un vuoto normativo per la tutela dei pubblici dipendenti.

A favore dell’applicabilità vi è anche il disposto dell’art. 2, comma 2 del d.lgs. 165/2001 il quale stabilisce che : “I rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono disciplinati dalle disposizioni del capo I, titolo II del libro V del codice civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell’impresa, fatte salve […]” e il comma 2, comma 51, D.Lgs. 165/2001 che recita: “la legge 20 maggio 1970 n. 300 e successive modificazioni ed integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”. Questo rinvio viene letto come un rinvio mobile che rende possibile una applicazione delle nuove norme al pubblico dipendente. Inoltre, l’applicazione dell’art. 18 del nuovo rito anche alle controversie di lavoro concernenti il pubblico impiego, deriva non solo dalla disposizione del secondo comma dell’art. 51, D.Lgs. 165/2001, ma è anche coerente con le opzioni di fondo delle riforma perché se la finalità della nuova legge è quella di dare certezza alle parti dei rapporti di lavoro ai quali si applica l’art. 18 St. lav.., non si vede perché i lavoratori e le amministrazioni pubbliche debbano essere discriminate sotto il profilo processuale. La norma sarà, quindi, applicabile sino a quando non interverranno le future iniziative legislative di armonizzazione.

Coloro che, invece, ritengono non applicabile la riforma Fornero al pubblico impiego partono da una considerazione critica dei due commi 7 e 8 dell’art. 1, L. 92/2012, che oltre ad essere poco chiari riconducono al passato rispetto al percorso di omogeneizzazione della disciplina tra pubblico e privato. 

Fermo restando quanto contenuto nei due commi 7 e 8, si deve ritenere che il legislatore abbia voluto mantenere in vita, solo per il pubblico impiego, la vecchia versione dell’art. 18, l. 300/1970.

La dottrina, a proposito della possibile convivenza del nuovo e vecchio art. 18, L. 300/1970, ricorda il precedente venutosi a creare con il D.Lgs. 276/2003, in base al quale coesistevano, relativamente al trasferimento di azienda ed al tempo parziale, due opposte discipline, una per il settore privato e l’altra per il settore pubblico.      

L’applicazione di tale modello alla L. 92/2012 è una soluzione adottabile per superare l’impasse.

Va fatta, inoltre, una riflessione sulla nuova terminologia utilizzata dal legislatore, la quale è incentrata sull’applicazione di una norma che, a prescindere dall’imprecisione ed all’approssimazione data da un prima lettura, è solo novellata e non cancellata, né abrogata, ma diversificata nella sua sfera di applicazione.

Pertanto, una volta interpretato il combinato disposto dei commi 7 e 8, L. 92/2012 nel senso di escluderne l’applicabilità al pubblico impiego, il rinvio di cui all’art. 51, comma 2, D.Lgs. 165/2011 va inteso come riferentesi al vecchio testo dell’art. 18 che ha una portata ridotta solo all’impiego pubblico.  

Il nuovo testo dell’art. 18, quindi, è limitato solo al settore privato.

La giurisprudenza, nonostante le limitazioni all’applicabilità della riforma Fornero al pubblico impiego imposte dalla dottrina, ha sostenuto sin dalle sue prime pronunce la possibilità di applicare tale disciplina.

Il Tribunale di Siracusa con Ordinanza del 13 novembre 2012, ha ritenuto che la legge Fornero, compresa la disciplina del nuovo rito, potesse essere applicata alla pubblica amministrazione senza limitazioni, considerando solo il comma 7 dell’art. 1, L. 92/2012. 

Sulla stesa scia si è pronunciato successivamente  il Tribunale di Perugia, il quale con Ordinanza del 15 gennaio 2013 ha statuito che non poteva negarsi l’applicazione ai rapporti di lavoro pubblico della disciplina dei licenziamenti previsti dalla riforma Fornero.

Il collegio ha ritenuto applicabile sia il nuovo testo dell’art. 18 che il nuovo rito sulla base di quanto disposto dall’art. 51, comma 2, D.Lgs. 165/2001. Gli stessi giudici hanno specificato, poi, che se non si fosse ritenuta  applicabile al lavoro pubblico la nuova disciplina, si sarebbe dovuto comunque tenere conto del comma 67 della L. 92/2012, il quale ha stabilito che  il nuovo rito dovrebbe trovare applicazione per tutte le controversie  instaurate dopo l’entrata in vigore della legge stessa.

Tale disposizione, secondo gli stessi giudici, non consentiva eccezioni per cui la nuova procedura avrebbe dovuto trovare applicazione anche alla P.A..  .

La Sentenza n. 24157 del 26.11.2015 conferma quell’indirizzo che ritiene applicabile l’art. 18 nella sua nuova formulazione anche al pubblico impiego contrattualizzato.    

             

 

  • PERCORSO BIBLIOGRAFICO

 

F. Caringella, C. Silvestro, F. Vallacqua, Codice del pubblico impiego, Roma 2011, pagg. 471 e segg..

T. Menelao, “L’applicabilità del nuovo art. 18, legge 300/1970 ai  pubblici dipendenti”, in Il Nuovo diritto amministrativo, Anno, n. 3 del 2013, diretta da F. Caringella, Dike giuridica.

 

 

 

 

 

Tag: art. 18 legge 300 del 1970; tutela reintegratoria; applicablità al pubblico impiego privatizzato; riforma Fornero; nuovo art. 18.pubblico impiego
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