Risarcimento del danno da ritardo della PA: presupposti.

Consiglio di Stato, sez. V, 28 settembre 2015, n. 4508

Ai fini della configurabilità della responsabilità aquiliana ex articolo 2043cod. civ. della pubblica amministrazione, in cui ricade il danno da ritardo, devono ricorrere i presupposti del comportamento colposo, del danno ingiusto e del nesso di consequenzialità.

Quanto all’imputazione della colpa alla pubblica amministrazione, essa non può avvenire sulla base del mero dato obiettivo dell’illegittimità dell’atto amministrativo, essendo tenuto il giudice, malgrado l’intervenuto annullamento dell’atto, a svolgere una più penetrante indagine estesa alla valutazione della colpa non del funzionario agente, ma della pubblica amministrazione come apparato, configurabile soltanto nel caso in cui l’adozione dell’atto illegittimo sia avvenuto in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione.

L’articolo 1223 del codice civile, richiamato dall’articolo 2056 in materia di valutazione del danno stabilisce, infatti, che “Il risarcimento del danno per inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta”.

Non basta, quindi, il comportamento colpevole dell’amministrazione, essendo necessario il nesso di stretta consequenzialità tra detto comportamento e il danno rivendicato dall’interessato nel senso che il comportamento deve essere antecedente necessario dell’evento che deve rientrare tra le conseguenza normali e ordinarie del fatto colposo.

Sotto altro profilo, la funzione essenzialmente riparatoria dell’azione aquiliana (del tutto marginale e confinata ad ipotesi individuate da norme processuali o speciali che qui non ricorrono è la funzione sanzionatoria dell’azione risarcitoria) è quella di porre il patrimonio del danneggiato nello stesso stato in cui si sarebbe trovato senza l’evento lesivo.

Corollario della funzione riparatoria dell’azione aquilana è che essa trova presupposto e limite nell’effettiva perdita subita dal patrimonio in conseguenza del fatto dannoso, di talché il danneggiato non avrebbe diritto ad una somma superiore al danno subito.

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale ………., proposto da …………, rappresentato e difeso dall'avvocato …………;

contro

la Regione Toscana, in persona del legale rappresentante in carica, rappresentata e difesa dagli avvocati ……;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. Toscana - Firenze Sezione II n. …….., resa tra le parti, concernente risarcimento del danno per ritardata corresponsione del contributo per l’acquisto della prima casa.

 

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 19 maggio 2015 il Consigliere Doris Durante;

Uditi per le parti l’avvocato ……….. e l’avvocato ………….;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1.- Oggetto del giudizio è la domanda risarcitoria per il danno da ritardo nella corresponsione del contributo per l’acquisto della prima casa.

2.- Chini Guido, che aveva partecipato alla procedura concorsuale per la concessione del contributo di lire 18 milioni per la costruzione della prima casa indetta dalla Regione Toscana con la delibera di consiglio regionale n. 111 del 21 marzo 1986, otteneva il contributo solo per effetto e a seguito del giudicato formatosi sulla sentenza n. 242 del 1998 del TAR Toscana che annullava la graduatoria degli aventi diritto nella parte in cui il ricorrente era stato escluso per l’erroneo calcolo del reddito minimo per accedere al contributo.

L’amministrazione, infatti, solamente a seguito della suddetta sentenza con decreto dirigenziale del 30 aprile 1998 corrispondeva al ricorrente la somma di lire 18 milioni.

3.- Con ricorso al TAR Toscana n. 867 del 2002, Chini Guido chiedeva la condanna della Regione Toscana al risarcimento del danno subito per il ritardo di 12 anni nella erogazione del contributo.

Rappresentava all’uopo che:

- a norma del bando per poter accedere al contributo era necessario esibire atto di acquisto della casa o compromesso stipulato al massimo entro il mese di luglio 1986;

- la sua domanda risultava utilmente collocata nella graduatoria provvisoria pubblicata sui quotidiani cittadini nel mese di giugno 1986 e nella graduatoria definitiva approvata dalla Regione il 21 ottobre 1986;

- la notizia dell’utile inserimento in graduatoria gli veniva ufficialmente comunicata con nota assessorile del 12 novembre 1986;

- esso ricorrente era stato, pertanto, costretto a contrarre il mutuo ipotecario con la Cassa di Risparmio di Firenze di 55 milioni, dovendo esibire ai fini della erogazione del contributo il contratto di acquisto della prima casa o un preliminare ed acquistare la casa nei tempi previsti dal preliminare;

- a fronte del suddetto mutuo avrebbe versato tra il 1987 e il 1997 per interessi e capitale la somma di lire 89.111.840.

Assumeva che ove avesse ricevuto per tempo il contributo avrebbe potuto ridurre la somma mutuata di un terzo e di conseguenza sarebbe risultata ridotta in pari misura la somma versata nei dodici anni a titolo di interessi e capitale.

4.- Il TAR Toscana con la sentenza n. 2811 del 2006 respingeva il ricorso ritenendo che non sussistessero nel caso i presupposti dell’azione risarcitoria per assenza del comportamento colposo dell’amministrazione, atteso che l’errore in cui l’amministrazione era incorsa nel calcolare il reddito era in qualche modo scusabile, e per mancanza del nesso causale tra il comportamento dell’amministrazione e il danno sofferto.

5.- Con l’atto di appello n. 3279 del 2007 Chini Guido ha impugnato la suddetta sentenza n. 2811 del 2006, chiedendone l’annullamento o la riforma per violazione ed erronea applicazione dell’articolo 2043 del codice civile e dei principi generali in materia di illecito extracontrattuale come desumibili dalla consolidata giurisprudenza civile e amministrativa.

6.- La Regione Toscana, costituitasi in giudizio ha chiesto in via principale il rigetto dell’appello e in via subordinata la liquidazione del danno nella misura di lire 20.213.023 milioni (euro 10.439,16) pari agli interessi pagati tra la data di adozione della delibera n. 948 del 1988 e la data di adozione del decreto dirigenziale che dispose la liquidazione del contributo in questione.

Le parti hanno depositato memorie difensive e di replica e, alla pubblica udienza del 19 maggio 2015, il giudizio è stato assunto in decisione.

7.- L’appello è infondato e va respinto.

Come rilevato dal TAR, non è in discussione l’illegittimità della delibera n. 148 dell’8 febbraio 1988 con la quale il ricorrente fu escluso dalla graduatoria poiché già oggetto del giudizio definito dal TAR con la sentenza n. 242 del 1998 passata in giudicato.

Oggetto di questo giudizio è la fondatezza o meno della domanda risarcitoria per i danni subiti a causa del ritardo di 12 anni nella erogazione del contributo per l’acquisto della prima casa, in quanto erogato con decreto n. 4617 del 4 agosto 1998, in esito al giudizio davanti al TAR che accertava l’illegittimità della disposta esclusione.

8.- Ciò posto, ai fini della configurabilità della responsabilità aquiliana ex articolo 2043cod. civ. della pubblica amministrazione, in cui ricade il danno da ritardo, devono ricorrere i presupposti del comportamento colposo, del danno ingiusto e del nesso di consequenzialità.

8.1- Quanto all’imputazione della colpa alla pubblica amministrazione, essa non può avvenire sulla base del mero dato obiettivo dell’illegittimità dell’atto amministrativo, essendo tenuto il giudice, malgrado l’intervenuto annullamento dell’atto, a svolgere una più penetrante indagine estesa alla valutazione della colpa non del funzionario agente, ma della pubblica amministrazione come apparato, configurabile soltanto nel caso in cui l’adozione dell’atto illegittimo sia avvenuto in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione.

Alla stregua di tali principi, va condivisa la valutazione del giudice di primo grado che ha escluso l’elemento della condotta colpevole in relazione alla scusabilità dell’errore nel calcolo del reddito minimo, atteso che l’abbattimento del reddito nell’anno di riferimento fu dovuto alla sola ed eccezionale circostanza dell’incidenza di spese funerarie che sono deducibili anche ai fini del calcolo del reddito utile per l’accesso al contributo, essendo altrimenti il reddito superiore al minimo.

8.2- Fermo tanto, non si evince dalla fattispecie in esame nemmeno il nesso di causalità tra l’asserito comportamento colposo dell’amministrazione e il danno patito dal ricorrente, quale dal medesimo rappresentato.

L’articolo 1223 del codice civile, richiamato dall’articolo 2056 in materia di valutazione del danno stabilisce, infatti, che “Il risarcimento del danno per inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta”.

Non basta, quindi, il comportamento colpevole dell’amministrazione, essendo necessario il nesso di stretta consequenzialità tra detto comportamento e il danno rivendicato dall’interessato nel senso che il comportamento deve essere antecedente necessario dell’evento che deve rientrare tra le conseguenza normali e ordinarie del fatto colposo.

Orbene, il danno che il ricorrente afferma di aver subito è dato dagli interessi pagati sul mutuo contratto per l’acquisto della casa, in quanto non avendo percepito tempestivamente il contributo non avrebbe potuto ridurre il capitale mutuato.

E’ sufficiente considerare in proposito che il ricorrente nel momento in cui ha contratto il mutuo per l’acquisto della prima casa non aveva una posizione qualificata, avendo solamente fatto affidamento su notizie di stampa e, quindi, sulla mera aspettativa ad ottenere il contributo.

Il ricorrente, infatti, ha provveduto alla stipula del mutuo nel mese di luglio 1986, facendo affidamento su un articolo di stampa (Corriere di Firenze del 14 giugno 1986) recante l’elenco dei 1661 aventi diritto in base alla graduatoria provvisoria.

Ne consegue che il ricorrente ha contratto il mutuo prima ancora dell’adozione del provvedimento definitivo di approvazione della graduatoria avvenuta con delibera consiliare del 21 ottobre 1986 e prima ancora della comunicazione dell’utile inserimento nella graduatoria, avvenuta con nota del 21 ottobre 1986 dell’assessore regionale.

La stipula del contratto di mutuo avvenuto in data 3 luglio 1986 ha, dunque, quale mera occasione la partecipazione al bando per la concessione del contributo, mancando a tale data un qualunque atto dell’amministrazione attributivo del beneficio del contributo.

Non è ravvisabile di conseguenza il nesso di consequenzialità tra l’evento dannoso e il comportamento dell’amministrazione, tanto più che la costruzione del danno prospettata dal ricorrente presuppone una facoltà non dichiarata nell’atto di mutuo della risoluzione anticipata del mutuo o della sua riduzione a seguito dell’attribuzione del beneficio del contributo e la correlata sopportazione di un costo, al tempo previsto, per siffatta operazione, il che evidenzia l’artificiosità della prospettazione del danno.

In conclusione non appaiono sussistere nella fattispecie rappresentata i presupposti che caratterizzano la responsabilità ex articolo 2043 cod. civ., ovvero l’ingiustizia del danno e il nesso di causalità tra il danno patito e il comportamento dell’amministrazione.

9.- Sotto altro profilo, attesa la funzione essenzialmente riparatoria dell’azione aquiliana (del tutto marginale e confinata ad ipotesi individuate da norme processuali o speciali che qui non ricorrono è la funzione sanzionatoria dell’azione risarcitoria) che è quella di porre il patrimonio del danneggiato nello stesso stato in cui si sarebbe trovato senza l’evento lesivo, deve ritenersi soddisfatta la funzione riparatoria, essendo stato in fine corrisposto al ricorrente il contributo per l’acquisto della prima casa.

D’altra parte, corollario della funzione riparatoria dell’azione aquilana è che essa trova presupposto e limite nell’effettiva perdita subita dal patrimonio in conseguenza del fatto dannoso, di talché il danneggiato non avrebbe diritto ad una somma superiore al danno subito.

10.- Comunque, trattandosi nel caso di un debito pecuniario, la funzione riparatoria non poteva che avere ad oggetto la somma dovuta per contributo e gli interessi, vertendosi nella ipotesi di tardivo pagamento di una somma di danaro.

Infatti, alla stregua dell’articolo 1224 cod. civ. “nelle obbligazioni che hanno ad oggetto una somma di danaro, sono dovuti dal giorno della mora gli interessi legali, anche se non erano dovuti precedentemente e anche se il creditore non prova di aver sofferto alcun danno”, sempre che la relativa domanda sia stata proposta dall’interessato.

11.- Quanto all’ulteriore risarcimento su cui è incentrata l’azione risarcitoria del ricorrente, esso non sussiste, sia per le ragioni su esposte, sia per inesistenza dell’asserito danno correlato alla necessità della stipula del mutuo per disporre della provvista per l’acquisto della prima casa, essendo stato del pari idoneo a provare la serietà dell’intenzione di utilizzare il contributo per l’acquisto della prima casa, anche un contratto preliminare con pagamento al definitivo e facoltà di recesso, che avrebbe, comunque, ridotto l’importo della somma mutuata.

In altri termini risulta arduo considerare necessitato il comportamento del ricorrente che ha stipulato un mutuo di 55 milioni per l’acquisto della prima casa, mentre ben avrebbe potuto stipulare un preliminare in attesa dell’erogazione del contributo cui subordinare l’acquisto della casa.

Ne consegue che, anche nell’ipotesi di ammissibilità dell’azione risarcitoria, non potrebbe essere riconosciuto l’ulteriore danno richiesto dal ricorrente, rimesso ai sensi dell’articolo 2056 del codice civile all’equo apprezzamento del giudice.

11.- Ne consegue l’infondatezza della domanda risarcitoria azionata dal ricorrente, così come statuito dal TAR, sicché l’appello deve essere respinto.

Quanto alle spese di giudizio, può disporsi in via eccezionale, attesa la peculiarità della controversia, la compensazione tra le parti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Compensa le spese di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

 

 

 

BREVI ANNOTAZIONI

OGGETTO DELLA SENTENZA

Oggetto del giudizio cui la sentenza in commento ha posto termine è costituito dalla domanda volta ad ottenere il risarcimento del danno da ritardo nella corresponsione del contributo per l’acquisto della prima casa.

Nella specie, l’odierno ricorrente aveva partecipato alla procedura concorsuale, indetta dalla Regione Toscana, per la concessione del contributo per la costruzione della prima casa. Questi rimaneva escluso dalla graduatoria finale degli aventi diritto.

Infatti, vedeva corrisposto il contributo, da parte dell’amministrazione, solo per effetto e a seguito del giudicato formatosi su sentenza del TAR Toscana che annullava la suddetta graduatoria, essendo stato il ricorrente escluso per l’erroneo calcolo del reddito minimo necessario per accedere al contributo.

In conseguenza, egli proponeva ricorso dinanzi al giudice amministrativo al fine di ottenere la condanna della Regione Toscana al risarcimento del danno patito a causa del ritardo (di ben dodici anni) nella erogazione del contributo.

Il Tribunale adito rigettava la domanda ritenendo che non sussistessero nel caso i presupposti dell’azione risarcitoria “per assenza del comportamento colposo dell’amministrazione, atteso che l’errore in cui l’amministrazione era incorsa nel calcolare il reddito era in qualche modo scusabile, e per mancanza del nesso causale tra il comportamento dell’amministrazione e il danno sofferto”.

La Quinta Sezione del Consiglio di Stato, nel settembre 2015, ha respinto l’appello poiché infondato.

PERCORSO ARGOMENTATIVO

Nella presente sentenza non viene posta in discussione l’illegittimità, ormai acclarata da sentenza passata in giudicato, della delibera del consiglio regionale.

Al contrario, essa costituisce il punto di partenza dell’iter argomentativo dei giudicanti.

Come accennato, la fattispecie portata all’attenzione del massimo organo della giustizia amministrativa ha ad oggetto la domanda di risarcimento del danno che al privato sarebbe derivato in conseguenza del ritardo nella corresponsione del contributo spettantegli in forza di detta delibera.

In apertura, viene innanzitutto ribadito che, ai fini della configurabilità della responsabilità aquiliana della pubblica amministrazione, “in cui ricade il danno da ritardo, devono ricorrere i presupposti del comportamento colposo, del danno ingiusto e del nesso di causalità”.

Il percorso logico-giuridico seguito dal Consiglio Stato, pertanto, si incentra su due peculiari aspetti della fattispecie risarcitoria: la colpa e il nesso di causalità.

Rinviando alla parte finale della trattazione la disamina del secondo elemento, appare utile soffermarsi in primo luogo sulla colpa della PA e sul suo rapporto con il giudizio di responsabilità e risarcimento.

Nella pronunzia in analisi, viene affermato a chiare lettere che “quanto all’imputazione della colpa alla pubblica amministrazione, essa non può avvenire sulla base del mero dato obiettivo dell’illegittimità dell’atto amministrativo, essendo tenuto il giudice, malgrado l’intervenuto annullamento dell’atto, a svolgere una più penetrante indagine estesa alla valutazione della colpa non del funzionario agente ma della pubblica amministrazione come apparato, configurabile soltanto nel caso in cui l’adozione dell’atto illegittimo sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione”.

Al riguardo, deve sottolinearsi che la giurisprudenza italiana, a seguito della storica sentenza delle Sezioni Unite n. 500 del 1999 ha costantemente ritenuto la colpa un elemento imprescindibile ai fini del giudizio di responsabilità della Pubblica Amministrazione. Se, infatti, in passato si era sostenuto, graniticamente, che la colpa sussistesse in re ipsa nella stessa illegittimità – processualmente accertata – dell’atto amministrativo, ormai da circa sedici anni, grazie all’ “imprimatur” della Suprema Corte, tale assunto è stato decisamente superato.

Questo orientamento, d’altronde, ha trovato definitiva conferma, a livello positivo, nel codice del processo amministrativo (D.Lgs. n. 104/2010), il cui art. 30 parla espressamente di “danno ingiusto derivante dall’illegittimo esercizio dell’attività amministrativa o dal mancato esercizio di quella obbligatoria”. Laddove la locuzione “danno ingiusto” porta, con buona certezza, a qualificare in termini extra-contrattuali tale responsabilità e, dunque, a richiedere, affinché risulti integrata, la prova della sussistenza di tutte le componenti dell’illecito aquiliano, tra le quali – appunto – la colpa.

Nel tempo, poi, la giurisprudenza, in primo luogo amministrativa, ha cercato di perimetrare con rigore sempre crescente la nozione di colpa in tal sede rilevante, al fine di cogliere l’assenza di siffatto elemento.

Differenti sono state le sfumature che il Consiglio di Stato ha colto, di volta in volta, nella colpa della PA. Due di queste sono senz’altro riscontrabili nella sentenza in analisi.

Innanzitutto, la colpa si presenta decisamente “obiettivizzata”. Tanto è dimostrato dal riferimento ai canoni di imparzialità, correttezza e buona amministrazione, ai quali si è fatto ricorso anche nei campi civilistico e penalistico proprio in vista di una progressiva oggettivizzazione del concetto di  colpa, ormai non più connotato da venature subiettive, men che meno con riguardo alla PA. Così facendo, anche tale pronunzia ha dato seguito all’ormai cospicuo numero di arresti giurisprudenziali che, in questo, hanno cercato – a volte con esito poco felice – di avvicinare il sistema italiano a quello europeo e sovranazionale.

Come è stato efficacemente sottolineato, “un ruolo non marginale in tal senso è stato ricoperto dalla giurisprudenza comunitaria in punto di responsabilità delle Istituzioni dell’Unione Europea e delle pubbliche amministrazioni dei Paesi membri derivante da atto giuridico (sia di tipo normativo che amministrativo) contrario a norme comunitarie sovra-ordinate” (CARINGELLA).

In particolare, la Corte di Giustizia suole ricostruire tale responsabilità in chiave oggettiva, in forza della (mera) inosservanza, grave e manifesta, di disposizioni unionali attributive di diritti, dalla cui violazione derivi, in via direttamente consequenziale, un danno (si noti che discorso parzialmente diverso va effettuato per quanto concerne il settore degli appalti pubblici, con riferimento al quale la CGUE, a partire dalla sentenza del 30 settembre 2010, ha escluso la compatibilità con la direttiva 89/665/CEE, “di una normativa nazionale che subordini la tutela risarcitoria, in relazione ai danni derivanti dalla violazione della disciplina sugli appalti pubblici, al carattere colpevole della violazione normativa, anche nel caso in cui la previsione del carattere colpevole risulti fondata su una presunzione di colpevolezza in capo all’Amministrazione”).

Ciononostante, i giudici amministrativi hanno ritenuto pur sempre indispensabile operare un giudizio di rimproverabilità dell’Amministrazione, anche per i casi di suo “ritardo”, nell’emanazione di un provvedimento, piuttosto che nella corresponsione di un emolumento o di un contributo, come nella fattispecie in questione.

A suffragare tale assunto, deve considerarsi che la responsabilità della PA sia da escludere laddove quest’ultima sia incorsa in un errore scusabile, sul fatto o sul precetto.

L’errore scusabile, non a caso, rappresenta l’altra “sfumatura” cui si è fatto cenno e che è possibile cogliere nella sentenza.

L’amministrazione è ritenuta, in via presuntiva, responsabile del danno che il privato, nell’interazione con essa, abbia patito. In ogni caso, però, (e al di là dell’orientamento giurisprudenziale che, in materia, si condivida) alla PA è consentito di provare l’assenza di profili di colpa dimostrando di essere incorsa in errore scusabile.

Detto altrimenti, nell’ultimo decennio la giurisprudenza si è preoccupata di “delineare gli elementi suscettibili di integrare la dimostrazione dell’assenza di colpa” (GAROFOLI), mediante l’elaborazione di una serie di circostanze esimenti, idonee ad integrare gli estremi dell’errore scusabile, quale “figura sintomatica della mancanza di colpa”, in ciò senza dubbio (tentando di) uniformarsi agli arresti della Corte di Giustizia. Tra queste sono state ricomprese l’ambiguità della normativa applicabile, la novità delle questioni, le oscillazioni giurisprudenziali in materia (sul tema, Cons. St., sez. IV, 10.7.2012, n. 4089). Non è sufficiente, dunque, si ribadisce, la sola – pur accertata – illegittimità del provvedimento adottato o (per quel che in questa sede interessa) del comportamento tenuto dall’amministrazione.

Esattamente questo è il percorso argomentativo seguito dai giudici della Quinta Sezione con riguardo alla fattispecie concreta portata alla loro attenzione. Nella pronunzia, infatti, si legge, in ossequio ai principi affermati, che “va condivisa la valutazione del giudice di primo grado che ha escluso l’elemento della condotta colpevole in relazione alla scusabilità dell’errore nel calcolo del reddito minimo, atteso che l’abbattimento del reddito nell’anno di riferimento fu dovuto alla sola ed eccezionale circostanza dell’incidenza di spese funerarie che sono deducibili anche ai fini del calcolo del reddito utile per l’accesso al contributo, essendo altrimenti il reddito superiore al minimo”.

Ad ulteriore suffragio della conferma della sentenza del TAR e del rigetto dell’appello, i giudicanti ravvisano anche l’assenza del nesso di causalità tra l’asserito comportamento colposo dell’amministrazione e il danno patito dal ricorrente.

A tal fine, richiamano il disposto dell’art. 1223 c.c., applicabile anche alla materia aquiliana in forza del rinvio operato dall’art. 2056 c.c. e, per suo tramite, alla responsabilità amministrativa. Tale articolo, nel richiedere che il danno sia “conseguenza immediata e diretta” dell’inadempimento o del ritardo, mira ad evitare che siano risarciti danni, come suol dirsi, “too far” rispetto alla fonte che li ha originati. E che, pertanto, nel passaggio dal giudizio di causalità fattuale (svolto ai sensi delle norma penali) a quello di causalità giuridica (imperniato proprio sul 1223 c.c.), si restringa ulteriormente il perimetro delle conseguenze dannose risarcibili.

Non basta, quindi, il comportamento colpevole dell’amministrazione, essendo necessario il nesso di stretta consequenzialità tra detto comportamento e il danno rivendicato dall’interessato nel senso che il comportamento deve essere antecedente necessario dell’evento che deve rientrare tra le conseguenze normali e ordinarie del fatto colposo”.

Infine, sotto altro profilo, i giudici di Palazzo Spada si soffermano sulla “funzione essenzialmente riparatoria dell’azione aquiliana”, certamente prevalente nel nostro ordinamento, essendo per converso del tutto marginali le ipotesi in cui essa assolva ad una funzione squisitamente sanzionatoria e dovendosi, inoltre, escludere la compatibilità col nostro sistema dei c.d. punitive damages.

Orbene, poiché compito della responsabilità ex delicto è quello di porre il patrimonio del danneggiato nello stesso stato in cui si sarebbe trovato senza l’evento lesivo, “deve ritenersi soddisfatta la funzione riparatoria, essendo stato infine corrisposto al ricorrente il contributo per l’acquisto della prima casa”.

D’altra parte, corollario della funzione riparatoria dell’azione aquiliana è che essa trova presupposto e limite nell’effettiva perdita subita dal patrimonio in conseguenza del fatto dannoso, di talché il danneggiato non avrebbe diritto ad una somma superiore al danno subito

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

In conclusione, appare utile evidenziare un aspetto della sentenza annotata.

Nel trattare la questione concernente l’imputazione della colpa alla pubblica amministrazione, il Consiglio di Stato riferisce siffatto elemento alla PA intesa come “apparato”.

Così facendo, tuttavia, i giudici della Quinta Sezione riportano indietro, e non di poco, le lancette dell’evoluzione della giurisprudenza amministrativa sul tema.

Di “colpa di apparato” aveva parlato l’arcinota sentenza n. 500 del 1999, la quale, esattamente sotto questo profilo, aveva prestato il fianco ad obiezioni difficilmente superabili.

Non è stata definita, infatti, né in questo epocale arresto né – tantomeno – nella sentenza in commento, la nozione di “apparato”. E un’incertezza di tal fatta non può di certo venire in aiuto in una materia sì articolata e composita come quella di cui trattasi.

A dimostrazione di ciò, deve porsi l’accento su due circostanze. In primo luogo, la dottrina evidenziò, sin da subito, la necessità di “stabilire le dimensioni” di tale nozione. In secondo luogo, negli anni successivi la giurisprudenza ha abbandonato il ricorso a tale criterio, stante la sua indeterminatezza e, conseguente, inutilità.

Ne discende, pertanto, come considerazione pro futuro, l’opportunità di utilizzo di nozioni che fungano, in concreto e in maniera effettiva, da ausilio e guida per gli operatori del diritto ai fini di una corretta interpretazione e applicazione degli istituti giuridici.

 

 

 

 

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