Ammissibile il giudizio di ottemperanza per la decisione di accoglimento di un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica

Consiglio di Stato – Sezione Sesta – sentenza 8 febbraio 2013, n. 719

 

Per orientamento ripetutamente seguito dal Consiglio di Stato e dal quale questo Collegio non ha ragione di discostarsi “il ricorso per l’esecuzione del giudicato – strumento processuale previsto dall’ordinamento per l’esecuzione coattiva delle pronunce passate in giudicato – non è utilizzabile per l’esecuzione delle pronunce di rigetto, anche in mancanza di una espressa regola che circoscriva l’ottemperanza alle sole decisioni di accoglimento” (così Cons. Stato, sez. VI, 13 dicembre 2011, n. 6532; cfr. inoltre Cons. Stato, sez. VI, 1 settembre 2009, n. 5114). Si è, infatti, chiarito che, relativamente alle sentenza del giudice amministrativo, ma il principio deve trovare applicazione anche per le decisioni su ricorso straordinario, sono le statuizioni preordinate ad una pronuncia di accoglimento del ricorso – che in sede di giudizio di legittimità si traduce nell’annullamento dell’atto impugnato – a far nascere nell’amministrazione un obbligo di ottemperanza, da assolvere ponendo in essere atti sattisfattivi rispetto a quelle statuizioni.

 

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 7601 del 2012, proposto dalle signore Rivoira Antonella e Roman Edi, rappresentate e difese dagli avvocati Marco Coscia e Mario Contaldi, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Mario Contaldi in Roma, via Pierluigi da Palestrina, 63; 

contro

Comune di Sangano, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Niccolò Paoletti ed Enrico Piovano, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Nicolò Paoletti in Roma, via Barnaba Tortolini, 34; 

per l’ottemperanza

al decreto del PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 3 maggio 2010, con il quale è stato deciso il ricorso straordinario proposto dalle odierne ricorrenti avverso provvedimento di demolizione opere edilizie.


 

Visti il ricorso per ottemperanza e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Sangano;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Visti gli artt. 112 e segg. cod. proc. amm.;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 11 gennaio 2013 il Cons. Silvia La Guardia e uditi per le parti gli avvocati Contaldi e Paoletti;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


 

FATTO e DIRITTO

1.- Con ordinanza n. 2 del 1° febbraio 2008, il Comune di Sangano ha ingiunto, ai sensi dell’art. 31 del d.P.R. n. 380 del 2001 (Testo Unico sull’Edilizia), tra gli altri, alle signore Rivoira Antonella e Roman Edi, proprietarie, la demolizione di un fabbricato residenziale, ritenendolo realizzato in totale difformità dal titolo edilizio rilasciato.

Per l’annullamento, previa sospensione interinale, del provvedimento, le predette hanno proposto ricorso straordinario di data 9 giugno 2008.

Con atto datato 2 dicembre 2008, il Comune, dato atto della verifica della mancata demolizione nel termine prescritto, ha emesso dichiarazione di acquisizione delle opere abusive e della relativa area di sedime.

Il Consiglio di Stato, Sezione Terza, ricevuto il ricorso, trasmesso con nota ministeriale del 25 novembre 2008, ha emesso, nell’adunanza del 17 dicembre 2008, parere interlocutorio di accoglimento dell’istanza cautelare, richiedendo all’amministrazione di fornire ogni elemento necessario per la valutazione della fondatezza del gravame, e, nell’adunanza del 14 luglio 2009, ha espresso “il parere che il ricorso debba essere respinto”.

Nel parere sono, innanzitutto, riferiti i motivi di ricorso, riconducibili alla lamentata violazione, nella specie, dell’art. 31 d.P.R. citato, sotto il profilo sia oggettivo che soggettivo, sull’assunto che, per un verso, la corretta qualificazione dell’abuso come difformità parziale avrebbe dovuto condurre all’applicazione dell’art. 34 del medesimo d.P.R., e, per altro verso, il Comune avrebbe errato a non distinguere tra le varie unità immobiliari componenti l’edificio, appartenenti a proprietari diversi, ciascuno senza titolo per procedere a demolizioni e ripristini nei confronti di parti del fabbricato non di sua proprietà.

Il parere disattende la prima critica, con riferimento alla disposizioni di cui alle lettere b) e d) dell’art. 32 d.P.R. citato, rilevando che era stata approvata la realizzazione di un fabbricato di civile abitazione monofamiliare ad un piano fuori terra per un volume di mc. 696,08 ed invece realizzato un edificio di tre alloggi distribuiti uno al piano seminterrato, uno al piano terreno e uno al piano primo con sottotetto abitabile, con aumento di cubatura nell’ordine di tre volte rispetto a quanto autorizzato e con caratteristiche strutturali diverse; quanto all’ulteriore critica dell’indistinta intimazione delle ricorrenti, il Consiglio di Stato, ha condiviso la tesi del Comune secondo cui, allorquando il provvedimento individua i soggetti destinatari dell’ingiunzione di demolizione quali proprietari di porzioni immobiliari ben definite ed individuate è logico e consequenziale interpretare l’ordine di demolizione come riferentesi, per ciascun destinatario, esclusivamente alla porzione immobiliare su cui si estrinseca il diritto di proprietà del medesimo.

Il parere reca, infine, il seguente rilievo: “ritiene il Collegio di dover parimenti condividere l’assunto del Ministero (confortato da pertinente sentenza del Giudice delle Leggi, n. 345/1991) che l’acquisizione gratuita del bene delle aree non opera nei confronti del proprietario del terreno estraneo all’abuso edilizio, rimanendo in tali casi la funzione ripristinatoria dell’interesse pubblico violato ristretta alla sola demolizione ed al relativo potere-dovere degli organi comunali di darvi esecuzione d’ufficio. L’area di proprietà del terzo estraneo all’abuso, invece, resta nella titolarità di questi anche dopo che sia stata eseguita di ufficio la demolizione”.

Sulla base del richiamato parere, con decreto del Presidente della Repubblica di data 3 maggio 2010, il ricorso straordinario è stato respinto.

2.- Le signore Rivoira e Roman, con il presente ricorso per ottemperanza, richiamano l’inciso sopra trascritto del parere del Consiglio di Stato, ne deducono che venga affermato “che l’acquisizione , operata il 2 dicembre 2008 dal Comune di Sangano dell’immobile, dell’area di sedime e di pertinenza … è palesemente illegittima”, richiamano la giurisprudenza sull’ammissibilità dell’azione di ottemperanza relativa a decisioni su ricorso straordinario, sostengono la propria estraneità all’abuso edilizio sull’immobile successivamente divenuto di loro proprietà e chiedono venga ordinato al Comune di revocare l’acquisizione e restituire la proprietà pro quota del sedime nonché declaratoria di nullità degli “atti in violazione o elusione del giudicato, ovvero l’acquisizione gratuita dell’immobile oggetto di controversia”, con nomina, occorrendo, di un Commissario ad acta.

Resiste il Comune di Sangano, che preliminarmente eccepisce l’inammissibilità del ricorso.

Le ricorrenti hanno dimesso memoria – con la quale contestano l’eccezione avversaria e ribadiscono la propria estraneità all’abuso, replicando all’obiezione del Comune circa la mancata impugnazione dell’atto di acquisizione, col richiamo alla consolidata giurisprudenza secondo cui non è necessario impugnare gli atti meramente consequenziali quando è stato impugnato quello presupposto – ed il Comune atto di replica, indi la causa è stata posta in decisione alla camera di consiglio dell’11 gennaio 2013.

3. La Sezione prende atto della più recente giurisprudenza sulla ammissibilità del ricorso d’ottemperanza nel caso di mancata esecuzione di una decisione resa su un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica (Cass., Sez. Un., 19 dicembre 2012, n. 23464; 28 aprile 2011, n. 9447; 10 marzo 2011, n. 5684; 7 febbraio 2011, nn. da 2818 a 2939; 28 gennaio n. 2065; Cons. Stato, 5 giugno 2012, n. 18).

4.- Il ricorso, ancorché ammissibile ai sensi dell’art. 112 del codice del processo amministrativo, è sotto altro profilo inammissibile.

Risulta fondata l’eccezione formulata dall’Amministrazione resistente, che ha rilevato come la decisione del Presidente della Repubblica abbia disposto il rigetto del ricorso straordinario..

Per orientamento ripetutamente seguito dal Consiglio di Stato e dal quale questo Collegio non ha ragione di discostarsi “il ricorso per l’esecuzione del giudicato – strumento processuale previsto dall’ordinamento per l’esecuzione coattiva delle pronunce passate in giudicato – non è utilizzabile per l’esecuzione delle pronunce di rigetto, anche in mancanza di una espressa regola che circoscriva l’ottemperanza alle sole decisioni di accoglimento” (così Cons. Stato, sez. VI, 13 dicembre 2011, n. 6532; cfr. inoltre Cons. Stato, sez. VI, 1 settembre 2009, n. 5114).

Si è, infatti, chiarito che, relativamente alle sentenza del giudice amministrativo, ma il principio deve trovare applicazione anche per le decisioni su ricorso straordinario, sono le statuizioni preordinate ad una pronuncia di accoglimento del ricorso – che in sede di giudizio di legittimità si traduce nell’annullamento dell’atto impugnato – a far nascere nell’amministrazione un obbligo di ottemperanza, da assolvere ponendo in essere atti sattisfattivi rispetto a quelle statuizioni.

Le pronunce di rigetto, invece, lasciano invariato l’assetto giuridico del rapporto quale determinato dall’atto amministrativo inutilmente impugnato.

Nella specie, il ricorso straordinario è stato respinto.

Contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, in replica all’avversaria eccezione, non è ravvisabile alcuna soccombenza parziale dell’amministrazione, la cui configurabilità avrebbe richiesto una pronuncia di parziale accoglimento.

La notazione del parere del Consiglio di Stato sulla quale le ricorrenti imperniano la domanda di ottemperanza non si è tradotta in una pronuncia di tale tipo e costituisce un mero obiter dictum, per di più estraneo all’ambito delle questioni dedotte con i motivi del ricorso straordinario ed alla domanda di annullamento, relativa appunto all’ordine di demolizione, e consistente in considerazioni di carattere generale, senza alcuno specifico riferimento alla vicenda concreta, e tantomeno valutazione sul presupposto fattuale dell’estraneità delle ricorrenti all’abuso.

5. Per tale ragione, l ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sul ricorso per ottemperanza n. 7601 del 2012, lo dichiara inammissibile.

Condanna le ricorrenti, in solido, a rifondere al Comune di Sangano le spese del giudizio che liquida in € 1.500,00 (millecinquecento) oltre i.v.a. e c.p.a. come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 11 gennaio 2013 con l'intervento dei magistrati:

Luigi Maruotti, Presidente

Claudio Contessa, Consigliere

Roberta Vigotti, Consigliere

Andrea Pannone, Consigliere

Silvia La Guardia, Consigliere, Estensore

 

BREVI ANNOTAZIONI

 

 

  • L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

 

La decisione si pone nella scia dell’orientamento ormai invalso, che riconosce l’utilizzabilità del rimedio dell’ottemperanza per fornire piena esecuzione anche alle decisioni emesse in sede di ricorso straordinario, a seguito delle profonde modifiche impresse a tale strumento di giustizia ad opera della l. n. 69/2009. Tuttavia, sulla scorta del panorama giurisprudenziale esistente, individua un limite all’applicabilità del giudizio di ottemperanza.

 

 

  • IL PERCORSO ARGOMENTATIVO

 

Il Consiglio di Stato, nella pronuncia in esame, prende atto della possibilità di esperire il rimedio dell’ottemperanza anche a fronte delle decisioni conclusive del ricorso straordinario al Capo dello Stato, a seguito, non solo delle acquisizioni giurisprudenziali in materia, ma dell’ormai intervenuto riconoscimento legislativo ad opera dell’art. 112 del codice del processo amministrativo. Infatti, la vexata quaestio in ordine all’ammissibilità del rimedio esecutivo sembra essere fatta propria dalla giurisprudenza soprattutto a seguito dell’intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte del 28 gennaio 2011, n. 2065, le quali riconobbero come il parere obbligatorio e vincolante del Consiglio di Stato, pur se formalmente atto endoprocedimentale, assume natura di provvedimento decisorio finale, come tale suscettibile di ottemperanza, in quanto emesso da un organo terzo e giurisdizionale. Tuttavia, l’attenzione del Collegio, nella decisione che si commenta, si sofferma, principalmente, sul riconoscimento dell’esperibilità del giudizio di ottemperanza delle sole decisioni di accoglimento del ricorso giurisdizionale o amministrativo, non potendo, al contrario, ammettersi l’esecuzione a fronte di statuizioni di rigetto. Ebbene, tale ultima impostazione, come ricordano i Giudici amministrativi nel percorso argomentativo che ha portato alla sentenza de qua, è fatta propria dalla giurisprudenza prevalente, pur in assenza di una disposizione normativa espressa sul punto. Invero, solo le pronunce di accoglimento sarebbero in grado di generare, in capo all’Amministrazione soccombente, l’obbligo di ottemperare al decisum, il tutto in chiave satisfattiva dell’interesse del ricorrente, ciò in perfetta aderenza ad un processo amministrativo fondato sull’effettività della tutela giurisdizionale.

  • CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

 

Con questa pronuncia, la sezione VI del Consiglio di Stato non entra, per vero, nel merito della problematica sottesa al riconoscimento dell’eseguibilità delle decisioni emesse in sede di ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, tralasciando di considerare la pur recente rimessione all’Adunanza Plenaria, del 01 febbraio 2013, con la quale la medesima sezione ha richiesto un intervento chiarificatore da parte del massimo organo della giustizia amministrativa in merito alla individuazione del Giudice competente in sede di ottemperanza alle pronunce emanate a termine del ricorso straordinario. Invero, al Collegio preme sottolineare il riferimento alla necessaria natura di accoglimento, seppur parziale, del ricorso della cui esecuzione si tratta. Ciò in quanto, a ben vedere, una statuizione di rigetto non influisce in senso modificativo sul rapporto giuridico esistente tra il privato e la PA che ha emanato l’atto successivamente impugnato, anche se con esito negativo per il ricorrente. Tale impostazione, in realtà, è coerente con l’idea del processo amministrativo quale “giudizio sul rapporto”, perché bisogna pur sempre domandarsi quale utilità pratica potrebbe ottenere il ricorrente dall’esecuzione di una pronuncia che non incide, neppure parzialmente, in senso migliorativo sulla sua posizione giuridica sostanziale, a nulla influendo sul conseguimento del bene della vita anelato.

 

 

  • PERCORSO BIBLIOGRAFICO

 

F. Caringella, “Compendio di diritto amministrativo”, Roma, 2013, p. 874.

F. Caringella- L. Tarantino, “Lezioni e sentenze di diritto amministrativo 2012”, Roma, 2012, p. 1073.

Tag: ottemperanzaricorso straordinario al Capo dello Stato
Dike Giuridica Editrice s.r.l. - P.I.: 09247421002
Via Raffaele Paolucci, 59 - 00152 ROMA
Copyright 2012 - 2022