Accertamento dell’obbligo di provvedere, silenzio-inadempimento e interesse del privato ricorrente

Consiglio di Stato, sez. IV, 16 giugno 2015, n. 2979

L'improcedibilità del ricorso di primo grado a seguito del sopravvenuto difetto d'interesse conseguente al sopravvenuto esplicito diniego non fa venir meno l'interesse a conseguire una decisione sull'autonoma domanda di accertamento della violazione dell'obbligo di provvedere entro i termini di legge, nella prospettiva della futura proponibilità di una domanda risarcitoria di cui sussistano almeno potenzialmente i presupposti; a supporto di tale ricostruzione depone la disciplina dettata dall'art. 34 comma 3, c.p.a., secondo cui quando, nel corso del giudizio, l'annullamento del provvedimento impugnato non risulta più utile per il ricorrente, il giudice accerta l'illegittimità dell'atto se sussiste l'interesse ai fini risarcitori; tale norma, pur se relativa all'azione di annullamento, esprime una regula iuris, che - riconnettendosi al principio generale di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale e al corollario, che a tale premessa consegue, dell'ammissibilità di azioni di accertamento anche atipiche - non può che estendersi anche al giudizio avverso il silenzio.

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso, proposto da: ………………., rappresentata e difesa dall'avv. …………….., con domicilio eletto presso …………; 

 

contro

Comune di ………, rappresentato e difeso dall'avv. ……………, con domicilio eletto presso ………………; 

per la riforma

della sentenza del T.A.R. PUGLIA, resa tra le parti, concernente risarcimento danni per annullamento concessione edilizia.

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno ………;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO

In data 15 gennaio 2014, la società …….... ha inoltrato al Comune di ……… l’istanza di permesso di costruire n. ……. Il relativo progetto - a suo dire - sarebbe conforme alle prescrizioni del piano di lottizzazione convenzionata per la località ………, approvato con decreto n. ……... del ………, vigente al momento, e l’intervento previsto riprodurrebbe quello assentito con precedenti permessi rilasciati nel 2006.

Nella mancata risposta dell’Amministrazione comunale, l’………... ne ha impugnato il silenzio.

Incardinato il ricorso, il Comune, con nota n. 1510 del 9 maggio 2014, ha risposto alla società di non aver dato corso all’istanza n. ………. a seguito dell’intervenuta adozione di una variante al piano di lottizzazione e di riservarsi il rilascio di una variante al precedente permesso di costruire n. ……… del 2006 una volta emanato il decreto sindacale di approvazione e stipulata la nuova proposta di convenzione.

Sulla base di tale risposta, sia pure tardiva, il T.A.R. della Campania – Salerno, sez. II, ha dichiarato cessata la materia del contendere, condannando il Comune al pagamento delle spese di giudizio sulla base dei criteri della soccombenza virtuale.

La società ha interposto appello contro la sentenza.

L’………… sostiene che erroneamente il Tribunale regionale avrebbe dichiarato la cessazione della materia del contendere perché, se l’Amministrazione avesse concluso l’iter procedimentale nei termini prescritti, l’eventuale successiva adozione e approvazione della variante (quest’ultima, peraltro, ancora non definita) non sarebbe stata ad essa opponibile e non si sarebbe verificata una lesione dell’affidamento qualificato della parte privata. Nel caso di specie, l’accertamento dell’illegittimità dell’inerzia sarebbe anche pregiudiziale all’accoglimento di un’eventuale domanda risarcitoria. Tale circostanza varrebbe comunque a sostenere l’interesse alla definizione del merito del giudizio, anche al solo fine del risarcimento dei danni, in applicazione del principio generale suscettibile di essere ricavato dalla norma dell’art. 34, comma 3, c.p.a. Peraltro, non avendo la ricorrente ottenuto pienamente per via extragiudiziale il bene della vita cui aspirava, la decisione del T.A.R. sarebbe comunque da riformare.

Tanto premesso, l’appellante ripropone le censure del ricorso introduttivo, volte a far dichiarare illegittima l’inerzia della P.A. per avere omesso di provvedere con atto esplicito alla conclusione del procedimento attivato dall’interessata.

Il Comune di ………. si è costituito in giudizio per resistere all’appello.

Il Comune riepiloga, dal suo punto di vista, i termini della vicenda: la controparte si dorrebbe di un ritardo di pochi giorni nel rilascio del provvedimento espresso; i permessi di costruire del 2006 non sarebbero mai stati utilizzati volontariamente; sul precedente piano di lottizzazione sarebbero sorti dubbi di illegittimità per essere in parte ricadente su area S.I.C.; ne sarebbero seguiti l’avvio di un giudizio penale e la sospensione dei lavori; presumibilmente al fine di superare le problematiche insorte, la società avrebbe prodotto una variante all’originario piano di lottizzazione, poi adottato con delibera della Giunta comunale n. ………… del 14 aprile 2014.

Aggiunge la parte pubblica che - a norma dell’art. 12, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001- l’adozione della variante avrebbe precluso l’accoglimento dell’istanza, non conforme al nuovo strumento urbanistico, e che l’appellante avrebbe omesso di impugnare - anche ai sensi dell’art. 117, comma 5, c.p.a. - la nota comunale in questione.

Con successiva memoria, la società contesta gli argomenti del Comune: l’accertamento dell’illegittimità dell’inerzia dell’Ente sarebbe pregiudiziale all’accoglimento di un’eventuale domanda risarcitoria; l’Amministrazione avrebbe sempre negato che le opere ricadessero in area S.I.C.; la richiesta di variante, formulata dalla società in data 29 ottobre 2010 e non prontamente istruita dal Comune, sarebbe irrilevante; la mera successiva adozione della variante, in un momento posteriore alla formazione del silenzio-inadempimento, non inciderebbe sulla posizione soggettiva della …………..; l’onere di impugnazione potrebbe sussistere solo riguardo all’eventuale approvazione dello strumento urbanistico; non sarebbe ipotizzabile né la cessazione della materia del contendere né l’improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, perché l’operato del Comune non avrebbe comportato il venir meno della lite, in quanto la semplice adozione della variante non sarebbe idonea alla soddisfazione dell’interesse dell’appellante.

In definitiva, sarebbe incontrovertibile l’illegittimità dell’inerzia dell’Amministrazione per contrasto con gli artt. 20 e 21 del d.P.R. n. 380 del 2001, l’art. 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, i principi costituzionali di buon andamento e imparzialità dell’azione amministrativa.

Dopo un rinvio, richiesto dall’appellante e accordato il 14 aprile 2015, l’…………… ha depositato una nuova memoria, nella quale ricostruisce i fatti che hanno preceduto la causa, sostiene che mancata utilizzazione dei precedenti permessi di costruire sarebbe dipesa da fattori a lei estranei, nega di avere ricevuto alcune note depositate dal Comune in allegato alla propria memoria difensiva e, come nuove, ne contesta l’ammissibilità in questo grado, insiste infine nelle proprie conclusioni.

Alla camera di consiglio del 14 aprile 2015, l’appello è stato chiamato e trattenuto in decisione.

DIRITTO

In via preliminare, la Sezione osserva come la ricostruzione in fatto, come sopra riportata e ripetitiva di quella operata dal giudice di prime cure, non sia stata contestata dalle parti costituite, che semmai non convergono perfettamente nell’illustrazione della vicenda presupposta. Per quanto qui interessa, vigendo la preclusione posta dall’art. 64, comma 2, c.p.a., tale ricostruzione deve considerarsi idonea alla prova dei fatti oggetto del presente giudizio.

In primo grado, il Tribunale territoriale ha dichiarato la cessazione della materia del contendere nel giudizio promosso dalla società appellante contro il silenzio serbato dal Comune in ordine all’istanza volta al rilascio di un permesso di costruire, per avere il Comune dato risposta, sia pure tardiva, all’istanza in questione.

La società contesta che sussistano i presupposti per l’adozione di una decisione come quella ora impugnata.

Secondo l’art. 34, comma 5, c.p.a., “qualora nel corso del giudizio la pretesa del ricorrente risulti pienamente soddisfatta, il giudice dichiara cessata la materia del contendere”.

Occorre allora valutare se - come ha ritenuto il T.A.R. - la risposta del Comune, sebbene tardiva (la circostanza è incontestata) sia stata idonea a dare al ricorrente la piena soddisfazione cui questi aspirava.

Ritiene il Collegio che il quesito meriti risposta negativa.

Con il ricorso introduttivo, la società ha chiesto:

l’accertamento dell’illegittimità del comportamento inadempiente dell’Amministrazione;

la dichiarazione dell’obbligo di pronunziarsi in modo esplicito e positivo sull’istanza;

occorrendo, la nomina di un commissario ad acta.

Secondo una recentissima ricostruzione del quadro processuale (Cons. Stato, sez. V, 28 aprile 2014, n. 2184), dalla quale non vi è ragione per discostarsi in questa sede, l'azione avverso il silenzio, prevista dall'art. 31 c.p.a., è concettualmente scindibile in due domande: la prima, di natura dichiarativa, volta all'accertamento, in capo all'Amministrazione destinataria dell'istanza presentata dal titolare dell'interesse pretensivo, dell'obbligo di definire il procedimento nel termine prescritto dalla disciplina legislativa o regolamentare ai sensi dell'art. 2 della legge n. 241 del 1990; l'altra, inquadrabile nel novero delle azioni di condanna, diretta ad ottenere una sentenza che condanni l'Amministrazione inadempiente all'adozione di un provvedimento esplicito, previo accertamento della spettanza del bene della vita nei casi in cui venga in rilievo l'esplicazione di in potere discrezionale.

Le due domande, normalmente conosciute nell'ambito di un giudizio unitario in seno al quale l'attività di accertamento è strumentale alla pronuncia di condanna a un facere di stampo pubblicistico, rivelano la loro autonomia nell'ipotesi in cui la sentenza di condanna non risulti più ammissibile o utile ma residui, a fini risarcitori, l'interesse a una declaratoria che stigmatizzi l'illegittima inerzia amministrativa. Tale autonomia viene in rilievo in modo particolare nel caso di specie in cui, nell'atto di appello, la parte ricorrente ha manifestato l'interesse a conseguire una pronuncia dichiarativa della formazione del silenzio anche a fronte del venir meno dell'interesse alla sentenza di condanna alla definizione dell’iter procedurale.

Tanto premesso, si deve reputare che l'improcedibilità del ricorso di primo grado a seguito del sopravvenuto difetto d'interesse conseguente al sopravvenuto esplicito diniego non faccia venir meno l'interesse a conseguire una decisione sull'autonoma domanda di accertamento della violazione dell'obbligo di provvedere entro i termini di legge, nella prospettiva della futura proponibilità di una domanda risarcitoria di cui sussistano almeno potenzialmente i presupposti (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 18 maggio 2012, n. 2916).

A suffragio di tale ricostruzione depone la disciplina dettata dall'articolo art. 34, comma 3, c.p.a., secondo cui "quando, nel corso del giudizio, l'annullamento del provvedimento impugnato non risulta più utile per il ricorrente, il giudice accerta l'illegittimità dell'atto se sussiste l'interesse ai fini risarcitori".

La norma, pur se relativa all'azione di annullamento, esprime una regula iuris, che - riconnettendosi al principio generale di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale (così Cons. Stato, sez. I, 18 maggio 2012, n. 2918) e al corollario, che a tale premessa consegue, dell'ammissibilità di azioni di accertamento anche atipiche (Cons. Stato, ad. plen., 29 luglio 2011, n. 15; Id., sez. V, 31 gennaio 2012, n. 472; Id., sez. IV, 9 maggio 2013, n. 2518) - non può che estendersi anche al giudizio avverso il silenzio. Ne deriva che il sopravvenire di un provvedimento di diniego non può ostare alla declaratoria dell'illegittimità procedurale dell'Amministrazione laddove, come nel caso di specie, venga prospettata e sia astrattamente ravvisabile l'utilità di una tale decisione nella prospettiva di un successivo giudizio risarcitorio, ferma restando la riserva a tale separato momento cognitivo della delibazione, sul piano dell'an e del quantum, della domanda risarcitoria.

Semmai, non c’è ancora piena identità di vedute nella giurisprudenza sul punto del se tale declaratoria di illegittimità presupponga o no una domanda o allegazione di parte (per il quadro della questione cfr. Cons. Stato, sez. V, 14 dicembre 2011, n. 6541).

Peraltro, nel caso di specie il contrasto di orientamenti è irrilevante. Infatti, la parte appellante specifica la propria originaria domanda richiedendo espressamente una pronuncia di accertamento in vista di un’azione per il risarcimento quanto meno del danno da ritardo.

L’appello è dunque fondato e va accolto, con riforma della sentenza di primo grado e accoglimento del ricorso introduttivo, nei sensi appena detti.

Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta alla Sezione, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato (come chiarito dalla giurisprudenza costante: ex plurimis, per le affermazioni più risalenti, Cass. civ., sez. II, 22 marzo 1995, n. 3260, e, per quelle più recenti, Cass. civ., sez. V, 16 maggio 2012, n. 7663). Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a condurre a una conclusione di segno diverso.

Le spese del doppio grado di giudizio seguono la soccombenza, secondo la legge, e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l'effetto, in riforma della sentenza impugnata, accoglie il ricorso di primo grado nei sensi esposti in motivazione.

Condanna il Comune soccombente al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio, che liquida complessivamente nell’importo di euro 2.000,00 (duemila/00), oltre agli accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

 

 

 

 

BREVI ANNOTAZIONI

OGGETTO DELLA SENTENZA

Il giudizio conclusosi con la pronuncia in commento ha preso le mosse dalla proposizione di un ricorso volto a far accertare e dichiarare l’illegittimità dell’inerzia della Pubblica Amministrazione.

Nello specifico, l’amministrazione comunale interessata aveva omesso di provvedere a fronte di un’istanza (dinanzi ad essa presentata) di permesso di costruire.

La società appellante ha sostenuto che, qualora l’amministrazione avesse concluso l’iter procedimentale nei termini prescritti, non si sarebbe verificata la lesione dell’affidamento della parte privata.

Infatti, con il ricorso introduttivo, la società ha chiesto: l'accertamento dell'illegittimità del comportamento inadempiente dell'Amministrazione; la dichiarazione dell'obbligo di pronunziarsi in modo esplicito e positivo sull'istanza; la nomina di un commissario ad acta.

PERCORSO ARGOMENTATIVO

La fattispecie oggetto della controversia ha dato modo al Consiglio di Stato di tornare a pronunziarsi sull’azione e sul rito avverso il silenzio amministrativo.

Appare utile, pertanto, nel procedere all’analisi dell’arresto, operare al contempo una breve ricostruzione della disciplina di tale istituto, così come risulta – all’attualità – dal combinato disposto degli artt. 31 e 117 cpa.

Innanzitutto, l’art. 31, comma 1, cpa prevede che “decorsi i termini per la conclusione del procedimento amministrativo […], chi vi ha interesse può chiedere l’accertamento dell’obbligo dell’amministrazione di provvedere”. Dalla lettera del codice si desume chiaramente come il legislatore abbia inteso riferirsi al solo silenzio-inadempimento (o silenzio-rifiuto). E cioè a quella species del più ampio genus “silenzio amministrativo”, denominato anche “a-significativo”, poiché l’ordinamento non ricollega ad esso alcuna valenza, alcun significato, appunto; distinguendolo così dalle forme di silenzio significativo (accoglimento o rigetto) e devolutivo, non ricomprese nell’ambito di operatività della norma citata.

Come efficacemente precisato in giurisprudenza, tale azione costituisce uno strumento processuale finalizzato a rendere più efficace la tutela del privato (“toccato” dall’azione pubblicistica) nei confronti di un comportamento inerte della PA.

Ne consegue che nucleo fondamentale del giudizio avente ad oggetto l’inerzia amministrativa è rappresentato dall’accertamento dell’obbligo di provvedere.

A dimostrazione di quanto detto, il Consiglio di Stato, nella pronuncia in analisi, confermando il tenore della ricostruzione attualmente invalsa nell’elaborazione pretoria, ha descritto l’azione avverso il silenzio come “concettualmente scindibile in due domande”. “La prima, di natura dichiarativa, volta all'accertamento, in capo all'Amministrazione destinataria dell'istanza presentata dal titolare dell'interesse pretensivo, dell'obbligo di definire il procedimento nel termine prescritto dalla disciplina legislativa o regolamentare ai sensi dell'art. 2 della legge n. 241 del 1990; l'altra, inquadrabile nel novero delle azioni di condanna, diretta ad ottenere una sentenza che condanni l'Amministrazione inadempiente all'adozione di un provvedimento esplicito, previo accertamento della spettanza del bene della vita nei casi in cui venga in rilievo l'esplicazione di in potere discrezionale”.

Invero, occorre precisare che in tutte le azioni e in tutte le (correlate sentenze) è “contenuta”, come il più reca il meno, quella di accertamento. Ciò in quanto l’attività giurisdizionale si risolve pur sempre nello ius dicere.

La differenza, semmai, che permette di discernere le azioni di mero accertamento da quelle che tali non sono, risiede nella circostanza che nelle prime la chiarificazione riguardo ad una res dubia rappresenta il fine, lo scopo del giudizio. Si anela, infatti, a veder fatta chiarezza in ordine ad una situazione giuridica soggettiva, ad un assetto di interessi.

Nelle restanti, per converso, l’accertamento costituisce solo un mezzo per giungere ad altro fine, sia esso la caducazione del provvedimento, la corresponsione del risarcimento del danno o la condanna (c.d. pubblicistica) all’esatto adempimento.

E’ quanto avviene nel caso di giudizio avente ad oggetto l’inerzia della PA.

È necessario, in primo luogo, verificare l’effettiva sussistenza di un obbligo di provvedere, ai sensi delle norme di legge, così che sia possibile stabilire se l’amministrazione versi in una situazione di inadempienza.

In seconda battuta, come ricordato dal Consiglio di Stato, si può procedere alla condanna di quest’ultima all’adozione di un provvedimento esplicito.

Ci si spiega, pertanto, la ragion per cui quella in parola viene costantemente annoverata tra le azioni di esatto adempimento (anche dette di condanna pubblicistica al fine di distinguerle dalla tutela risarcitoria oggi disciplinata dall’art. 30 cpa).

Risulta, dunque, ormai pacifica, dopo un annoso dibattito che ha coinvolto dottrina e giurisprudenza, la possibilità per il giudice di conoscere della fondatezza della pretesa del privato, essendogli consentito, in tal modo, di spingersi a determinare il contenuto del provvedimento che l’amministrazione avrebbe dovuto (e deve) adottare.

A tale potere-dovere, oggi esplicitato dal codice del processo amministrativo, però, fanno da argine due limiti, anch’essi sanciti a chiare lettere dal dettato codicistico.

In primo luogo, esso sussiste esclusivamente in presenza di attività vincolata, o comunque in tutti i casi in cui non vi siano o non residuino margini di discrezionalità nell’agere amministrativo (art. 31, comma 3). Laddove, infatti, l’attività non abbia carattere discrezionale, l’autorità giudiziaria deve semplicemente fare applicazione delle regole e dei canoni di legge, senza che venga arrecato alcun vulnus alle sfere ed alle valutazioni di esclusiva spettanza dell’amministrazione.

In secondo luogo, ai sensi dell’art. 34, comma 2, “in nessun caso il giudice può pronunciare con riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati”. Ciò al chiaro fine di evitare che venga leso il principio fondamentale di separazione dei poteri.

Il percorso argomentativo della pronuncia, tuttavia, non si ferma qui.

Appare utile specificare, infatti, con riferimento alla fattispecie concreta portata all’attenzione dei giudici amministrativi, che la società appellante ha impugnato la sentenza, emessa in primo grado, di cessazione della materia del contendere (contenente statuizione di condanna alle spese a carico dell’amministrazione comunale secondo il criterio della soccombenza virtuale). Orbene, il Tar adito aveva optato per una soluzione di tal genere in quanto, stando alle difese della PA competente, quest’ultima non avrebbe dato corso all’istanza presentata dalla società poiché, in seguito a siffatta istanza, aveva provveduto ad adottare una variante del piano di lottizzazione, riservandosi, inoltre, di rilasciare una variante (anche) al precedente permesso di costruire.

L’attenzione, pertanto, si incentra sulla permanenza o meno dell’interesse ad ottenere una pronuncia che condanni la PA ad un facere.

Al riguardo, il Consiglio di Stato, a chiare lettere, afferma: “si deve reputare che l'improcedibilità del ricorso di primo grado a seguito del sopravvenuto difetto d'interesse conseguente al sopravvenuto esplicito diniego non faccia venir meno l'interesse a conseguire una decisione sull'autonoma domanda di accertamento della violazione dell'obbligo di provvedere entro i termini di legge, nella prospettiva della futura proponibilità di una domanda risarcitoria di cui sussistano almeno potenzialmente i presupposti”.

E con queste parole conferma e prosegue l’orientamento assolutamente pacifico nella propria giurisprudenza.

Se, dunque, fisiologicamente, la decisione sul silenzio assolve – come detto – alla duplice funzione di accertamento e di condanna, al contrario, in casi come quello in questione, in cui – per il mutamento della situazione fattuale – non sussistono più le condizioni per dare la stura all’esatto adempimento, permane pur sempre l’interesse a veder pronunziata una sentenza di accertamento della violazione dell’obbligo di provvedere.

Duplice, del resto, è l’utilità riscontrabile nell’ottenimento di una decisione siffatta.

Essa può servire, in primis, a far chiarezza su di una situazione dubbia, incerta.

Inoltre, come ribadito con riferimento al caso di specie, può essere strumentale alla proposizione (futura ed eventuale) di una domanda risarcitoria, ovviamente allorché ne sussistano i presupposti.

A suffragio di tale ricostruzione depone la disciplina dettata dall'articolo art. 34, comma 3, c.p.a., secondo cui "quando, nel corso del giudizio, l'annullamento del provvedimento impugnato non risulta più utile per il ricorrente, il giudice accerta l'illegittimità dell'atto se sussiste l'interesse ai fini risarcitori".

La norma, pur se relativa all'azione di annullamento, esprime una regula iuris, che - riconnettendosi al principio generale di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale (così Cons. Stato, sez. I, 18 maggio 2012, n. 2918) e al corollario, che a tale premessa consegue, dell'ammissibilità di azioni di accertamento anche atipiche (Cons. Stato, ad. plen., 29 luglio 2011, n. 15; Id., sez. V, 31 gennaio 2012, n. 472; Id., sez. IV, 9 maggio 2013, n. 2518) - non può che estendersi anche al giudizio avverso il silenzio. Ne deriva che il sopravvenire di un provvedimento di diniego non può ostare alla declaratoria dell'illegittimità procedurale dell'Amministrazione laddove, come nel caso di specie, venga prospettata e sia astrattamente ravvisabile l'utilità di una tale decisione nella prospettiva di un successivo giudizio risarcitorio, ferma restando la riserva a tale separato momento cognitivo della delibazione, sul piano dell'an e del quantum, della domanda risarcitoria”.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Il Consiglio di Stato conferma pienamente i propri precedenti arresti e, soprattutto, conferma la generale ammissibilità (anche) nella giurisdizione amministrativa della azione di accertamento, dando seguito a quanto affermato dall’Adunanza Plenaria n. 15 del luglio 2011, che a sua volta aveva sviluppato il discorso già avviato – seppur ad altri fini – dalla Plenaria n. 3 del marzo precedente.

Ad onta, cioè, dell’assenza nella versione definitiva del codice (anche a fronte dei due correttivi del 2011 e del 2012) di una norma che, in via generalizzata, consenta l’esperibilità di un’azione di mero accertamento, deve ritenersi che nulla osti all’utilizzo di tale tecnica di tutela tutte quelle volte in cui essa risulti l’unica idonea a garantire una protezione adeguata ed immediata all’interesse legittimo. Del resto, la norma richiamata (art. 34, comma 3, cpa) costituisce proprio uno degli addentellati normativi da cui desumere la permanente “vitalità” nel nostro sistema processuale dell’azione di accertamento.

In altre parole, l’attuale assetto dell’ordinamento amministrativo (comprensivo delle norme del cpa, e dei principi costituzionali, unionali e convenzionali) consente ed impone il ricorso a questa azione laddove essa sia indispensabile per il soddisfacimento concreto della pretesa del privato. A maggior ragione nell’ambito di un giudizio che non si impunta più esclusivamente sull’atto bensì è finalizzato a scrutinare la fondatezza delle pretese, di volta in volta, prospettate dalle parti.

Emerge, in tutta evidenza, la primaria importanza che riveste l’interesse del privato in un giudizio così configurantesi.

Sicché, laddove l’interesse del privato – nel corso del giudizio – venga a “rimodularsi” (per le ragioni più disparate), l’autorità giudiziaria non può che prenderne atto ed agire di conseguenza. In modo da pronunziare, pur sempre, una sentenza che lo soddisfi appieno.

In definitiva, così come il più contiene il meno, anche la domanda (e la correlata pronuncia) di esatto adempimento reca in sé l’accertamento (rispetto al quale rappresenta un posterius).

V’è, però, un ultimo aspetto – non meno importante – su cui i giudici hanno omesso di far luce, sulla scorta della non rilevanza di esso ai fini della fattispecie portata alla loro attenzione.

In particolare, si registra ancora dibattito giurisprudenziale sulla circostanza se tale declaratoria di illegittimità (a fronte di un originario, iniziale differente petitum), presupponga o meno un’apposita domanda di parte o una mirata allegazione. 

 

 

 

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