È inammissibile il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. proposto per stabilire se la controversia avente ad oggetto la sanzione inflitta ad un tesserato FIT sia riservata all’ordinamento sportivo

Cass. civ., sez. un., 24 luglio 2013, n. 17929

La giustiziabilità della pretesa dinanzi agli organi della giurisdizione statale costituisce una questione non di giurisdizione, ma di merito. Pertanto, è inammissibile il ricorso per cassazione proposto ai sensi dell’art. 111 Cost., col quale un ex tesserato e tecnico di una federazione sportiva chieda non di individuarsi il giudice, ordinario o amministrativo, competente a conoscere della controversia, bensì se quest'ultima, originata dalla decisione della corte federale di infliggergli una determinata sanzione per aver commesso un illecito sportivo, sia riservata all'autonomia dell'ordinamento sportivo e dunque sia sottratta alla giurisdizione dell'autorità giudiziaria statale. 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE CIVILI
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           
Dott. ROVELLI     Luigi Antonio        -  Primo Presidente f.f.   - 
Dott. RORDORF     Renato                   -  Presidente di sez.  - 
Dott. PICCIALLI   Luigi                           -  Consigliere  - 
Dott. MASSERA     Maurizio                        -  Consigliere  - 
Dott. MACIOCE     Luigi                           -  Consigliere  - 
Dott. CAPPABIANCA Aurelio                         -  Consigliere  - 
Dott. DI CERBO    Vincenzo                   -  rel. Consigliere  - 
Dott. VIVALDI     Roberta                         -  Consigliere  - 
Dott. NAPOLETANO  Giuseppe                        -  Consigliere  - 
ha pronunciato la seguente:                                         
                     sentenza                                       
sul ricorso 10516/2012 proposto da:
              P.C., elettivamente domiciliato  in  ROMA,  2013  VIA
LATTANZIO 66, presso lo studio dell'Avvocato ESPOSITO Mario,  che  lo
rappresenta e difende per delega in calce al ricorso;
                                                       - ricorrente -
                               contro
FEDERAZIONE  ITALIANA TENNIS - F.I.T., in persona del Presidente  pro
tempore,  elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PRINCIPESSA CLOTILDE
2, presso lo studio dell'avvocato CLARIZIA Angelo, che la rappresenta
e  difende  unitamente all'avvocato PELLEGRINO  CIRO,  per  delega  a
margine del controricorso;
COMITATO  OLIMPICO  NAZIONALE ITALIANO -  C.O.N.I.,  in  persona  del
Presidente  pro  tempore,  elettivamente  domiciliato  in  ROMA,  VIA
GIUSEPPE  PISANELLI  2,  presso  lo  studio  dell'avvocato  ANGELETTI
ALBERTO,  che  lo  rappresenta e difende per  delega  a  margine  del
controricorso;
                                                 - controricorrenti -
avverso la sentenza n. 302/2012 del CONSIGLIO DI STATO, depositata il
24/01/2012;
udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del
23/04/2013 dal Consigliere Dott. VINCENZO DI CERBO;
uditi  gli  avvocati  ESPOSITO  MARIO,  ANGELETTI  ALBERTO,  CLARIZIA
ANGELO, PELLEGRINO CIRO;
udito  il  P.M.,  in  persona dell'Avvocato  Generale  Dott.  CICCOLO
Pasquale  Paolo  Maria,  che ha concluso per  l'inammissibilità  del
ricorso.
                
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. P.C., già tesserato e tecnico della Federazione Italiana Tennis (di seguito FIT), dimessosi in data 6 novembre 2008, è stato sottoposto a procedimento disciplinare per talune affermazioni, considerate offensive, espresse nei confronti del presidente della Federazione.
2. All'esito del procedimento disciplinare egli ha impugnato dinanzi al TAR Lazio la decisione con cui la Corte Federale della FIT gli aveva inflitto la sanzione pecuniaria di Euro 10.000 e la sanzione dell'inibizione per un anno e sei mesi a ricoprire cariche federali e a svolgere l'attività di tecnico; le suddette sanzioni gli erano state irrogate sull'assunto che egli avesse commesso l'illecito sportivo di cui agli artt. 1 e 7 del Regolamento di giustizia della Federazione, considerato aggravato, ai sensi dell'art. 41 bis, n. 3, lett. l, dello stesso regolamento, per il fatto che al momento della sua commissione il P. ricopriva la carica di tecnico federale. Il P. ha impugnato altresì il regolamento dei tecnici nella parte in cui è previsto che: 1) possono insegnare presso i circoli sportivi affiliati solamente i tecnici iscritti all'albo o negli elenchi tenuti dalla FIT (art. 2); 2) ai suddetti circoli sportivi è vietato rigorosamente sia di utilizzare tecnici non qualificati dalla FIT per i corsi collettivi e per le lezioni individuali, sia di consentire sui propri impianti l'insegnamento che il regolamento vieta, con la commminatoria, in caso di violazione di dette prescrizioni, di sanzioni disciplinari a carico sia del circolo sportivo che dei suoi dirigenti (art. 3); 3) i tecnici non possono prestare la loro collaborazione o riceverla da persone che non siano in possesso di una qualifica FIT. 3. Il TAR Lazio ha disatteso l'eccezione di inammissibilità del ricorso proposto avverso la decisione disciplinare nonchè le eccezioni di inammissibilità e irricevibilità dell'impugnazione del regolamento dei tecnici FIT e, in accoglimento del ricorso, ha annullato gli atti sopra indicati. Con la stessa sentenza il TAR ha peraltro rigettato la domanda risarcitoria proposta dal P..
4. Avverso tale sentenza la FIT ha proposto appello deducendone l'erroneità; la statuizione concernente il rigetto della domanda risarcitoria non è stata impugnata dal P..
5. Con sentenza in data 24 gennaio 2012 il Consiglio di Stato ha accolto l'appello e per l'effetto, in riforma della sentenza impugnata, ha dichiarato in parte inammissibile e in parte irricevibile il ricorso di primo grado proposto dal P..
Richiamata la disciplina fissata dal decreto-legge n. 220 del 2003 convertito in L. n. 280 del 2003, ed i principi elaborati in subjecta materia da Corte Cost. 7 febbraio 2011 n. 49, il Consiglio di Stato, premesso che, in base ai suddetti principi, l'impugnazione della sanzione disciplinare poteva essere conosciuta dal giudice amministrativo soltanto in via incidentale al fine di pronunciarsi sulla domanda risarcitoria proposta dal destinatario della sanzione, ha ritenuto di non poter esaminare, nel caso di specie, la domanda risarcitoria non essendo stato proposto appello incidentale avverso il capo della sentenza impugnata che aveva rigettato tale domanda.
Sotto altro profilo ha considerato irrilevante, ai fini della sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo, la circostanza che a far data dal 6 novembre 2008 il ricorrente in primo grado si era dimesso da tesserato e da tecnico della Federazione. E infatti i momenti ai quali occorre far riferimento ai fini della giurisdizione, sono quello in cui si è verificato il fatto contestato e quello relativamente al quale è avvenuta la relativa contestazione con l'inizio del procedimento disciplinare, momenti che nel caso di specie sono precedenti le dimissioni. Con riferimento al profilo concernente l'impugnazione del regolamento dei tecnici FIT il Consiglio di Stato riteneva la tardività di tale impugnazione.
Premesso che le previsioni del Regolamento, approvate con Delib.
presidente CONI in data 10 giugno 1992, avevano immediata portata precettiva e non avevano bisogno pertanto di atti applicativi, affermava che il momento a partire dal quale le suddette disposizioni hanno rivelato l'attitudine a determinare una lesione attuale degli interessi dell'appellato doveva essere individuato nella data dell'atto delle dimissioni e cioè quando, non facendo parte dell'ordinamento sportivo, il ricorrente in primo grado aveva perso la possibilità di insegnare nei circoli sportivi affiliati. Sotto questo profilo pertanto il ricorso doveva considerarsi irricevibile in quanto tardivo.
6. Avverso la sentenza del Consiglio di Stato P.C. ha proposto ricorso a queste Sezioni Unite ai sensi dell'art. 111 Cost., chiedendo che venga dichiarata la giurisdizione del giudice amministrativo. La FIT e il CONI hanno resistito con autonomi controricorsi.
7. Tutte le parti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

MOTIVI DELLA DECISIONE
8. Con l'unico, articolato motivo di ricorso vengono denunciate violazione e falsa applicazione del D.L. n. 220 del 2003, artt. 1, 2 e 3, sopra citato, del D.Lgs. n. 104 del 2010, art. 133, comma 1, lett. 2) e degli artt. 2, 3, 18, 24, 102, 103 e 113 Cost.. Deduce il ricorrente che il Consiglio di Stato avrebbe dovuto affermare la propria giurisdizione esclusiva non solo in tema di impugnazione dei regolamenti dedotti in giudizio, ma anche sulla sanzione disciplinare atteso che questa non aveva carattere sportivo, correlata cioè all'infrazione di regole tecniche dettate a garanzia del regolare svolgimento dell'attività consentita all'associato bensì endoassociativa, correlata cioè a doveri di contegno imposti nelle relazioni tra i tesserati e gli organi federali al di fuori del contesto sportivo. Deduce in sostanza che dalla lettura del citato D.L. n. 220 del 2003, art. 2, comma 1, lett. a) e b), si evince che è riservata all'ordinamento sportivo la potestà precettiva e sanzionatoria esclusivamente nell'ambito dello svolgimento delle attività sportive. Nel caso in esame la sanzione impugnata resta estranea, ad avviso del ricorrente, alla riserva sportiva sia perchè non ha nè genesi nè effetti tecnico-sportivi afferenti alle regole del gioco in campo, sia perchè coinvolge diritti personalissimi, morali e patrimoniali rilevanti, per loro natura, nell'ordinamento statale. Ad avviso del ricorrente l'interpretazione accolta dalla Corte Costituzionale e dal Consiglio di Stato nella sentenza impugnata comporta, con riferimento alla giurisdizione in materia di sanzioni disciplinari, il sospetto di illegittimità costituzionale in quanto esclude, irragionevolmente e in violazione del principio di uguaglianza, la possibilità di agire dinanzi agli organi della giustizia amministrativa per avere piena ed effettiva tutela dei diritti e degli interessi legittimi. Il vizio di legittimità costituzionale è anche ravvisabile, ad avviso del ricorrente, nel privilegio della autodichia concessa alle federazioni sportive, privilegio che l'ordinamento statale nega ad altre associazioni anche dotate di rilievo costituzionale come sindacati e partiti. Chiede pertanto che, previa sospensione del processo, gli atti vengano rimessi alla Corte Costituzionale affinchè decida sulla questione di legittimità costituzionale del citato D.L. n. 220 del 2003, artt. 1, 2 e 3, convertito in L. n. 280 del 2003 e del D.Lgs. n. 104 del 2010, art. 133, comma 1, lett. 2).
9. Nei controricorsi di FIT e CONI la tesi del ricorrente viene contestata sotto vari profili. In entrambi i controricorsi viene preliminarmente eccepita l'inammissibilità del ricorso in quanto esso ha ad oggetto non già una questione di giurisdizione, ma riguarda la questione della configurabilità, o meno, di una situazione giuridicamente rilevante e tutelabile. Ed infatti col ricorso si richiede non già l'individuazione del giudice competente a conoscere della controversia bensì di stabilire se la controversia sia o meno sottratta alla giurisdizione dell'autorità giudiziaria in quanto originata da una decisione di una federazione sportiva. Nel controricorso FIT si eccepisce inoltre l'inammissibilità del ricorso anche sotto un diverso profilo: l'invocata giurisdizione statale per le controversie aventi ad oggetto atti del CONI o delle Federazioni Sportive Nazionali sussiste solo dopo che sono stati esauriti i gradi della giustizia sportiva e fatte salve le eventuali clausole compromissorie; nel caso di specie il P. non aveva esaurito, prima della presentazione del ricorso al TAR, i rimedi previsti dalla giustizia sportiva (art. 59, comma 2, dello statuto della FIT).
10. L'eccezione di inammissibilità del ricorso proposta da entrambi i controricorrenti deve essere accolta.
11.Come è noto la materia è regolata dal D.L. n. 220 del 2003, convertito in L. n. 280 del 2003; in particolare l'art. 1 garantisce, da un lato, l'autonomia dell'ordinamento sportivo e, dall'altro, consente la piena tutela delle situazioni giuridiche soggettive che, sebbene connesse con quell'ordinamento, sono rilevanti per l'ordinamento giuridico della Repubblica; l'art. 2 riserva all'ordinamento sportivo la disciplina delle questioni aventi ad oggetto: a) l'osservanza dell'applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statutarie dell'ordinamento sportivo nazionale e delle sue articolazioni; b) i comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l'irrogazione e applicazione delle relative sanzioni disciplinari sportive (Cass. S.U. 23 marzo 2004 n. 5775 ha parlato in proposito di "vincolo sportivo", in base al quale le società, le associazioni, gli affiliati ed i tesserati hanno l'onere di adire, secondo le previsioni degli statuti e regolamenti del Coni e delle federazioni sportive indicate nel D.Lgs. n. 242 del 1999, artt. 15 e 16, gli organi di giustizia dell'ordinamento sportivo ai sensi del secondo comma del citato art. 2); l'art. 3 stabilisce che esauriti i gradi della giustizia sportiva e ferma restando la giurisdizione del giudice ordinario in materia di rapporti patrimoniali tra società, associazioni e atleti, ogni altra controversia avente ad oggetto atti del Comitato Olimpico Nazionale Italiano o delle federazioni sportive non riservata agli organi di giustizia dell'ordinamento sportivo ai sensi dell'art. 2 è disciplinata dal codice del processo amministrativo. La Corte costituzionale (Corte cost. n. 49 del 2011) ha precisato che le norme sopra citate prevedono tre forme di tutela:
a) per i rapporti di carattere patrimoniale tra le società sportive, le associazioni sportive, gli atleti e i tesserati la tutela è demandata alla cognizione del giudice ordinario; b) per le questioni aventi ad oggetto le materie di cui all'art. 2 del citato decreto legge n. 220 del 2003 la tutela non è apprestata da organi dello Stato ma da organismi interni all'ordinamento sportivo; c) in via tendenzialmente residuale è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo la tutela relativa a tutto ciò che, per un verso, non concerne i rapporti patrimoniali e, per altro verso non rientra nell'esclusiva cognizione degli organi della giustizia sportiva. La stessa Corte costituzionale ha quindi precisato che, laddove il provvedimento adottato dalle federazioni sportive o dal CONI abbia incidenza anche su situazioni giuridiche soggettive rilevanti per l'ordinamento giuridico statale, la domanda volta a ottenere non già la caducazione dell'atto, ma il conseguente risarcimento del danno, debba essere proposta innanzi al giudice amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva, non operando alcuna riserva a favore della giustizia sportiva, dinanzi alla quale la pretesa risarcitoria nemmeno può essere fatta valere.
12. Nel caso di specie, come si evince chiaramente dal ricorso proposto dal P., il problema che viene sottoposto all'esame di queste Sezioni Unite non è quello di individuare il giudice (ordinario o amministrativo) competente a conoscere della controversia de qua, bensì, a ben vedere, quello di stabilire se la controversia, originata dalla decisione della Corte Federale FIT di infliggere ad un tesserato una determinata sanzione - pecuniaria e di contenuto inibitorio (divieto di ricoprire cariche federali e di svolgere attività di tecnico per un anno e sei mesi) - in relazione alla commissione di un illecito sportivo, sia riservata, o meno, all'autonomia dell'ordinamento sportivo e, in quanto tale, sia sottratta alla giurisdizione dell'autorità giudiziaria, in un contesto nel quale la domanda di risarcimento del danno, originariamente formulata e rigettata in primo grado, non è più materia controversa.
13. Queste Sezioni Unite (Cass. S.U. 4 agosto 2010 n. 18052), pronunciandosi su una fattispecie analoga (nella specie era stato dedotto il difetto assoluto di giurisdizione di qualsiasi giudice statale a conoscere della legittimità dell'estromissione dall'attività di un arbitro decisa dalla Associazione Italiana Arbitri e dalla Federazione Gioco Calcio) hanno affermato il principio che la giustiziabilità della pretesa dinanzi agli organi della giurisdizione statale costituisce una questione non di giurisdizione, ma di merito ed hanno conseguentemente dichiarato l'inammissibilità del regolamento preventivo di giurisdizione, col quale il ricorrente aveva allegato che nè il giudice amministrativo, nè quello ordinario, nè alcun altro giudice statale erano competenti a conoscere della controversia. Tale principio di diritto, al quale ha fatto esplicito riferimento anche la Corte costituzionale nella più volte citata sentenza n. 49 del 2011, si pone in piena coerenza con precedenti pronunce di queste Sezioni Unite secondo le quali la questione della configurabilità, o meno, di una situazione giuridicamente rilevante e tutelabile non rientra tra le questioni di giurisdizione, costituendo, invece, questione di merito, che deve essere pertanto rimessa alla valutazione del giudice del merito (Cass. S.U. 15 giugno 1987 n. 5256, Cass. S.U. 23 marzo 2004 n. 5775). Il principio è stato sviluppato, in particolare, con riferimento alle federazioni sportive ed è stato dichiarato che la censura diretta ad escludere ogni forma di tutela giurisdizionale nei confronti di provvedimenti della FIGC, costituisce questione di merito (Cass. S.U. 29 settembre 1997 n. 9550).
14. Sulla base del suddetto principio, che deve essere pienamente ribadito in questa sede, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, come correttamente eccepito dai controricorrenti, con l'ulteriore conseguenza che non possono essere esaminate le eccezioni di illegittimità costituzionale formulate dal ricorrente.
15. Tenuto conto della complessità della materia esaminata si ritiene conforme a giustizia compensare integralmente fra tutte le parti costituite le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso; compensa le spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 23 aprile 2013.
Depositato in Cancelleria il 24 luglio 2013

 

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA
Un ex tesserato e tecnico della FIT (Federazione Italiana Tennis) veniva sottoposto a procedimento disciplinare per aver reso affermazioni offensive nei confronti del Presidente della FIT. Egli proponeva ricorso ai sensi dell’art. 111 Cost. alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione avverso la sentenza resa dal Consiglio di Stato nell’ambito del giudizio avente ad oggetto la sanzione disciplinare inflittagli.
IL PERCORSO ARGOMENTATIVO
Il soggetto ex tesserato, esauriti i gradi della giustizia sportiva, aveva impugnato avanti al TAR del Lazio – tra l’altro – la decisione della Corte Federale della FIT che gli aveva inflitto, oltre ad una sanzione pecuniaria, anche l’inibizione per un anno e sei mesi a ricoprire cariche federali ed a svolgere l’attività di tecnico. Il TAR annullava gli atti impugnati e rigettava la domanda risarcitoria dallo stesso proposta.
Nel giudizio d’appello avverso tale decisione il Consiglio di Stato aveva escluso la propria giurisdizione sulla base delle seguenti argomentazioni. L’impugnazione della sanzione disciplinare poteva essere conosciuta dal giudice amministrativo soltanto in via incidentale al fine di pronunciarsi sulla domanda risarcitoria proposta dal destinatario della sanzione. Ma, non avendo l’ex tesserato proposto appello incidentale avverso il capo della sentenza impugnata in punto risarcimento del danno, era possibile esaminare -appunto- i profili attinenti la domanda risarcitoria.
Secondo la tesi esposta dal ricorrente ex tesserato, il Consiglio di Stato avrebbe invece dovuto affermare la propria giurisdizione  sulla sanzione disciplinare dal momento che questa avrebbe avuto carattere non sportivo bensì endoassociativo, in quanto “correlata a doveri di contegno imposti nelle relazioni tra i tesserati e gli organi federali al di fuori del contesto sportivo”. Ne sarebbe derivato che tale sanzione sarebbe stata esclusa dal campo di applicazione di cui all’art. 2, comma 1, lett. a) e b) del D.L. 220/2003.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno disatteso questa impostazione per le seguenti ragioni.
(i) Ai sensi dell’art. 111 Cost. “contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti il ricorso in cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione”.
(ii) La questione sottoposta al vaglio della Corte non riguardava l’individuazione del giudice competente a conoscere della controversia, bensì “se la controversia originata dalla decisione della Corte Federale della FIT…sia riservata, o meno, all’autonomia dell’ordinamento sportivo e, in quanto tale, sia sottratta alla giurisdizione dell’autorità giudiziaria in un contesto in cui la domanda di risarcimento del danno…non è più materia controversa”.
(iii) Secondo un orientamento consolidato della medesime Sezioni Unite, seguito anche dalla Corte costituzionale nella nota pronuncia 49/2011, “la giustiziabilità della pretesa dinnanzi agli organi della giustizia statale costituisce una questione non di giurisdizione, ma di merito”. Di conseguenza, il regolamento preventivo di giurisdizione volto a sostenere che nessun giudice dello stato è competente a conoscere la controversia va dichiarato inammissibile. Tale affermazione è pienamente conforme con il principio secondo cui “la questione della configurabilità o meno di una situazione giuridicamente rilevante e tutelabile non rientra tra le questioni di giurisdizione, costituendo invece questione di merito che deve essere pertanto rimessa alla valutazione del giudice di merito”.
Alla luce di tali argomentazioni, le Sezioni Unite hanno dichiarato l’inammissibilità del ricorso. 
 

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