La libertà di associazione sindacale nell’ordinamento delle forze armate alla prova delle nuove frontiere della CEDU

T.A.R. Lazio, Roma, Sez. II, 23 luglio 2014, n. 8052

Per gli appartenenti alle forze armate è tuttora legittimo e giustificato il divieto di costituire associazioni a carattere sindacale o di aderire ad associazioni già esistenti, sancito dall’art. 1475, comma 2, del d. lgs. n. 66/2010 (Codice dell’ordinamento militare). Non possono, infatti, considerarsi superate le esigenze di organizzazione, coesione interna e massima operatività – evidenziate dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 449/1999 – che contraddistinguono gli apparati militari rispetto alle altre strutture statali. Il particolare status assunto da coloro che espletano un servizio a tutela dei beni supremi dello Stato implica che ad essi possono essere imposte limitazioni nel concreto esercizio dei diritti di cui sono titolari, a condizione che siano rispettati i principi di legalità, finalizzazione ad uno scopo legittimo e proporzionalità. La prospettiva della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e segnatamente l’applicazione degli artt. 11 e 14, concorre con le disposizioni della nostra Costituzione a fondare il peculiare e differenziato regime giuridico introdotto dal legislatore nazionale.

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 10880 del 2012, proposto da:
***, ***, rappresentati e difesi dagli avv.ti *** e ***, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv.to ***in Roma, via Emilio de’ Cavalieri, 11;

contro

Guardia di Finanza – Comando Generale, Ministero dell’Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura generale dello Stato, domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12;

per l’annullamento

della nota prot. n. 231973/12 del 31 luglio 2012 avente ad oggetto: istanza di costituzione di associazione professionale fra militari a carattere sindacale

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Guardia di Finanza – Comando Generale e di Ministero dell’Economia e delle Finanze;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 18 giugno 2014 il dott. Salvatore Mezzacapo e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

Espone il ricorrente Sig. **** di prestare servizio, quale Brigadiere della Guardia di Finanza, presso il Nucleo Polizia Tributaria di Trieste. Con istanza in data 11 giugno 2012 ha chiesto al Ministero dell’economia e delle finanze di essere autorizzato a costituire un’associazione a carattere sindacale tra il personale dipendente del Ministero della difesa e/o del Ministero dell’economia e delle finanze o in ogni caso di essere autorizzato ad aderire ad altre associazioni sindacali già esistenti. Con nota del 31 luglio 2012 il Comando Generale della Guardia di Finanza ha rappresentato che “la costituzione di associazioni fra militari a carattere sindacale e l’adesione ad associazione della specie già esistenti sono espressamente vietate dal comma 2 dell’art. 1475 del d. lgs. n. 66/2010 (Codice dell’ordinamento militare)”, quindi disponendo la inammissibilità della petizione presentata.

Avverso il detto provvedimento ricorre il citato Sig. **** e con questi la associazione ***, di cui il primo è socio, deducendo violazione dell’art. 117 primo comma Cost. in relazione all’art. 11 CEDU ed all’art. 14 CEDU letto congiuntamente all’art. 11 citato, violazione del citato art. 11, violazione del citato art. 14 in combinato disposto con l’art. 11. In sostanza, la tesi di parte ricorrente si incentra sull’assunto per cui il divieto assoluto di libertà sindacale per gli appartenenti alle forze armate determina una disparità di trattamento ai danni di una specifica categoria di pubblici dipendenti rispetto ad altre categorie di funzionari dello Stato quali i membri della Polizia di Stato e i militari in servizio di leva o quelli richiamati in servizio. Di qui la conclusione con cui è chiesto l’annullamento degli atti e provvedimenti impugnati, in via subordinata prospettando i ricorrenti questione di legittimità costituzionale dell’art. 1475 comma 2 del Codice dell’ordinamento militare per violazione dell’art. 117 comma 1 Cost. in relazione all’art. 11 CEDU ed all’art. 14 CEDU in combinato disposto con l’art. 11 CEDU.

Si sono costituite in giudizio le intimate amministrazioni affermando la infondatezza del proposto ricorso e concludendo perché lo stesso venga respinto.

Alla pubblica udienza del 18 giugno 2014 il ricorso viene ritenuto per la decisione.

Il ricorso non è fondato e va, pertanto, respinto.

Dispone l’art. 1475 del decreto legislativo n. 66 del 2010, recante il codice dell’ordinamento militare, che:

“1. La costituzione di associazioni o circoli fra militari è subordinata al preventivo assenso del Ministro della difesa.

2. I militari non possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali.

3. I militari non possono aderire ad associazioni considerate segrete a norma di legge e a quelle incompatibili con i doveri derivanti dal giuramento prestato.

4. I militari non possono esercitare il diritto di sciopero.”.

Trattasi di disposizione che nella sostanza riproduce quanto disposto dall’art. 8 della legge n. 382 del 1978, appunto abrogata dal codice del 2010, secondo cui “i militari non possono esercitare il diritto di sciopero, costituire associazioni professionali a carattere sindacale, aderire ad altre associazioni sindacali…”.

Con riferimento a detta ultima disposizione è intervenuta la ben nota sentenza della Corte costituzionale 17 dicembre 1999 n. 449, che appare utile anche nella presente sede richiamare.

La questione di legittimità costituzionale del riportato art. 8 della legge n. 382/78, nella parte in cui vietava agli appartenenti alle Forze Armate di costituire associazioni professionali a carattere sindacale e, comunque, di aderire ad altri sindacati esistenti, era stata sollevata dalla IV Sezione del Consiglio di Stato, in riferimento agli artt. 3, 52, terzo comma, e 39 della Costituzione.

La Corte ha ritenuto la questione non fondata, tra l’altro osservando come mancasse nella “prospettazione del Consiglio di Stato una considerazione - pur limitata - delle esigenze di organizzazione, coesione interna e massima operatività che distinguono le Forze armate dalle altre strutture statali. Significativamente l'art. 52, terzo comma, della Costituzione parla di "ordinamento delle Forze Armate", non per indicare una sua (inammissibile) estraneità all'ordinamento generale dello Stato, ma per riassumere in tale formula l'assoluta specialità della funzione.”. La Corte ha quindi richiamato propri precedenti nei quali aveva “messo in luce le esigenze funzionali e la peculiarità dell'ordinamento militare (sent. n. 113 del 1997, sent. n. 197 del 1994, sent. n. 17 del 1991, ord. n. 396 del 1996), pur ribadendo più volte che la normativa non è avulsa dal sistema generale delle garanzie costituzionali”. Nella sent. n. 278 del 1987, “la Corte ha infatti osservato che la Costituzione repubblicana supera radicalmente la logica istituzionalistica dell'ordinamento militare, giacché quest'ultimo deve essere ricondotto nell'ambito del generale ordinamento statale "rispettoso e garante dei diritti sostanziali e processuali di tutti i cittadini". Prosegue la Corte affermando che “La garanzia dei diritti fondamentali di cui sono titolari i singoli "cittadini militari" non recede quindi di fronte alle esigenze della struttura militare; sì che meritano tutela anche le istanze collettive degli appartenenti alle Forze Armate…..al fine di assicurare la conformità dell'ordinamento militare allo spirito democratico”, tuttavia rilevando che aver constatato che “la struttura militare non è un ordinamento estraneo, ma costituisce un'articolazione dello Stato che in esso vive, e ai cui valori costituzionali si informa”, non consente “di ritenere illegittimo il divieto posto dal legislatore per la costituzione delle forme associative di tipo sindacale in ambito militare. Se è fuori discussione, infatti, il riconoscimento ai singoli militari dei diritti fondamentali, che loro competono al pari degli altri cittadini della Repubblica, è pur vero che in questa materia non si deve considerare soltanto il rapporto di impiego del militare con la sua amministrazione e, quindi, l'insieme dei diritti e dei doveri che lo contraddistinguono e delle garanzie (anche di ordine giurisdizionale) apprestate dall'ordinamento. Qui rileva nel suo carattere assorbente il servizio, reso in un ambito speciale come quello militare (art. 52 della Costituzione, primo e secondo comma).” Osservava quindi la Corte che “la declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 8, nella parte denunciata, aprirebbe inevitabilmente la via a organizzazioni la cui attività potrebbe risultare non compatibile con i caratteri di coesione interna e neutralità dell'ordinamento militare.” Peraltro in quella occasione la Corte ha pure affermato la insussistenza di una asserita disparità di trattamento con il personale della Polizia di Stato, cui il legislatore ha invero riconosciuto, per quanto entro precisi limiti, la libertà sindacale, ma ciò ha disposto contestualmente alla smilitarizzazione del corpo di Polizia, il quale ha, oggi, caratteristiche che lo differenziano nettamente dalle Forze armate, non potendo quindi invocarsi la comparazione con la Polizia di Stato per la diversità delle situazioni poste a confronto.

Dai principi enucleati dalla Corte costituzionale, richiamati espressamente nella presente sede poiché ad avviso del Collegio decisamente attuali, si desume agevolmente che il servizio militare non può essere considerato la prestazione di una mera attività, giacché esso determina, in capo al soggetto che lo presta (non importa se sia militare «di carriera» o «di leva» ovvero sia militare di truppa, sottufficiale ed ufficiale) uno status assolutamente particolare che comporta l'assoggettamento dell'individuo medesimo ad un regime del tutto peculiare implicante, come tale, non solo l'obbligo di prestare determinate funzioni o attività, ma anche l’insorgere di una situazione che, sotto certi profili, incide su alcune libertà fondamentali (così, Cons. Stato, IV Sezione, 28 luglio 2005 n. 4012). In tal senso va interpretato l’art. 1465 del Codice dell’ordinamento militare a mente del quale “Ai militari spettano i diritti che la Costituzione della Repubblica riconosce ai cittadini. Per garantire l’assolvimento dei compiti propri delle Forze armate sono imposte ai militari limitazioni nell’esercizio di alcuni di tali diritti, nonché l’osservanza di particolari doveri nell’ambito dei principi costituzionali.” Se è dunque certo e indubbio che “il militare è e rimane sempre un cittadino, al quale non possono essere conculcati in alcun caso i diritti fondamentali a lui garantiti dalla Carta costituzionale...” detti “diritti, tuttavia, …possono soffrire limitazioni nel loro concreto esercizio solo ed esclusivamente in ragione del particolare status del militare” (cfr. Cons. Stato, IV Sez. cit.), limitazioni che discendono direttamente e traggono la loro origine dalla necessità di tutela del bene supremo, compito proprio delle Forze Armate cui esse sono chiamate, per espresso disposto della stessa Costituzione, a salvaguardare. Non a caso, dette limitazioni non sono rimesse alla pur prudente discrezionalità dell'esecutivo, ma, al fine della ottimale garanzia dei loro destinatari, possono essere poste dalla legge, e solo da essa.

Quanto alla “nuova” chiave di lettura della questione di che trattasi prospettata dai ricorrenti avendo a riferimento gli artt. 11 e 14 CEDU, ritiene il Collegio che, in ragione di ciò, non muta l’esito finale nel senso della legittimità della avversata determinazione del Comando Generale della Guardia di Finanza. Dispone, infatti, il citato art. 11 che “1. Ogni persona ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà d’associazione, ivi compreso il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire a essi per la difesa dei propri interessi.

2. L’esercizio di questi diritti non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale e alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Il presente articolo non osta a che restrizioni legittime siano imposte all’esercizio di tali diritti da parte dei membri delle forze armate, della polizia o dell’amministrazione dello Stato.” Il successivo art. 14 dispone che “Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione”.

Ad avviso del Collegio, che ben conosce il diverso avviso interpretativo, particolarmente sostenuto con argomenti di assoluto rispetto e valore da parte della dottrina, pure le invocate disposizioni della CEDU, al pari delle disposizioni costituzionali innanzi richiamate, sono tuttavia utili a fondare e quindi rendere legittimo lo speciale e differenziato regime giuridico dettato sul punto dal legislatore nazionale. La stessa CEDU, infatti, prefigura una disciplina più restrittiva, quanto all’esercizio del diritto alla libertà di associazione, per il personale delle forze armate. Secondo le indicazioni della stessa giurisprudenza della CEDU, affinché le restrizioni in via generale alla libertà di associazione siano ammissibili ai sensi del citato art. 11, par. 2, CEDU, esse debbono soddisfare tre requisiti. Il primo è quello della legalità. Che ricorre con ogni evidenza nella specie. È in sostanza necessario che il relativo provvedimento impositivo abbia sufficiente base legislativa, base legislativa che sia conoscibile e chiara. Soddisfatto il requisito della legalità, occorre valutare se la restrizione persegua uno degli scopi legittimi previsti dal medesimo par. 2. Orbene, anche a condividere l’assunto per cui le limitazioni, proprio perché tali, debbono essere interpretate restrittivamente, non si può non convenire sul fatto che con riferimento al personale delle forze armate la imposta restrizione persegue uno scopo legittimo, avuto riguardo agli scopi ed ai compiti delle forze armate, che è quello di tenere e garantire un meccanismo di coesione interna, sul quale peraltro si fonda lo stesso ordinamento gerarchico, che rischierebbe di essere altrimenti compromesso da contrapposizioni interne. Il terzo elemento è la proporzionalità, se cioè la restrizione imposta appare congrua ed adeguata. Parametro che nella specie risulta garantito dalla predisposizione normativa di un articolato sistema della cd. rappresentanza militare.

Rimane ad avviso del Collegio ineliminabile e comunque insuperabile il dato giuridico per cui la posizione del militare è connotata in modo del tutto peculiare rispetto a tutti gli altri cittadini ed è tale da dover subire una limitazione dei propri diritti.

La specialità della fattispecie e della relativa disciplina è, in maniera complementare, comprovata dal fatto che lo stesso legislatore ha provveduto alla istituzione degli «organi di rappresentanza militare» di cui agli artt. 1476 e seguenti del Codice dell’ordinamento militare, composti da militari di tutte le categorie e di tutti i gradi, eletti su base democratica, e con la espressa competenza di rappresentare e difendere, nelle sedi istituzionali, le aspirazioni, le esigenze, le proposte comunque connesse con gli interessi collettivi delle singole categorie.

Pertanto, il provvedimento impugnato, nella parte in cui dichiara inammissibile la domanda di autorizzazione a costituire un’associazione a carattere sindacale, si fonda legittimamente sull'art. 1475 citato, che costituisce una puntuale norma primaria, la quale vieta, oltre che l'esercizio del diritto di sciopero, la costituzione, in seno alle Forze Armate, di associazioni sindacali di carattere professionale o l'adesione ad associazioni sindacali di categoria; e ciò, in considerazione, da un lato, del particolare status dei «cittadini in divisa», dall'altro lato, delle peculiari mansioni e funzioni che essi sono chiamati, sia pure sotto aspetti tra loro diversificati, ad espletare nel superiore interesse della Comunità nazionale, di fronte al quale interessi particolaristici - anche se di rilevante portata o valenza - debbono di necessità in ogni caso cedere.

In ragione di quanto considerato, non solo quindi deve affermarsi la legittimità della determinazione avversata, ma rilevarsi anche la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale in via subordinata prospettata dai ricorrenti.

Come sopra chiarito, infatti, pur essendo indubbio che ai militari spettano, in ogni caso, i diritti garantiti dalla Costituzione, è vero altresì che tali diritti possono trovare limitazione, in connessione alla necessità di garantire l'efficace assolvimento dei compiti spettanti alle Forze Armate.

Dal che consegue che la configurazione costituzionale del singolo diritto va rinvenuta nell'insieme della intera disciplina costituzionale, vista nella sua globalità, anche nella indicata prospettiva della violazione dell’art. 117 comma 1 Cost. in relazione agli artt. 11 e 14 CEDU. Prospettiva che, per come innanzi rilevato, non muta le conclusioni già raggiunte sul punto dalla giurisprudenza amministrativa (cfr. Cons. Stato, IV Sezione, n. 4439 del 2000).

Conclusivamente, ribadite le svolte considerazioni, il ricorso va respinto siccome infondato.

Sussistono tuttavia giuste ragioni per compensare integralmente fra le parti le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 18 giugno 2014.

 

 

 

BREVI ANNOTAZIONI

 

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

La sentenza in epigrafe ha ad oggetto una delle questioni più delicate che, ormai da tempo, si pone relativamente alla definizione dello status degli appartenenti alle Forze armate: i limiti e le modalità di esercizio del diritto di associazione.

L’adito T.A.R. si mostra pienamente consapevole dell’importanza del tema trattato, che involge l’effettività del riconoscimento dei diritti costituzionali e, di conseguenza, il livello stesso di democraticità di uno Stato e del suo ordinamento giuridico.

Nel corpo della decisione si fa notare quanto risalente sia il divieto di costituzione di (o di adesione a) associazioni sindacali di cui sono gravati i militari da una legislazione che, risalente alla L. n. 382/1978, è stata riproposta nei contenuti che qui interessano (art. 8) dal d. lgs. n. 66/2010 (codice dell’ordinamento militare) il quale, all’art. 1475, proibisce l’esercizio del diritto di sciopero e di associazionismo sindacale, delineando un sistema che la Corte costituzionale ha ritenuto legittimo, in quanto volto – secondo un vincolo finalistico di stretta necessità, a garantire l’efficace assolvimento dei compiti supremi, di difesa delle istituzioni e di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, spettanti ai corpi e alle forze armate.

Nemmeno il parametro convenzionale di cui agli artt. 11 e 14 Cedu consente di ritenere desueto il divieto in esame, ineliminabile essendo – secondo il Collegio giudicate – il dato giuridico per cui la posizione del militare (che sia di carriera o di leva, e che sia di truppa, sottufficiale o ufficiale) è connotata in modo del tutto peculiare rispetto a tutti gli altri cittadini della Repubblica ed è, pertanto, tale da dover subire una limitazione, sia pur congrua ed adeguata, dei propri diritti.

 

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

Il T.A.R. richiama, a fondamento del suo decisum, le argomentazioni svolte dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 449/1999 e, in particolare, la sottolineatura delle esigenze di organizzazione, coesione interna e massima operatività tipiche dell’ordinamento delle Forze armate, di quelle sue peculiari esigenze funzionali già valorizzate da altri precedenti della stessa Corte: l’assoluta specialità della funzione costituisce l’elemento portante dell’art. 52, comma 3, della Costituzione.

Tenendo conto proprio di quest’ultima norma, ben si comprende il passo in cui il G.A. ricorda come nell’attuale assetto costituzionale debba ritenersi radicalmente superata la logica istituzionalistica dell’ordinamento militare: il quale, infatti, “si informa allo spirito democratico della Repubblica”, sicché non costituisce un ordinamento estraneo ma un’articolazione della Stato che in esso vive, e ai cui valori costituzionali deve necessariamente conformarsi.

Aggiunge, tuttavia, il tribunale amministrativo che, se è vero che ai cittadini militari spetta, come a tutti gli altri cittadini, la garanzia dei diritti fondamentali e delle istanze collettive nell’ambito del rapporti di impiegano con la sua amministrazione, ad assumere un ruolo preponderante non è tanto l’insieme dei diritti e dei doveri che contrassegnano tale rapporto, e delle correlate garanzie anche di ordine giurisdizionale, quanto il “servizio” reso un ambito speciale come quello militare.

Ne deriva che l’eventuale soppressione del divieto di associazione sindacale “aprirebbe la via a organizzazioni la cui attività potrebbe risultare non compatibile con i caratteri di coesione interna e neutralità dell’ordinamento militare.

Il T.A.R. mette in luce come, nella fattispecie esaminata, rilevi non soltanto la prestazione di una mera attività, ma soprattutto il peculiare status del militare che giustifica l’imposizione di limiti ex lege all’esercizio dei suoi diritti, purché nell’osservanza dei principi costituzionali e in funzione della protezione di interessi e valori di superiore rilevanza: interessi e valori che sostanzialmente coincidono con quelli – sicurezza nazionale, pubblica sicurezza, ordine pubblico e prevenzione dei reati, tutela della salute e della morale, tutela dei diritti e delle libertà altrui – in nome dei quali anche la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (art. 11) legittima restrizioni del genere di quella conosciuta dal nostro ordinamento, autorizzando misure e discipline perfino più restrittive.

Quel che conta, in definitiva, è che le limitazioni e i divieti abbiano fondamento legale, che siano preordinati ad uno scopo legittimo (nella specie, mantenere l’ordine gerarchico e la coesione del corpo militare) e che siano rispettosi anche del criterio di proporzionalità rispetto al fine: una triplice verifica, superata positivamente dalla legislazione italiana.

Dopo aver ricordato che il nostro ordinamento non ha mancato di apprestare un sistema di idonee garanzie con la istituzione degli organi di rappresentanza militare di cui agli artt. 1476 ss. del codice, e che gli interessi particolaristici naturalmente recedono rispetto all’interesse della Comunità nazionale, conclude il Collegio nel senso che la configurazione del singolo deve essere ricostruita alla stregua dell’intera disciplina costituzionale, complessivamente considerata e coordinata.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La decisione in commento giudica ininfluente, ai fini dell’esito della controversia, la nuova chiave di lettura prospettata dai ricorrenti avuto riguardo agli artt. 11 e 14 Cedu.

In proposito è bene rammentare che con la revisione del Titolo V, parte II, della Costituzione intervenuta nel 2001, si è affermata la centralità dei vincoli dell’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali sul piano interpretativo e dell’applicazione del diritto negli ordinamenti interni: come sostenuto dalla sentenza n. 349/2007 della Corte costituzionale, il nuovo parametro di cui all’art. 117, comma 1, Cost. “comporta l’obbligo del legislatore ordinario di rispettare le norme della Cedu, con la conseguenza che la norma nazionale incompatibile con la norma della Cedu e dunque con gli obblighi internazionali di cui all’art. 117, primo comma, viola per ciò stesso tale parametro costituzionale. Con l’art. 117, primo comma, si è realizzato, in definitiva, un rinvio mobile alla norma convenzionale di volta in volta conferente, la quale dà vita e contenuto a quegli obblighi internazionali genericamente evocati e, con essi, al parametro, tanto da essere comunemente qualificata norma interposta”.

Tanto premesso, è opportuno segnalare che alcuni interventi della Corte europea (l’organo giurisdizionale che fornisce l’interpretazione delle disposizioni della Convenzione, integrandone il contenuto prescrittivo vincolante per gli Stati membri), successivi alla pronuncia del T.A.R. del Lazio, hanno offerto un contributo significativo alla questione qui dibattuta.

Le coeve sentenze del 2 ottobre 2014 Matelly v. France e Adefdromil v. France, relative al divieto assoluto di costituzione di sindacati all’interno delle Forze armate francesi, pur ammettendo la possibilità di adeguare l’attività sindacale alla specificità dei compiti affidati ad un corpo militare, hanno nondimeno puntualizzato che nessuna restrizione imposta dalle autorità statali può “privare i militari e i loro sindacati del diritto generale di associazione per la difesa dei loro interessi professionali e morali”; esse (autorità) “non possono, invero, mettere in discussione l’essenza stessa del diritto alla libertà sindacale. Pertanto la Corte non accetta le restrizioni che incidono sugli elementi essenziali della libertà sindacale senza i quali il contenuto di tale libertà sarebbe vuotato della sua sostanza”.

A venire in gioco sono i parametri convenzionali rappresentati, come sopra accennato, dall’art. 11, nella parte in cui garantisce il diritto alla libertà di associazione e di partecipazione o adesione ai sindacati per la tutela dei propri interessi, e dall’art. 14, in combinato disposto con il primo, laddove vieta che si operino disparità di trattamento a danno di alcune categorie di funzionari statali rispetto ad altre.

L’approdo finale dell’analisi sta, in sostanza, nel riscontro, presso gli organi di rappresentanza militare previsti dalla singola legislazione nazionale, delle caratteristiche tipiche delle associazioni sindacali: l’indipendenza, l’autonomia, le procedure elettive e di investitura democratica degli organi, la natura e l’incisività delle competenze e delle funzioni espletate, il grado di responsabilità, in una parola l’attitudine a tutelare in misura sufficiente gli interessi professionali del personale militare.

Non è un caso che anche nel nostro ordinamento si susseguono da anni proposte di riforma nel circuito politico-parlamentare volte a riformare l’istituto della rappresentanza militare con l’obiettivo di rafforzarne la vocazione di strumento partecipativo e di interlocuzione, anche nel settore delle attività negoziali e della contrattazione collettiva dei contenuti e delle condizioni del rapporto di lavoro.

 

PERCORSO BIBLIOGRAFICO

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M. NUNZIATA, Veramente incostituzionale il divieto per i militari di associarsi in sindacati?, in Nuovo dir., 1998, II, 813 ss.  

G. D’ELIA, Sotto le armi non tacciono le leggi: a proposito delle libertà sindacali dei militari, in Giur. cost., 2000, I, 550 ss.

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V. FARA, La partecipazione politica e sindacale dei militari nella giurisprudenza europea. Spunti di riflessione per uno studio dell’ordinamento militare nazionale, in Dir. pubbl. comp. eur., 2013, II, 571 ss.

 

 

 

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