Il delitto di commercio di sostanze c.d. dopanti: fattispecie autonoma e reato di pericolo

Cass. pen., sez. III, 23.10.2013, n. 46246

Per la configurabilità del delitto di commercio di sostanze farmacologicamente o biologicamente attive previsto dall'art. 9 comma 7 l. 14 dicembre 2000 n. 376 in materia di lotta contro il "doping", non è richiesto il dolo specifico essendo il commercio clandestino di tali sostanze punito indipendentemente dal fine specifico perseguito dal soggetto agente; si tratta, infatti, di un reato di pericolo, diretto a prevenire il rischio derivante dalla messa in circolazione di tali farmaci, al di fuori delle prescrizioni imposte dalla legge, per la tutela sanitaria delle attività sportive.

L'art. 9 comma 7 l. 14 dicembre 2000 n. 376, nel punire chiunque commercia farmaci o sostanze ricompresi nelle classi previste dall'art. 2 comma 1, si riferisce a un'attività di intermediazione nella circolazione dei beni distinta rispetto alle condotte di procurare ad altri o somministrare di cui ai commi 1 e 2 in quanto connotata dal carattere della continuità e da una sia pur elementare organizzazione, e che, a differenza di quelle di cui ai commi 1 e 2, non richiede il dolo specifico, e, cioè, il fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti.
 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  
                        SEZIONE TERZA PENALE                        
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           
Dott. MANNINO   Saverio F.     -  Presidente   -                    
Dott. AMORESANO Silvio         -  Consigliere  -                    
Dott. MARINI    Luigi          -  Consigliere  -                    
Dott. GAZZARA   Santi          -  Consigliere  -                    
Dott. GRAZIOSI  Chiara    -  rel. Consigliere  -                    
ha pronunciato la seguente:                                         
                     sentenza                                       
sul ricorso proposto da:
       D.M. N. IL (OMISSIS);
         V.R. N. IL (OMISSIS);
avverso  l'ordinanza  n.  32/2013  TRIB.  LIBERTA'  di  TRENTO,   del
23/04/2013;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;
sentite  le  conclusioni del P.G. Dott. VOLPE Giuseppe:  annullamento
con rinvio.
                

RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 23 aprile 2013 il Tribunale di Trento ha accolto l'appello del PM avverso ordinanza del gip dello stesso Tribunale del 25-26 marzo 2013 di rigetto dell'applicazione, tra gli altri, a D.M. e V.R. della misura cautelare della custodia in carcere per i reati di cui all'art. 416 c.p. e L. 14 dicembre 2000, n. 376, art. 9, comma 7.
2. Ha presentato ricorso il difensore di D.M., adducendo tre motivi.
Il primo motivo denuncia violazione della L. 14 dicembre 2000, n. 376, art. 9, comma 7 e art. 273 c.p.p. con correlato vizio motivazionale. Rileva che la fattispecie di cui alla L. 14 dicembre 2000, n. 376, art. 9, comma 7, si può riferire semplicemente ad un'aggravante, e comunque anche per essa è necessario il dolo specifico della partecipazione a manifestazioni sportive. Anche qualora si riconoscesse alla fattispecie una struttura autonoma, insegna la giurisprudenza di legittimità che "per integrare il reato è indispensabile una condotta ben definita, ovvero quella del commercio, che richiede la disponibilità di ingenti quantità di farmaci dopanti, un'offerta al pubblico destinata a durare nel tempo, prodotti a disposizione di un pubblico (indistinto) oltre che un contenuto economico delle vendite da valutarsi secondo parametri squisitamente civilistici", non essendo quindi sufficiente "la semplice condotta di procurare ad altri, somministrare, assumere, favorire l'utilizzo di cui al primo comma, salvo che ciò avvenga nell'ambito di gare sportive": ed è indiscusso che nel caso si tratta di "ipotetiche condotte verificatesi al di fuori di competizioni sportive". Nei confronti del ricorrente sono stati contestati due episodi di supposto commercio di sostanze L. 14 dicembre 2000, n. 376, ex art. 9, comma 7, che però non possono integrare la fattispecie di commercio delineata dalla giurisprudenza;
e nel secondo episodio sono anche ignote le sostanze oggetto dell'ipotetico commercio. Avrebbe pertanto potuto prospettarsi la fattispecie, non penalmente rilevante in quanto al di fuori di una competizione sportiva, di cui all'art. 9, comma 1, della stessa legge, cioè "procurare ad altri, somministrare o favorire l'utilizzo". Manca comunque ogni motivazione in ordine ai due episodi contestati.
Il secondo motivo denuncia violazione dell'art. 416 c.p. e art. 273 c.p.p. con correlato vizio motivazionale. Mentre il gip aveva ritenuto che l'associazione contestata sarebbe stata "espressione di un vincolo troppo indefinito", il Tribunale l'ha riconosciuta incorrendo in carenza di motivazione quantomeno per il ricorrente, non avendo oltretutto identificato i ruoli degli indagati".
Il terzo motivo denuncia violazione degli artt. 274 e 275 c.p.p. e mancanza di motivazione quanto alla sussistenza di esigenze cautelari: si paventa un "pericolo di reiterazione" senza ancorarlo ad alcun riferimento e applicando identica misura a tutti gli indagati senza alcuna soggettivizzazione se non per la recidiva (per la quale però il ricorrente ha solo un precedente per fattispecie del tutto diverse).
3. Ha presentato ricorso il difensore di V.R., sulla base di tre motivi.
Il primo motivo denuncia violazione della L. 14 dicembre 2000, n. 376, art. 9, comma 7, e correlato vizio motivazionale. Nella sua ordinanza il gip aveva ritenuto inesistente il dolo specifico orientato alla alterazione delle prestazioni agonistiche degli atleti, giacchè la norma citata fa riferimento all'art. 2 della legge, il quale a sua volta richiama l'art. 1, comma 2, per cui "costituiscono doping le assunzioni di farmaci idonei a modificare le condizioni...dell'organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti". E' indiscusso che si trattava di utilizzo di anabolizzanti a fini solo estetici. Srare il reato. Inoltre la fattispecie di cui all'art. 9, comma 7 costituisce soltanto un'aggravante ad effetto speciale del reato - prevedendo la condotta di "commercio" e così aumentando la pena rispetto al comma 1 che riguarda il "procurare ad altri, somministrare, favorire l'utilizzo di farmaci" - e non una fattispecie autonoma. Ma anche se dovesse ritenersi tale, per integrare il reato occorrerebbe "una condotta precisa, ovvero quella del commercio, che richiede la disponibilità di ingenti quantità di farmaci dopanti, un'offerta al pubblico destinata a durare nel tempo e prodotti a disposizione di un pubblico (indistinto), oltre che un contenuto economico delle vendite", qui non ricorrente. Inoltre il Tribunale individua le fonti di prova ma poi "nulla argomenta sulle ragioni per cui ritiene" fondato l'addebito. La motivazione si riduce quindi "alla mera elencazione descrittiva di elementi di fatto senza alcun vaglio critico da parte dell'organo giurisdizionale" e può pertanto definirsi apparente.
L'obbligo motivazionale sull'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza non è stato adempiuto.
Il secondo motivo denuncia violazione dell'art. 416 c.p. e art. 273 c.p.p. nonchè vizio motivazionale nella individuazione dei gravi indizi del reato associativo. Per il ricorrente l'ordinanza afferma soltanto: "mero compartecipe della consorteria, in stretto contatto con D.M., per il quale intercede la vendita di anabolizzanti custodendoli presso la sua abitazione". A parte che nessun farmaco è stato rinvenuto nella perquisizione, questa sarebbe l'unica condotta che integrerebbe la partecipazione all'associazione a delinquere, incorrendo così il Tribunale in violazione di legge.
Il terzo motivo denuncia vizio di motivazione e violazione dell'art. 274 c.p.p., lett. c e art. 275 c.p.p.. Il Tribunale prospetta un pericolo di reiterazione senza ancorarlo ad alcun riferimento, così manifestando carenza di motivazione e violazione delle norme suddette
CONSIDERATO IN DIRITTO
3. I ricorsi sono parzialmente fondati.
3.1 Possono essere esaminati congiuntamente i ricorsi quanto al primo motivo, con cui i ricorrenti adducono, anzitutto, violazione di legge nel senso che la L. n. 376 del 2000, art. 9, comma 7, non costituisca una fattispecie autonoma di reato bensì un'aggravante ad effetto speciale rispetto ai commi 1 e 2 dello stesso art.; e comunque, sempre secondo i ricorrenti, necessiterebbe dolo specifico consistente nella finalità di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, mentre nei casi in esame si sarebbe al di fuori dell'attività sportiva, le sostanze essendo impiegate solo a fini estetici.
La giurisprudenza di questa Suprema Corte ha già chiaramente rilevato sia l'autonomia dell'ipotesi di reato di cui alla L. n. 376 del 2000, art. 9, comma 7, sia la sua natura di reato di pericolo che non necessita di dolo specifico, come emerge dallo stesso dettato del comma, che non fa menzione di un fine di alterazione dei risultati agonistici, limitandosi a sanzionare il commercio di determinate sostanze "attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente".
La questione è stata nettamente delineata da Cass. sez. 6, 20 febbraio 2003 n. 17322, che ha compiuto la "individuazione degli elementi costitutivi richiesti per la configurazione del delitto di cui all'art. 9, comma 7", tra l'altro osservando: "Quanto al profilo dell'elemento soggettivo, la formula della norma non determina dubbi sul fatto che non sia richiesto, a differenza delle ipotesi di cui al primo ed al secondo comma, il dolo specifico. Non è operazione ermeneutica corretta e conforme al principio di legalità, la individuazione degli elementi costitutivi di una fattispecie penale mediante il ricorso alla ratio della legge prescindendo dal suo testo. Dal significato o delle parole usate e dalla connessione di esse risulta che la norma non richiede per la configurazione del delitto di commercio di tali sostanze il dolo specifico che è, invece, richiesto per i delitti previsti nei commi 1 e 2 della stesso art.. Nel diritto penale sostanziale, più che in ogni altro settore, va applicata la regola, generale del ubi voluit dixit e ubi tacuit, noluit, e, dunque, il dato letterale è decisivo ai fini della corretta applicazione della norma penale. Del resto, appare evidente che la ratio legis risponde all'esigenza di sanzionare il commercio clandestino di "... sostanze biologicamente o farmacologicamente attive ..." ricomprese nelle classi di farmaci il cui uso è considerato doping, indipendentemente dal fine specifico del soggetto agente. In altri termini, il commercio delle predette sostanze è, comunque, vietato attraverso canali diversi dalle farmacie e da altri dispensari autorizzati, allo scopo di evitare che esse siano messe in circolazione, al di fuori delle rigorose prescrizioni stabilite nell'art. 7 della stessa legge e di prevenire, in tal modo, il pericolo che possano essere usate, somministrate e procurate ad altri come farmaci dopanti. Si tratta, dunque, di reato di pericolo, nel senso che la norma è diretta a prevenire il pericolo che la condotta delittuosa di commercio clandestino di farmaci anabolizzanti possa determinare per la tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping".
3.2 Ulteriore censura avanzata nel primo motivo di ciascun ricorso concerne, poi, l'elemento oggettivo del reato correttamente inteso come fattispecie autonoma, e cioè la nozione di "commercio" ai fini, appunto, dell'art. 9, comma 7. Anche sotto questo aspetto la giurisprudenza di legittimità ha eliminato ogni profilo di incertezza, affermando che "il delitto di commercio di sostanze farmacologicamente o biologicamente attive (cosiddetti anabolizzanti), previsto dalla L. 14 dicembre 2000, n. 376, art. 9, comma 7, in materia di lotta contro il "doping", proprio per la finalità di prevenzione del pericolo derivante dalla messa in circolazione di tali farmaci, comprende tutte quelle attività di predisposizione e tenuta di canali di commercio in qualche modo sovrapponibili e alternativi a quelli costituiti dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico, o da altre strutture che detengono farmaci direttamente, unici punti vendita all'interno dei quali il commercio non deve ritenersi clandestino" (così Cass. sez. 2, 9 ottobre 2003-23 febbraio 2005 n. 7081, in una fattispecie in cui ha ritenuto la sussistenza del delitto di commercio clandestino di anabolizzanti valutando il rinvenimento di una loro notevole quantità all'interno della vettura e dell'abitazione dell'imputato come attestante "la predisposizione di un'attività nella prospettiva di una offerta al pubblico destinata a durare nel tempo e che i prodotti fossero a disposizione di un pubblico, ancorchè non avessero formato oggetto di un negozio di compravendita"). E ancora Cass. sez. 6, 20 febbraio 2003 n. 17322, sulla "definizione di attività di "commercio" richiesta per integrare il reato de quo" osserva: "il termine "commercio" non può che evocare concetti tipicamente civilistici ed essere inteso, dunque, nel senso di "un'attività di intermediazione nella circolazione dei beni" che, sia pure senza il rigore derivante dal recepimento della definizione mutuata dagli artt. 2082 e 2195 c.c., sia tuttavia connotata dal carattere della continuità, oltre che da una sia pur elementare organizzazione. In tal modo definito, il commercio clandestino di sostanze anabolizzanti si distingue dalle altre condotte di "procurare ad altri" o di "somministrare" le quali debbono essere intese nel senso di atti che - pur se in un particolare contesto possono in concreto essere espressione di attività di commercio - non implicano di per sè sole la continuità richiesta per chiunque " professionalmente commercia"".
3.4 Dunque, devono sussistere, ai fini dell'applicazione della misura cautelare, nel caso di specie gravi indizi di colpevolezza relativi ad una attività connotata dal carattere della continuità e inserita in una organizzazione. Entrambi i ricorsi, sempre nel primo motivo, denunciano in sostanza mancanza di motivazione al riguardo, avendo il Tribunale, a loro avviso, operato un mero riferimento alle fonti dei pretesi gravi indizi senza peraltro esaminarli nel loro contenuto con un adeguato vaglio critico. In effetti, non risulta adempiuto, come ora si vedrà, l'obbligo motivazionale.
Prima di esaminare, allora, la conformazione della motivazione dell'ordinanza in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, essendo questa in massima parte per relationem, è il caso di ricordare il basilare insegnamento al riguardo di S.U. 21 gennaio 2000 n. 17 (cui ha fatto seguito un'ampia giurisprudenza conforme: Cass. sez. 3, 10 luglio 2000 n. 2727; Cass. sez. 1, 12 settembre 2001 n. 41375; Cass. sez. 1, 12 aprile 2002 n. 15418; Cass. sez. 4, 25 giugno 2002 n. 34913; Cass. sez. 3, 5 novembre 2002 n. 41529; Cass. sez. 3, 27 novembre 2002-17 gennaio 2003 n. 2125; Cass. sez. 5, 29 settembre 2003 n. 39219; Cass. sez. 4, 14 novembre 2007-28 gennaio 2008 n. 4181) secondo il quale "la motivazione "per relationem" di un provvedimento giudiziale è da considerare legittima quando: 1)- faccia riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all'esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione; 2)-fornisca la dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto sostanziale delle ragioni del provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute coerenti con la sua decisione; 3)- l'atto di riferimento, quando non venga allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, sia conosciuto dall'interessato o almeno ostensibile, quanto meno al momento in cui si renda attuale l'esercizio della facoltà di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e, conseguentemente, di controllo dell'organo della valutazione o dell'impugnazione", in modo così da consentire che "dalla lettura del provvedimento si possa dedurre l'"iter" cognitivo e valutativo seguito dal giudice e se ne possano conoscere i risultati, che devono essere conformi alle prescrizioni di legge". Questo insegnamento specifico relativo alla motivazione in parte esterna si inquadra, infatti, nel generale canone che la motivazione non può essere una mera descrizione delle fonti probatorie, ma deve avere una sostanza logica, in quanto consiste nel rendiconto, da parte del giudice, non delle basi fattuali in sè della sua decisione, bensì del ragionamento con cui ha trattato tali elementi fattuali per pervenire alla sua decisione. Una motivazione apodittica, infatti, è una motivazione nulla ex art. 125 c.p.p., comma 2, (v. p.es. Cass. sez. 3, 15 luglio 2010 n. 33753 e Cass. sez. 6, 24 maggio 2012 n. 25631);
e non può aver luogo una mera esposizione di materiale probatorio "autoevidente", occorrendo comunque esternare argomentazioni valutative su di esso (Cass. sez. 6, 5 marzo 2003 n. 15733).
Particolarmente intenso, vista la compromissione della libertà personale in una fase di cognizione ancora incompleta, è in questi termini l'obbligo motivazionale in tema di misure cautelari personali. Insegna consolidata giurisprudenza che, in tali fattispecie, l'obbligo di motivazione dell'ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere non può ritenersi assolto, quanto all'esposizione dei gravi indizi di colpevolezza, "con la mera indicazione descrittiva degli elementi di fatto, occorrendo invece una valutazione critica ed argomentata delle fonti indiziarie singolarmente assunte e complessivamente considerate" (così, p.es., Cass. sez. 6, 4 aprile 2012 n. 18190; conformi Cass. sez. 6, 10 maggio 2012 n. 34578; Cass. sez. 6, 19 aprile 2012 n. 18728; Cass. sez. 6, 1 ottobre 2008 n. 40609; Cass. sez. 6, 9 luglio 2002 n. 30257).
Nel caso in esame, allora, Tribunale motiva genericamente per relationem, laddove dichiara che "sulle singole condotte, il richiamo al materiale intercettivo, ai medicinali in sequestro desumibile dalle schede personali con allegati da conto della sussistenza dei gravi indizi per il contestato reato". Non può, quindi, non richiamarsi fin d'ora la specifica giurisprudenza che, innestandosi negli insegnamenti appena sintetizzati sulle modalità di stesura della motivazione, afferma che non si adempie all'obbligo motivazionale con il "mero rinvio alle schede personali redatte dalla P.G., senza alcuna delibazione valutativa degli elementi di prova raccolti" (Cass. sez. 6, 1 febbraio 2007 n. 35823). Dopo una simile introduzione, per i reati fine, cioè il commercio di sostanze dopanti in esame, per D.M. l'impugnata ordinanza afferma che "sono a lui riconducigli" due episodi criminosi. Il primo sarebbe una vendita in concorso con il V. di sostanze di tipo efedrina a tale M.S. avvenuta a Mezzolombardo nell'ottobre 2011 per cui i gravi indizi sarebbero emersi in tre tipi di fonti che il giudice di merito elenca senza minimamente scendere nel loro contenuto (intercettazioni, verbale di sit rese da tale Ma.
G. l'11 febbraio 2013 e verbale di sit rese dal M. il 22 febbraio 2013) per illustrare come possano effettivamente sostenere un quadro di "gravi indizi" idoneo, ovviamente in compresenza di esigenze cautelari, a supportare una misura massimamente incisiva come la custodia cautelare in carcere. Il discorso è identico per il secondo episodio di vendita - che sarebbe avvenuto in Trento il 13 novembre 2012 - di sostanze anabolizzanti a tale G.S.O., episodio in cui, anzi, non è neppure stata individuata la sostanza che sarebbe stata venduta: la fonte qui sarebbero altre intercettazioni di cui non è spiegato il minimo contenuto, rinviando il tutto (come per le intercettazioni dell'episodio precedente) alla "scheda personale dell'indagato", che non può peraltro ritenersi così tout court parte della motivazione.
Quindi il Tribunale si orienta verso una inversione dell'onere della prova, osservando che "a fronte dei richiamati elementi" - del cui contenuto non ha dato alcuna contezza - "non sussiste allo stato una prospettazione difensiva alternativa". Solo a questo punto aggiunge qualche osservazione critica che può ricondursi, invero assai stentatamente per la loro laconica natura che ora si vedrà, al concetto di motivazione: "l'effettività della malattia documentata non esclude il reato"; che gli incontri siano necessitati solo dalla gestione della palestra contrasta con il contenuto delle intercettazioni, "in particolare quelle con la sorella in cui viene meno il linguaggio criptico e si fa espresso richiamo a qualità e provenienza". E' peraltro evidente che queste osservazioni non sono, a loro volta, chiare, in particolare quanto al loro collegamento con i due episodi contestati (per esempio, quale è la correlazione della cessione di efedrina con una malattia di cui non è dato conoscere nè la diagnosi nè la persona da cui è affetta dalla ordinanza impugnata?) perchè strette da una concisione eccessiva che conferma ancora lo spostamento della effettiva motivazione in atti estranei all'ordinanza.
Per il V. viene contestato lo stesso episodio di Mezzolombardo, indicando ancora le stesse fonti di gravi indizi senza minimamente illustrarle e aggiungendo come unico commento, ancora in tendenza di inversione dell'onere probatorio, l'assenza di una prospettazione difensiva alternativa. A ciò si aggiunga che le modalità di descrizione degli episodi contestati non sono tali da supportare l'esistenza di una organizzazione, per quanto elementare, e di una continuità dell'attività criminosa, cioè di dati che fanno parte dell'elemento oggettivo del reato contestato. In questi limiti, quindi, sono accogligli il primo motivo del ricorso del D. e il primo motivo del ricorso del V..
3.5 Il secondo motivo del ricorso del D. sostanzialmente lamenta l'omessa motivazione in ordine alla concreta configurabilità dell'associazione a delinquere e soprattutto in ordine al ruolo del ricorrente in tale pretesa associazione. Osserva il ricorrente che i due episodi contestati non apportano alcuna consistenza, neppure indiziaria, alla partecipazione da parte del ricorrente ad una associazione a delinquere. Di per sè, effettivamente, dalla descrizione di tali episodi non emerge altro che, per il primo, una concorrenza di attività con il cugino V.. Il Tribunale, a proposito del reato ex art. 416 c.p., afferma che il ricorrente è "mero compartecipe della consorteria, in stretto contatto con F. A. ed altri suoi connazionali tra i quali R.S. e V. R., con i quali pianifica vendite di anabolizzanti; ha contatti stanziali in Kosovo presso i quali si informa per l'acquisto e l'importazione di farmaci antitumorali non autorizzati". Si tratta, in realtà, di mere asserzioni, poichè non viene illustrato sulla base di quali elementi gravemente indizianti (sia identificandone le fonti, sia vagliandone criticamente il contenuto) si perviene a una simile descrizione dell'attività del ricorrente. Anche questo motivo dunque è fondato, poichè la motivazione risulta gravemente carente.
Analogo è il discorso da effettuare a proposito del secondo motivo del ricorso V., che a sua volta in sostanza lamenta l'omessa individuazione, nella motivazione, degli elementi indiziari. Ancor più conciso è, invero, il Tribunale che così descrive il soggetto:
"mero compartecipe della consorteria, in stretto contatto con D. M., per il quale intercede la vendita di anabolizzanti custodendoli presso la sua abitazione". A parte il rilievo fattuale del ricorrente sull'assenza di esiti delle perquisizioni da lui subite, non si può non riconoscere la mancanza di supporto di quella che viene così a costituire un'affermazione apodittica, non avendo il giudice di merito individuato quali siano i gravi indizi che conducono a un simile "ritratto" del ricorrente. Risulta pertanto fondato il motivo.
3.6 Il terzo motivo del ricorso del D. e il terzo motivo del ricorso del V. censurano la mancanza di motivazione sulle esigenze cautelari, in particolare sul preteso pericolo di reiterazione, che in effetti non trova alcun supporto motivativo specifico. Ancora una volta apoditticamente, infatti, il Tribunale afferma essere "pacificamente acquisito il dato circa l'attualità della condotta perpetrata in esecuzione del programma criminoso", deducendone che ciò rende necessaria la misura cautelare, anche perchè nessuno dei ricorrenti ha mostrato resipiscenza; per il D. vi è poi la recidiva infraquinquennale. La genericità motivazionale in ordine all'esistenza di un pericolo concreto di reiterazione dei reati è più che evidente (sulla necessità di una specifica valutazione, alla luce dei criteri di cui all'art. 133 c.p. della pericolosità dell'individuo in relazione alla commissione di ulteriori reati cfr. Cass. sez. 1, 14 ottobre 2010 n. 40808), il che conduce all'accoglimento pure del terzo motivo di ciascuno dei due ricorsi.
Deve pertanto, in conclusione, essere annullata l'ordinanza impugnata, con rinvio al Tribunale di Trento.

P.Q.M.
Annulla l'ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Trento.
Così deciso in Roma, il 23 ottobre 2013.
Depositato in Cancelleria il 19 novembre 2013

L’OGGETTO DEL GIUDIZIO
All’imputato era stato contestato di aver venduto in concorso con un altro soggetto  alcune sostanze di tipo efedrina, in due diversi episodi.

IL PERCORSO ARGOMENTATIVO
L’ultimo comma dell’art. 9 della l. n. 376/200 punisce chiunque commercia i farmaci e le sostanze farmacologicamente attive di cui all’art. 2 della stessa legge (c.d. sostanze dopanti), attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono direttamente farmaci destinati alla utilizzazione sul paziente.
Con la pronuncia in esame la Cassazione conferma alcuni principi già consolidati in giurisprudenza, relativamente all’interpretazione della suddetta norma.
-a) per quanto riguarda l’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 9, comma 7, l. 376/2000 non è richiesto il dolo specifico. Si tratta infatti di un reato di pericolo, la cui ratio è quella di vietare il commercio delle sostanze c.d. dopanti attraverso canali diversi dalle farmacie e da altri dispensari autorizzati “allo scopo di evitare che esse siano messe in circolazione, al di fuori delle rigorose prescrizioni stabilite dall’art. 7 della stessa legge e di prevenire, in tal modo, il pericolo che possano essere usate, somministrate e procurate ad altri come farmaci dopanti”.
-b) per quanto riguarda l’elemento oggettivo, il reato di cui all’art. 9, comma 7, l. 376/2000 è una fattispecie autonoma e distinta da quelle previste dai commi 1 e 2 della norma medesima, la cui condotta si sostanzia nel commercio delle sostanze c.d. dopanti. Per commercio si deve intendere quell’insieme di attività di “predisposizione e tenuta di canali …. in qualche modo sovrapponibili e alternativi a quelli costituiti dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico, o da altre strutture che detengono farmaci direttamente, unici punti vendita all’interno dei quali il commercio non deve ritenersi clandestino”. Si tratta inoltre di un’attività connotata dal carattere della continuità ed inserita in un’organizzazione.
 

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