Art. 21-octies, annullabilità, obbligo di motivazione

Corte Costituzionale, 26 maggio 2015, n. 92

È manifestamente inammissibile - per difetto di motivazione sulla rilevanza, per mancato esperimento del tentativo d'interpretazione conforme a Costituzione, nonché per l'impropria richiesta di avallo interpretativo - la questione di legittimità costituzionale dell'art. 21 - octies, comma 2, primo periodo, della legge 7 agosto 1990, n. 241, impugnato, in riferimento agli artt. 3, 97, 24, 113 e 117, primo comma, Cost., nella parte in cui consente l'integrazione in sede processuale della motivazione del provvedimento amministrativo. In primo luogo, l'ordinanza di rimessione, muovendo da un'incompleta ricostruzione del quadro giurisprudenziale, non spiega se e come ritenere superabile l'indirizzo interpretativo che esclude l'incidenza delle violazioni procedimentali sul rapporto obbligatorio di fonte legale, avente ad oggetto prestazioni pensionistiche su cui verte il processo principale. Inoltre, il remittente omette di esperire un'interpretazione conforme a Costituzione della norma impugnata, non prendendo in considerazione l'orientamento secondo cui il difetto di motivazione non può essere assimilato alla violazione di norme procedimentali o ai vizi di forma costituendo la motivazione l'essenza stessa del legittimo esercizio del provvedimento amministrativo. Infine, la questione, così come prospettata, è diretta non a risolvere un dubbio di legittimità costituzionale quanto a ricevere dalla Corte un improprio avallo interpretativo della norma censurata”.

 

 

 

                                                  REPUBBLICA ITALIANA

 

                                                                                                                     IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

                                                                                                                       LA CORTE COSTITUZIONALE

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 21-octies, comma 2, primo periodo, della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e didiritto di accesso ai documenti amministrativi), promosso dalla Corte dei conti – sezione giurisdizionale per la Regione siciliana, nel procedimento vertente tra …………….;

Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 29 aprile 2015 il Giudice relatore …………

FATTO e DIRITTO

Ritenuto che, con ordinanza del 9 settembre 2014, la Corte dei conti - sezione giurisdizionale per la Regione siciliana, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 21-octies, comma 2, primo periodo, della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), in riferimento agli artt. 3, 97, 24, 113 e 117, primo comma, della Costituzione;

che la questione, così prospettata, è stata sollevata in un processo avente ad oggetto la domanda di annullamento dell'atto con cui la Direzione regionale servizi di quiescenza della Regione siciliana - Fondo pensioni Sicilia ha comunicato ad una pensionata l'avvio di un procedimento di recupero, sui ratei della pensione percepita, di somme indebitamente erogate, e che nel giudizio la ricorrente lamentava l'impossibilità di comprendere le ragioni di fatto e di diritto della disposta ripetizione e di aver percepito tali somme in buona fede;

che il giudice a quo, sul presupposto che l'amministrazione regionale avrebbe fornito, con la memoria di costituzione in giudizio, motivazioni integrative della impugnata comunicazione, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 21-octies, secondo comma, primo periodo, della legge n. 241 del 1990, nella misura in cui tale disposizione consente l'integrazione in sede processuale della motivazione del provvedimento amministrativo anche dopo un rilevante periodo di tempo;

che, secondo la remittente, la norma si porrebbe in contrasto: con gli artt. 24, 97 e 113 Cost., costituendo, l'obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi, un corollario dei principi di buon andamento e di imparzialità dell'amministrazione, in quanto consente al destinatario del provvedimento che ritenga lesa una propria situazione giuridica di far valere la relativa tutela giurisdizionale, senza che assuma alcuna rilevanza al riguardo la natura discrezionale o vincolata dell'atto; con l'art. 117, primo comma, Cost., in quanto la norma contravverrebbe i principi dell'ordinamento comunitario come interpretati dalla Corte di giustizia dell'Unione europea, la quale avrebbe sempre affermato l'impossibilità di integrare la motivazione di un provvedimento amministrativo nel corso del processo; con l'art. 3 Cost., per la disparità di trattamento che ne conseguirebbe, in termini di tutela giurisdizionale, tra atti derivati dalla normativa comunitaria e atti esclusivamente interni; con il principio della separazione dei poteri, in quanto consentirebbe al giudice di sostituirsi all'amministrazione integrando la motivazione dell'atto;

che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque infondata;

che nel suo intervento il Presidente del Consiglio dei ministri eccepisce, in punto di rilevanza, che le regole sul procedimento amministrativo sarebbero inapplicabili a fattispecie come quella in esame, riguardanti un'attività paritetica nell'ambito della quale la consistenza della posizione soggettiva azionata è di diritto soggettivo;

che la fattispecie in esame prescinderebbe comunque dall'applicazione dell'art. 21-octies della legge n. 241 del 1990, in quanto l'obbligo di motivazione non potrebbe ritenersi violato quando le ragioni del provvedimento siano chiaramente intuibili sulla base della sua parte dispositiva e si verta in ipotesi di attività vincolata;

che per gli atti vincolati la motivazione non corrisponderebbe alla logica, fatta propria anche dall'art. 296 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), di esplicitare l'iter formativo e le ragioni della scelta discrezionale, ma si limiterebbe a indicare i presupposti fattuali e le norme di riferimento;

che, anche se si volesse ritenere che la fattispecie in esame va valutata alla luce dell'art. 21-octies della legge n. 241 del 1990, la questione prospettata risulterebbe comunque infondata, in quanto il meccanismo dettato dalla norma non altera in alcun modo il diritto di difesa, né arreca un pregiudizio alle ragioni sostanziali del ricorrente, collegandosi invece alla carenza di interesse del ricorrente stesso a ottenere l'annullamento di un atto che l'amministrazione potrebbe successivamente reiterare con identico contenuto.

Considerato che, con ordinanza del 9 settembre 2014, la Corte dei conti - sezione giurisdizionale per la Regione siciliana, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 21-octies, comma 2, primo periodo, della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), in riferimento agli artt. 3, 97, 24, 113 e 117, primo comma, della Costituzione, nella misura in cui tale disposizione consente l'integrazione in sede processuale della motivazione del provvedimento amministrativo;

che, secondo la rimettente, la norma si porrebbe in contrasto: con gli artt. 24, 97 e 113 Cost., costituendo, l'obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi, un corollario dei principi di buon andamento e d'imparzialità dell'amministrazione, in quanto consente al destinatario del provvedimento che ritenga lesa una propria situazione giuridica di far valere la relativa tutela giurisdizionale, senza che assuma alcuna rilevanza al riguardo la natura discrezionale o vincolata dell'atto; con l'art. 117, primo comma, Cost., in quanto la norma contravverrebbe i principi dell'ordinamento comunitario come interpretati dalla Corte di giustizia dell'Unione europea, la quale avrebbe sempre affermato l'impossibilità di integrare la motivazione di un provvedimento amministrativo nel corso del processo; con l'art. 3 Cost., per la disparità di trattamento che ne conseguirebbe, in termini di tutela giurisdizionale, tra atti derivati dalla normativa comunitaria e atti esclusivamente interni; con il principio della separazione dei poteri, in quanto consentirebbe al giudice di sostituirsi all'amministrazione integrando la motivazione dell'atto;

che l'ordinanza di rimessione muove da una incompleta ricostruzione del quadro giurisprudenziale;

che, difatti, secondo l'indirizzo formatosi in materia di giudizio pensionistico, «dalla natura meramente ricognitiva del procedimento amministrativo, preordinato all'accertamento, alla liquidazione e all'adempimento della prestazione pensionistica in favore dell'assicurato deriva che l'inosservanza, da parte del competente Istituto previdenziale, delle regole proprie di questo procedimento, come, più in generale, delle prescrizioni concernenti il giusto procedimento, dettate dalla L. 7 agosto 1990, n. 241, o dei precetti di buona fede e correttezza non dispiega incidenza alcuna sul rapporto obbligatorio avente ad oggetto quella prestazione», cosicché l'istante «non può, in difetto dei fatti costitutivi della relativa obbligazione, fondare la pretesa giudiziale di pagamento della prestazione previdenziale rinvenendone la causa in disfunzioni procedimentali addebitabili all'Istituto», ferma restando l'eventuale rilevanza a fini diversi di queste violazioni, come ad esempio, ove ne ricorrano i presupposti, la possibilità di chiedere il risarcimento del danno che ne sia derivato (ex plurimis, Corte di cassazione civile - sezione lavoro, sentenze 30 settembre 2014, n. 20604; 29 aprile 2009, n. 9986; 24 febbraio 2003, n. 2804);

che la stessa giurisprudenza contabile, sul presupposto che il giudizio pensionistico, ancorché promosso formalmente con ricorso contro un atto della pubblica amministrazione, ha per oggetto il completo riesame del rapporto obbligatorio di quiescenza nella sua globalità (così come individuato e delimitato dall'istanza pensionistica nella previa sede amministrativa e, poi, dalla domanda giudiziale), ha affermato che non sono dirimenti le censure formali, includendo in esse anche quelle relative alla illegittimità del provvedimento per violazione dell'art. 3 della legge n. 241 del 1990 (Corte dei conti - sezione terza giurisdizionale centrale d'appello, 14 maggio 2008, n. 167; sezione prima giurisdizionale centrale d'appello, 26 giugno 2002, n. 206; sezione giurisdizionale per la Regione Veneto 18 marzo 2009, n. 229);

che la rimettente non spiega se e come ritiene superabile l'impostazione giurisprudenziale che esclude l'incidenza delle violazioni procedimentali (o di altre regole derivanti dalla legge n. 241 del 1990) sul rapporto obbligatorio di fonte legale, avente ad oggetto prestazioni pensionistiche;

che l'assenza di argomentazioni su tale profilo preclude ogni verifica in ordine alla rilevanza della questione prospettata, comportandone l'inammissibilità;

che, anche qualora si ritenesse la norma impugnata applicabile nel tipo di contenzioso in esame, la rimettente non prende in considerazione il fatto che, secondo un diffuso orientamento della giurisprudenza amministrativa, «il difetto di motivazione nel provvedimento non può essere in alcun modo assimilato alla violazione di norme procedimentali o ai vizi di forma, costituendo la motivazione del provvedimento il presupposto, il fondamento, il baricentro e l'essenza stessa del legittimo esercizio del potere amministrativo (art. 3 della legge n. 241 del 1990) e, per questo, un presidio di legalità sostanziale insostituibile, nemmeno mediante il ragionamento ipotetico che fa salvo, ai sensi dell'art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241 del 1990, il provvedimento affetto dai cosiddetti vizi non invalidanti» (ex multis, Consiglio di Stato - sezione terza, 7 aprile 2014, n. 1629; sezione sesta, 22 settembre 2014, n. 4770; sezione terza, 30 aprile 2014, n. 2247; sezione quinta, 27 marzo 2013, n. 1808);

che, dunque, la rimettente si è sottratta al doveroso tentativo di sperimentare l'interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata, in applicazione del principio secondo cui una disposizione di legge può essere dichiarata costituzionalmente illegittima solo quando non sia possibile attribuirle un significato che la renda conforme ai parametri costituzionali invocati (sentenza n. 77 del 2007; ordinanze n. 102 del 2012, n. 212, n. 103, n. 101 e n. 15 del 2011, n. 322, n. 192 e n. 110 del 2010, n. 257 del 2009 e n. 363 del 2008);

che la questione appare altresì diretta non a risolvere un dubbio di legittimità costituzionale, ma a ricevere dalla Corte un improprio avallo a una determinata interpretazione della norma censurata (rimessa al giudice di merito), operazione, questa, tanto più inammissibile in presenza di indirizzi giurisprudenziali non del tutto stabilizzati (sentenza n. 242 del 2008; ordinanze n. 297 del 2007, n. 114 del 2006, n. 211 del 2005 e n. 142 del 2004);

che, in definitiva, la questione sollevata è manifestamente inammissibile per difetto di motivazione sulla rilevanza, per mancato esperimento del tentativo d'interpretazione conforme a Costituzione, nonché per l'uso improprio dello strumento del vaglio di costituzionalità per avallare una certa interpretazione della norma censurata.

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, commi 1 e 2, delle norme integrative per i giudizi avanti alla Corte costituzionale.

P.Q.M.

dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 21-octies, comma 2, primo periodo, della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 97, 24, 113 e 117, primo comma, della Costituzione, dalla Corte dei conti - sezione giurisdizionale per la Regione siciliana, con l'ordinanza in epigrafe.

 

 

 

 

BREVI ANNOTAZIONI

OGGETTO DELLA SENTENZA

Con la sentenza in commento la Corte Costituzionale, nel maggio 2015, ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione siciliana, riguardo all’art. 21-octies, comma 2, primo periodo, della legge n. 241/1990 in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 113, 117 comma 1, Cost.

La questione si è posta nell’ambito di un processo avente ad oggetto la domanda di annullamento dell’atto con cui “la Direzione regionale servizi di quiescenza della Regione siciliana - Fondo pensioni Sicilia ha comunicato ad una pensionata l'avvio di un procedimento di recupero, sui ratei della pensione percepita, di somme indebitamente erogate”. Nel giudizio la ricorrente aveva lamentato “l'impossibilità di comprendere le ragioni di fatto e di diritto della disposta ripetizione”, dichiarando di aver percepito tali somme in buona fede.

L’Amministrazione regionale, nella comparsa di costituzione, aveva provveduto a fornire motivazioni integrative del provvedimento impugnato.

In conseguenza di ciò, il Giudice a quo dubitava della legittimità costituzionale dell’art. 21-octies, comma 2, primo periodo, “nella misura in cui tale disposizione consente l'integrazione in sede processuale della motivazione del provvedimento amministrativo anche dopo un rilevante periodo di tempo”.

PERCORSO ARGOMENTATIVO

Per poter comprendere appieno le motivazioni della Corte, appare utile rammentare il disposto del secondo comma dell’art. 21-octies, introdotto nel corpo normativo della legge 241/1990 dalla riforma del 2005 e che da subito ha mostrato tutta la sua portata innovativa. La norma in parola, infatti, dopo aver enunciato al primo comma i tre vizi che (tradizionalmente) rendono l’atto illegittimo e, in quanto tale, annullabile, introduce al secondo comma due significative eccezioni.

Non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Il provvedimento amministrativo non è comunque annullabile per mancata comunicazione dell’avvio del procedimento qualora l’amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”.

In tal modo, il legislatore ha “infranto” l’equazione, da sempre operata, tra illegittimità e annullabilità, al fine di evitare che qualsiasi violazione di legge si traduca in un potenziale annullamento del provvedimento. Il comma in questione, non a caso, esordisce a chiare lettere con la locuzione “non è annullabile”. In altri termini, si introduce un limite all’annullabilità per violazione di legge, allorché la disposizione violata ponga obblighi di natura meramente formale o procedimentale, la cui elusione non abbia influito sul contenuto dispositivo dell’atto.

È, pertanto, consentito al Giudice di verificare, in concreto, l’efficienza causale dei menzionati vizi sul contenuto del provvedimento, imponendogli di non procedere all’annullamento ove risulti che il vizio non abbia inciso sull’assetto degli interessi racchiuso nella parte dispositiva.

Come è stato efficacemente evidenziato, il legislatore sancisce un principio di prevalenza della correttezza sostanziale dell’atto sulla illegittimità formale (GAROFOLI).

Invero, lungo è stato il dibattito registratosi in merito alla natura del comma 2 dell’art. 21-octies cit. Essenzialmente quattro le teorie che si sono contese il campo.

La tesi della mera irregolarità ha ricollegato i vizi formali e procedimentali cui si riferisce la disposizione in parola alla categoria della irregolarità degli atti amministrativi, la quale ricomprende al suo interno quelle difformità dell’atto dal paradigma legislativo di lieve entità, di minor conto, che non vanno ad intaccare il corretto esercizio della funzione amministrativa.

Altra tesi (soprattutto giurisprudenziale) ha ritenuto che, “pur sussistendo l’illegittimità dell’episodio di attività, essa verrebbe <sanata> dal provvedimento finale che, in una prospettiva <statica>, raggiunge lo scopo voluto dalla legge e, cioè, ha il contenuto che l’ordinamento aveva indicato o che non poteva non essere individuato” (CASETTA). Tale articolo, quindi, assolverebbe ad un compito analogo a quello dell’art. 156, comma 3, cpc, il quale esclude che possa essere pronunciata la nullità di un atto processuale se questo ha raggiunto il suo scopo.

Un orientamento dottrinale e giurisprudenziale, al contrario, ha riconosciuto all’art. 21-octies cit. natura processuale, escludendosi (in siffatti casi) l’annullabilità da parte del Giudice (ma non, ad esempio, l’annullamento d’ufficio) poiché mancherebbe l’interesse ad agire come condizione di ammissibilità del ricorso. Ne consegue che “il provvedimento non è annullabile non perché assoggettato a un diverso regime di invalidità o irregolarità, ma perché la circostanza che il contenuto non possa essere diverso priva il ricorrente dell’interesse a coltivare un giudizio da cui non potrebbe ricavare alcuna concreta utilità” (CARINGELLA).

In realtà, la tesi attualmente più condivisa è quella c.d. sostanzialistica. Essa nega che l’art. 21-octies abbia valenza meramente processuale, in primo luogo in quanto il linguaggio utilizzato dal secondo comma è perfettamente omogeneo a quello utilizzato nel primo, il quale contiene il “catalogo generale” dei tre ordini di vizi del provvedimento che danno la stura all’annullabilità. A parere di tale orientamento, il primo comma enuncia in termini generale e <positivi> il concetto di annullabilità sostanziale; il secondo, invece, delimita e chiude la stessa nozione mediante un enunciato espresso in forma negativa. In altri termini, il secondo comma contribuisce a spiegare e specificare la nozione di violazione di legge, di per sé alquanto ampia e generica (esprime bene l’essenza di questa tesi: Cons. St., sez. V, 20 marzo 2007, n. 1307).

La pronuncia in commento, però, si concentra soltanto sul primo periodo del secondo comma.

Infatti, la Corte dei Conti, nell’ordinanza di rimessione, aveva mostrato di nutrire dubbi solo con riguardo a questa parte della norma.

Invero, v’è differenza tra le due ipotesi disciplinate dal comma 2:

- il primo periodo concerne i vizi procedimentali e formali, richiede che l’attività sia vincolata e, inoltre, che sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.

- il secondo periodo “consente di salvare il provvedimento dall’annullamento a seguito della dimostrazione in sede processuale dell’immutabilità del suo contenuto dispositivo quando sia mancata la comunicazione dell’avvio del procedimento; essa, dunque, si applica anche ai provvedimenti discrezionali” (CASETTA).

Come già si è accennato in apertura, “il giudice a quo, sul presupposto che l'amministrazione regionale avrebbe fornito, con la memoria di costituzione in giudizio, motivazioni integrative della impugnata comunicazione, dubita della legittimità costituzionale dell'art. 21-octies, secondo comma, primo periodo, della legge n. 241 del 1990, nella misura in cui tale disposizione consente l'integrazione in sede processuale della motivazione del provvedimento amministrativo anche dopo un rilevante periodo di tempo”.

Più nello specifico, i Giudici rimettenti hanno ritenuto che la norma vada a porsi in contrasto, in primis, con gli artt. 24, 97 e 113 Cost., costituendo, l'obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi, un corollario dei principi di buon andamento e imparzialità dell'amministrazione, in quanto consente al destinatario del provvedimento che ritenga lesa una propria situazione giuridica di far valere la relativa tutela giurisdizionale, senza che assuma alcuna rilevanza al riguardo la natura discrezionale o vincolata dell'atto;  in secondo luogo, con l'art. 117, comma 1, Cost., in quanto la norma contravverrebbe ai principi dell'ordinamento unionale così come interpretati dalla Corte di giustizia dell'Unione europea, la quale avrebbe sempre affermato l'impossibilità di integrare la motivazione di un provvedimento amministrativo nel corso del processo; ancora, con l'art. 3 Cost., per la disparità di trattamento che ne conseguirebbe, in termini di tutela giurisdizionale, tra atti derivati dalla normativa europea e atti esclusivamente interni; infine, con il principio della separazione dei poteri, in quanto consentirebbe al giudice di sostituirsi all'amministrazione integrando la motivazione dell'atto.

A fronte di tali censure, la Consulta sottolinea, innanzitutto, la non applicabilità dell’art. 21-octies, comma 2, primo periodo, alla fattispecie per cui è causa. Quest’ultima, a parere della Corte, prescinderebbe dall’applicazione della norma, in quanto l’obbligo di motivazione non potrebbe ritenersi violato quando le ragioni del provvedimento siano chiaramente intuibili sulla base della sua parte dispositiva e si verta in ipotesi di attività vincolata.

La Corte, poi, continua, con grande chiarezza, affermando che “anche qualora si ritenesse la norma impugnata applicabile nel tipo di contenzioso in esame, la rimettente non prende in considerazione il fatto che, secondo un diffuso orientamento della giurisprudenza amministrativa, «il difetto di motivazione nel provvedimento non può essere in alcun modo assimilato alla violazione di norme procedimentali o ai vizi di forma, costituendo la motivazione del provvedimento il presupposto, il fondamento, il baricentro e l'essenza stessa del legittimo esercizio del potere amministrativo (art. 3 della legge n. 241 del 1990) e, per questo, un presidio di legalità sostanziale insostituibile, nemmeno mediante il ragionamento ipotetico che fa salvo, ai sensi dell'art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241 del 1990, il provvedimento affetto dai cosiddetti vizi non invalidanti» (ex multis, Consiglio di Stato - sezione terza, 7 aprile 2014, n. 1629; sezione sesta, 22 settembre 2014, n. 4770; sezione terza, 30 aprile 2014, n. 2247; sezione quinta, 27 marzo 2013, n. 1808)”.

Non può, difatti, sottacersi l’irrinunciabile ruolo svolto dalla motivazione, filo rosso che lega procedimento e provvedimento, fase istruttoria e decisione. Del resto, in forza della positivizzazione di tale obbligo, ai sensi dell’art. 3 della legge 241/1990, il provvedimento amministrativo “non è più considerato alla stregua di un atto unilaterale e imperscrutabile, ma è divenuto il punto d’incontro tra l’esercizio del potere e l’esercizio dei diritti dei cittadini in un momento di coordinamento e composizione di opposti interessi, pubblici e privati” (CARINGELLA).

Con la motivazione, si esplicita l’iter logico-giuridico seguito dalla Pubblica Amministrazione per giungere all’adozione di una determinata statuizione; sicché, si andrebbe quantomeno a svilire, se non proprio ad annullare, la funzione fondamentale dell’istituto qualora si andasse a ricondurre la sua assenza nell’alveo dei vizi attinenti al procedimento e alla forma e, così opinando, si ammettesse l’applicabilità, ricorrendone i presupposti, dell’art. 21-octies, comma 2 cit.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La Corte conclude, prima di dichiarare la questione manifestamente inammissibile, affermando l’obbligo, che su ogni autorità giudiziaria grava, di operare, delle norme di cui si fa applicazione, un’interpretazione conforme al dato costituzionale. Doveroso tentativo a cui la Corte dei Conti, nel caso di specie, si è sottratta.

Infatti, come affermato anche da numerosi precedenti della Consulta stessa, una disposizione di legge può essere dichiarata costituzionalmente illegittima solo quando non sia possibile attribuirle un significato che la renda conforme ai parametri costituzionali invocati (si veda, ex multis, Corte Cost., 12 marzo 2007, n. 77).

 

 

 

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